Matti da legare

Il quadro dipinto nel 1795 dal pittore francese Robert Fleury, immortala la scena: Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière, malati che fino ad allora venivano incatenati come dei criminali.

In Francia il sovrano Luigi XIV, che rese magnifica la reggia di Versailles, per ripulire Parigi dal vizio e dai mendicanti nel 1656 istituì gli Ospedali Generali, che comprendevano: l’Ospizio della Salpêtrière, in cui venivano rinchiusi barboni, vagabondi, pazzi, ladri e truffatori, e l’Ospedale di Bicêtre che venne aperto come orfanotrofio, ma poi divenne una prigione per prostitute e un manicomio per malati mentali, criminali, epilettici e poveri.
È durante il Rinascimento che si iniziò ad avvertire la pericolosità della follia: più che una presenza estranea che si impadroniva dell’individuo e si manifestava attraverso di lui, si iniziò a percepirla come l’emergere del Iato oscuro della mente umana. Queste istituzioni diventarono presto luoghi infernali, delle prigioni in cui venivano segregati coloro che erano ritenuti esseri immorali, erano detenuti in celle, incatenati e lasciati in mezzo alla sporcizia. Essendo questi ricoveri luoghi spesso isolati, ammantati di mistero e di superstizione, nessuno osava avvicinarvisi.
Nel Settecento prese corpo la tesi organica, secondo cui la follia è la conseguenza di una patologia fisica, portando così alla realizzazione dei primi manicomi e all’avvio di una vera e propria reclusione sociale dei folli. Scomparendo alla vista della comunità sociale, i pazzi cominciavano ad essere rimossi dalla comunicazione sociale, si costituì così la ‘criminalizzazione’ della follia, la sua segregazione e repressione nel manicomio.

L’indomani della Rivoluzione francese, lo psichiatra francese Philippe Pinel (1745-1826) venne chiamato a dirigere dal 1793 questi ospedali. Egli portò un cambiamento radicale nel trattamento degli alienati, liberandoli dalle prigioni in base al principio che il malato di mente non può essere equiparato a un delinquente.
In queste strutture, dove si praticavano terapie traumatiche volte a riportare alla ‘normalità’ i pazienti come bagni ghiacciati, diete sbilanciate, isolamento e contenzione fisica, purghe, salassi, oppio, ecc., venivano trattati gli strati più poveri della popolazione.

Nel romanzo “I Miserabili” di Victor Hugo pubblicato nel 1862 si narra la condizione degli strati più bassi della popolazione francese dal 1815, nella Francia della Restaurazione, all’insurrezione contro la monarchia del 1832. Il poeta e scrittore, principale esponente del Romanticismo francese, fu particolarmente sensibile ai problemi della giustizia sociale e della dignità umana, narra dell’immutabilità della condizione degli ‘ultimi’ caduti in miseria e spesso perseguitati proprio da chi rappresenta la Legge, che dovrebbe combattere il male ma che spesso lo incarna.

Nel 1801 Philippe Pinel con il Traité médico-philosophique sur l’aliénation mentale (“Trattato medico-filosofico sull’alienazione mentale”) classificò le malattie mentali in base a lesioni organiche, come ad esempio: la melancolia (delirio parziale); la mania (delirio generalizzato); la demenza (indebolimento intellettuale generalizzato); l’idiotismo (mancanza totale delle funzioni intellettive).
Si riteneva che la follia non fosse una perdita della ragione, ma una semplice deviazione dello spirito, ed era su questo che bisognava lavorare. Pinel rimise in discussione il modo di vita inflitto agli internati adottando quella che venne chiamata la “terapia morale”: un trattamento umano che teneva conto del recupero e del rispetto della persona, mutando l’approccio alla malattia mentale.

Alla Salpêtrière nel 1862 entrò come studente ventitreenne il neurologo Jean-Martin Charcot, il quale vi tenne nel 1873 un corso libero di malattie nervose che ebbe un successo prodigioso. Presto assunse la direzione del reparto e negli anni successivi diresse i suoi studi sull’isteria e l’ipnosi. Charcot attribuiva i disturbi isterici ad un processo di autosuggestione, come avviene con il riso e lo sbadiglio che sono contagiosi e una persona è portata a imitarli quasi invincibilmente, lasciandosi “suggestionare”.

L’isteria era considerata una malattia tipicamente femminile che si manifestava con i più diversi disturbi: convulsioni, contrazione, paralisi, disturbi interessantissimi a quel tempo per il fatto che non sembravano accompagnarsi a nessuna lesione organica.
Oggi è definita come disturbo di conversione: i sintomi fisici indotti da un conflitto psicologico vengono inconsciamente trasformati fino a simulare quelli di una patologia neurologica”. Il disturbo di conversione rientra nei disturbi somatoformi, termine utilizzato per definire la cosiddetta malattia psicosomatica, in cui i sintomi fisici non sono correlati a una patologia organica di base. I soggetti affetti da tale disturbo non simulano la malattia, ma ritengono  sinceramente di essere malati.

Alla fine del XIX secolo, acquisirono grande rinomanza due scuole psichiatriche francesi e una malattia mentale (l’isteria): la Scuola della Salpêtrière di Parigi dove insegnava Charcot, e la Scuola di Nancy il cui direttore era Hippolyte Bernheim. Si scoprì di poter intervenire sui fenomeni isterici per mezzo della suggestione e dell’ipnosi.
La Salpêtrière divenne un famoso centro psichiatrico che richiamava studenti da tutta Europa per seguire le lezioni di Charcot, tra questi vi era il giovane Sigmund Freud interessato alle ricerche sull’isteria.

Campo di grano con voli di corvi ” è uno degli ultimi dipinti di Vincent van Gogh che realizzò ad Auvers-sur-Oise nel luglio del 1890, pochi giorni prima di morire. Scriverà al fratello Theo: «Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la mia tristezza, l’estrema solitudine». Van Gogh qualche mese prima era stato dimesso dal manicomio di Saint-Rémy-de-Provence, dove era rimasto ricoverato per un anno, dopo essere entrato volontariamente in conseguenza a una grave crisi.

In Inghilterra il primo istituto ad accogliere i ‘lunatici’ nel 1330 fu il Bethlem Royal Hospital di Londra. Nel corso del 1800 il nome dell’ospedale venne storpiato in Bedlam (confusione, bolgia) un luogo che attirava la curiosità dei londinesi in tempi in cui andava di moda l’esibizione dei fenomeni da baraccone, un’epoca in cui assistere agli accessi dei malati internati era considerato uno svago seppur scabroso, anche divertente. Durante l’epoca vittoriana, profonda era la lacerazione tra la povertà diffusa nei ceti bassi della popolazione, i privilegi dell’aristocrazia terriera e lo sfruttamento della nuova borghesia industriale emergente. Quasi ovunque gli alienati venivano trattati in modo barbaro e crudele.

A far valere un approccio meno coercitivo nei loro confronti fu lo psichiatra John Conolly (1794-1866) che nel 1830 pubblicò il volume “Indications of Insanity Indagine sui sintomi di follia con suggerimenti per una migliore protezione e cura dei malati di mente”. Nel 1839 ottenne la nomina a primario del Middlesex County Lunatic Asylum, un manicomio comunemente chiamato Hanwell Asylum aperto nel 1831 in un sobborgo di Londra dove esistevano altri tre manicomi tutti privati. John Conolly riuscì a far valere e accettare il principio della “non contenzione forzata” dei pazienti, che fu definitivamente introdotto in tutti i frenocomi verso la metà del XIX secolo. Nel 1937 l’Hanwell Asylum venne ribattezzato St Bernard’s Hospital, nome con cui è noto ancora oggi.

All’epoca per essere ammessi in un ospedale psichiatrico occorreva essere classificati come malati di mente, divenne consuetudine classificare così persone in realtà sane di mente, perlopiù semplicemente asociali, o persone “scomode” o che erano d’imbarazzo per le famiglie che preferivano internarle nei manicomi, oppure come stratagemma per appropriasi di eredità di famiglia, fenomeno che fu descritto in romanzi come “La donna in bianco” pubblicato nel 1859.

Il libro The Woman in White dello scrittore inglese Wilkie Collins racconta di una misteriosa e solitaria figura femminile vestita di bianco che si aggira per le strade di Londra. La trama del romanzo, come il genere letterario che si pone tra il filone gotico e il genere giallo sono insoliti per l’epoca caratterizzata dal realismo dei grandi romanzi, in cui eventi e personaggi rispecchiavano la realtà, come le opere di Charles Dickens, Honoré de Balzac, Gustave Flaubert, Émile Zola, Lev Tolstoj. Ma il racconto, tra segreti, intrighi e colpi di scena finì per appassionare migliaia di lettori quando venne pubblicato a puntate settimanali nella rivista di Charles Dickens “All the Year Round” (1859-1860). Il libro ebbe grande successo e negli anni è stato adattato numerose volte per il cinema, il teatro e la televisione. Nel 1980 è stato trasmesso dalla Rai uno sceneggiato per la regia di Mario Moroni, nel 2004 è stato realizzato un musical di grande successo dal compositore britannico Andrew Lloyd Webber, autore di musical famosi come Jesus Christ SuperstarEvitaCats, The Phantom of the Opera e Sunset Boulevard.

Nella Russia dell’Ottocento in cui vigeva una profonda disuguaglianza sociale tra la nobiltà terriera che possedeva enormi latifondi e godeva di privilegi, e la maggior parte dei contadini spesso assoggettati ai grandi proprietari e in condizioni di miseria. Mentre la piccola borghesia stentava ad affermarsi, essendo poco autonoma economicamente e priva di incisività. Tra la popolazione c’era chi invocava una rapida modernizzazione spesso ispirata ai modelli occidentali, e chi invece sosteneva la necessità di rimanere fedele alle tradizioni della cultura russa.
In un contesto così profondamente conflittuale, la follia poteva rappresentare una fuga dalla realtà e il rifugiarsi in un mondo immaginario. Senza una logica convenzionale, gli ‘individui insoliti’ non erano ritenuti malati ma piuttosto segnati dalla benevolenza divina: i “voluti da Dio” di cui parla il regista Gabriele Salvatores nel film Educazione siberiana. Pochi sono in grado di comprenderli, perché la loro è la lingua di Dio. Così è, il principe Myshkin, interpretato da un giovane e affascinante Giorgio Albertazzi nello sceneggiato televisivo L’idiota, trasmesso dalla RAI nel 1959 con altri grandi attori, che riscosse molto successo.

Il principe Myshkin, protagonista del romanzo L’idiota di Fëdor Dostoevskij, soffre del mal caduco per cui ha trascorso più di quattro anni in una clinica svizzera dove vengono curati gli idioti e gli alienati con l’idroterapia e la ginnastica, e con particolare attenzione allo sviluppo spirituale. In quel luogo il principe ha trascorso il suo tempo con i bambini del villaggio, sviluppando gioia e speranza nell’avvenire.
«Quando un adulto gioca con un bambino – l’anima si risana».
Una volta rientrato in Russia, Myshkin in società viene considerato un “idiota” per il suo sincero entusiasmo, per la sua bontà e purezza d’animo. Il suo è un comportamento inusuale e a volte incomprensibile per una cerchia sociale fondata sull’ipocrisia e sui vantaggi personali, ed egli appare come un ingenuo in balìa delle trame intessute alle sue spalle, delle congetture di personaggi complicati, contraddittori, tormentati dai vizi e dai sensi di colpa. Nei suoi ‘momenti di assenza’ egli perde il contatto con la realtà, e come una mina vagante crea scompiglio, sconvolge gli equilibri, smonta le sovrastrutture.
«Io amo i bambini, preferisco restar con loro perché con gli adulti non so stare».
C’è chi lo definisce un “Don Chisciotte”, un cavaliere errante capace di tener fede ai suoi principi, di scrollarsi di dosso la realtà quando irrompe nel suo piccolo mondo, in cui vive riparato. Tutti sono attratti in qualche modo da lui, ma nessuno vorrebbe essere come lui. Che senso ha combattere contro i mulini a vento?
«La pigrizia umana è la sola ragione per cui gli uomini si guardano tra loro di traverso e non riescono a trovare punti di contatto».
Quella del principe Myshkin è un’idea di mondo migliore, egli stimola a dare l’esempio, ad agire secondo coscienza, secondo ciò che si ritiene giusto anche di fronte all’apparente follia, alla mancanza di un senso comune.

«La pietà è l’unica legge.
L’umiltà è la forza più grande.
La bellezza salverà il mondo».

Perché il principe Myshkin NON vede il mondo come lo vedono gli altri, ma lo percepisce a modo suo, con meraviglia e stupore, e ne irradia la bellezza tutt’intorno, trasformando la realtà anche di chi gli sta vicino. «Cercate dentro di voi soltanto, e troverete tutto».

Infondo, se il mondo è brutto è perché l’avete reso tale.

Il mondo che vuoi

La grande letteratura russa attraverso le opere di Aleksandr Puškin, Nikolaj Gogol’, Ivan Turgenev, Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj, racconta la realtà e le contraddizioni dell’epoca, sonda il dualismo dell’animo umano, il sottile confine tra il bene e il male, e le sue inquietudini, le sue ossessioni, le paranoie, la perdita della ragione come metafora del disagio esistenziale, della ricerca di un senso del proprio vivere in un mondo così complesso e spesso incomprensibile.

Il pensiero è la facoltà del pensare

Nella Russia imperiale, l’approccio nei confronti degli individui con disturbi mentali non si discostò molto da quella che era la tendenza dell’epoca in Italia e nel resto d’Europa: se troppo agitati, incontrollabili venivano emarginati, segregati nei manicomi e maltrattati con metodi crudeli e disumani. Erano prigionieri poiché l’obiettivo non era la cura, ma il contenimento o l’esorcismo spirituale.
Nel corso del 1800 cominciò a svilupparsi la psichiatria come disciplina scientifica, importante figura chiave fu il medico e psichiatra russo Ivan Michajlovič Balinskij che fondò la prima cattedra e la prima clinica psichiatrica in Russia (1857‑1860).
Nel 1859 egli si recò in Europa occidentale per studiare l’organizzazione degli ospedali psichiatrici e approfondire le ultime ricerche nel campo della psichiatria. Su sua iniziativa venne creato il primo reparto clinico per malattie mentali con un approccio moderno, più dignitoso e non coercitivo ai pazienti.
Durante il periodo stalinista, la psichiatria invece divenne uno strumento di controllo degli oppositori politici che venivano internati negli ospedali psichiatrici, in alternativa alla deportazione o all’esecuzione.

Sull’altra sponda dell’Atlantico, negli Stati Uniti la psichiatria si sviluppò in modo abbastanza simile a quella europea. Intorno alla metà dell’Ottocento fu l’attivista statunitense Dorothea Dix che si occupava dei malati mentali indigenti, a denunciare le condizioni disumane dei pazienti affermandosi come una delle riformatrici più importanti che promosse la costruzione di ospedali psichiatrici.
Intorno al 1930 la psichiatria divenne fortemente medicalizzata, ma spesso priva di efficacia reale: elettroshock, insulinoterapia, camere di isolamento, la lobotomia resa popolare da Walter Freeman venne praticata migliaia di volte, spesso con esiti devastanti.
Tra il 1940 e il 1950 divenne dominante la psicoanalisi freudiana specialmente nelle grandi città, metodo che tiene maggiormente conto del vissuto individuale conferendogli un ruolo determinante nello studio delle nevrosi e delle psicosi. La scoperta degli psicofarmaci agevolò la chiusura graduale degli ospedali psichiatrici statali, virando verso un’eccessiva medicalizzazione e diagnosi psichiatriche su indirizzo del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) e verso un abuso di psicofarmaci.

Non sempre quello che provi è così folle come credi
It’s Kind of a Funny Story – 5 giorni fuori

Nel corso del Novecento la visione della malattia mentale subì una regressione, dovuta in parte alla diffusione dell’eugenetica che identificava il malato di mente come un portatore di patrimonio genetico alterato, e che pertanto andava eliminato per migliorare la ‘razza umana’.

Va dato merito senz’altro a Freud per aver fornito dati utili sui rapporti tra mente e corpo, che rivoluzionarono il modo di comprendere la psiche e il comportamento umano, e alla psicoanalisi di aver rappresentato un mezzo per capire i disturbi psichici: si volle dare alla psichiatria la base psicologica che le mancava.
Così venne a delinearsi il concetto che il “malato” mentale non è colpevole, è la civiltà ad essere colpevole, e la malattia è un fenomeno culturale.

«Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?»
Il cielo sopra Berlino (1987)

L’uomo diventa nevrotico perché non può sopportare il grado di rinuncia imposto dalla società in nome del suo ideale culturale. La malattia è dunque la conseguenza di un modo d’essere sbagliato, il segno di un disagio che l’uomo sente confusamente, ne ha una certa consapevolezza, e ciò gli procura angoscia (alienazione).
La malattia mentale ha così doppiamente senso: per l’individuo come dramma della sua storia, per la civiltà intera come denuncia permanente e rivelazione del senso dei fatti culturali.

L’angoscia, l’ossessione, le fobie, l’isteria sono le forme principali di nevrosi. Disagio affettivo e sociale, tendenze suicide, disturbi del sonno e della sessualità sono altrettanti sintomi di stati nevrotici. Tutti questi sintomi sono, in definitiva, l’espressione simbolica di un dramma e di un conflitto interiori (La maleducazione sessuale).

Se la nevrosi è caratterizzata da diversi disturbi mentali, la psicosi è definita da una grave alterazione della personalità e della coscienza.
La psicosi indica tutte le gravi malattie mentali che disturbano fortemente l’esistenza psichica della persona nei suoi rapporti con se stessa e con il mondo esterno. Contrariamente al nevrotico che è dolorosamente cosciente delle sue personali difficoltà, lo psicotico ignora i suoi disturbi: isolandosi dal mondo esterno egli si rifugia in un delirio più o meno organizzato.

If you feel like you’re alone
No, no, no, you are not alone.

Se senti di essere solo
No, no, no, tu non sei solo.

Everybody Hurts − R.E.M. (1992)

I R.E.M. con questo brano desideravano rivolgersi ai ragazzi (e non solo) vittime di depressione acuta per non farli sentire soli, per incitarli alla vita in quell’alba degli anni Novanta che vedeva un grave aumento del tasso di suicidio giovanile negli USA.

Non riesco a credere che sia la mia voce. È purissima. Questa canzone ha smesso immediatamente di appartenere a noi ed è diventata di tutti. (M. Stipe)

Nel video centinaia di persone bloccate in un ingorgo uscendo dalle loro macchine, camminando insieme si fanno folla, in una nuova libertà condivisa. Una bella quanto semplice metafora dell’amicizia e della solidarietà, uniche ancore di salvezza per le anime smarrite o isolate nella solitudine.

Tratto da: Song History: ‘Everybody Hurts’ dei R.E.M. (capital.it)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *