Leader, Gregari e Teste di legno

di Francesco Di Maria
30 Giugno 2009

La personalità di ciascun individuo si forma attraverso un percorso di crescita che avviene durante l’età che molti di noi stanno attraversando, l’adolescenza. Infatti nei comportamenti che abbiamo a scuola, in famiglia, all’interno dei gruppi di amici, la personalità di ciascuno di noi si consolida.
Da questo percorso di crescita vengono fuori, secondo me, tre categorie di persone: i leader, le teste di legno e i gregari.

I leader sono coloro che riescono ad emergere all’interno di un gruppo di persone per le proprie qualità. Questo tipo di soggetti possono classificarsi a loro volta in: individui che guardano ai propri interessi e agli interessi altrui, che alla fine sono quelli che riescono a dare un apporto maggiore per migliorare la società; e in individui che guardano solo ai propri interessi, che spesso non fanno altro che rovinare la società.

Poi abbiamo le teste di legno, persone che si fanno pilotare dai leader senza rendersi conto di ciò che fanno, cosa e perchè lo fanno e come lo fanno. Tra le teste di legno ci sono pure quelle che si credono dei leader, ma che in realtà vengono manipolate dai veri leader.
Delle teste di legno si servono i leader che guardano soltanto ai propri interessi, che spesso per ottenere dei benefici non si espongono in prima persona ma fanno esporre gli altri perchè magari non vogliono andare ad urtare equilibri precari.

Infine abbiamo i gregari, che risultano fondamentali nel percorso da intraprendere per raggiungere gli scopi ai quali puntano i loro leader. Quasi sempre i leader che guardano sia a se stessi che al bene comune sono circondati da queste persone.

Questo articolo ha lo scopo di farci riflettere per far sì che non si diventi delle teste di legno al servizio di qualcuno che guarda solo ai propri interessi, cosa che purtroppo oggi si verifica troppo spesso…

E voi come vi identificate?

Scritto da Francesco Di Maria
30 Giugno 2009

Riflessioni: Interessante proponimento che inevitabilmente porta a riflettere su quali siano i valori su cui si fonda attualmente la nostra società: onestà, lealtà, fedeltà, giustizia… o piuttosto: furbizia, opportunismo, tradimento, omertà…
Nel primo caso potremmo vivere sicuramente meglio e più tranquilli, e per quei pochi che sgarrano sarebbero subito identificati e opportunamente trattati.
Nel secondo caso ahimè, si è costretti in ogni momento a guardarsi alle spalle.

Riguardo ai veri leader: quali sono le qualità che dovrebbero avere?

La mia opinione è che in Italia non esiste proprio la cultura del leader, e nemmeno si è educati al lavoro d’èquipe.
Mi ricordo negli anni di scuola quando furono introdotti i “lavori di gruppo”, fondamentali per la socializzazione (intesa come il saper stare con gli altri, il saper lavorare, produrre insieme), facevano parte di un metodo innovativo che richiedeva un certo rodaggio, il tempo necessario per calibrare il tutto, trovare il giusto approccio. Si ha a che fare con le persone, mica con le macchine…
Il problema però nasceva, se l’insegnante stesso non era motivato e preparato ad assumere in primis il ruolo di leader, capace di organizzare e sviluppare le giuste strategie affinchè tutti fossero coinvolti.

Spostavamo il nostro banco accostandolo a quello di un altro, e così ponendoci gli uni di fronte agli altri si andava a formare una base d’appoggio per il “cartellone” su cui avremmo sviluppato la ricerca, in base all’argomento stabilito. E poi…, troppo spesso si era abbandonati a se stessi.
Nasceva quindi un parapiglia tra chi pretendeva di guidare il gruppo, ma in realtà intendeva primeggiare SUL gruppo rendendo succubi gli altri, oppure nessuno voleva prendersi la briga di farlo, così si rimaneva a guardarsi l’un l’altro senza sapere bene cosa fare. Alla fine o interveniva l’insegnante o qualcuno si sacrificava, sapendo già che il lavoro sarebbe stato mediocre.

Ho sempre creduto dovesse essere l’insegnante a sviluppare delle dinamiche, delle strategie affinchè nel gruppo si sperimentasse a turno il ruolo di leader, cosicchè ogni studente potesse prendere coscienza delle proprie capacità o incapacità ad essere leader. Del resto se un gruppo per funzionare ha bisogno di un leader, il leader a sua volta ha bisogno di un gruppo per poter operare.

Un leader non è un “capo”, non sta sopra gli altri ma ATTORNO agli altri. Un bravo leader pone le basi, dà delle direttive, usa delle strategie, svolge il lavoro CON gli altri lasciando a ognuno lo spazio per esprimersi, coordina e tiene sotto controllo l’evoluzione del lavoro in prospettiva del risultato finale.
È come in un grande abbraccio che accoglie in sè il gruppo, deve amare quello che fa, deve saper delegare e attendere perchè ognuno ha dei tempi per fare le cose, ma anche spronare quando, e se, necessario.
A mio avviso è il leader che deve modellare sugli altri il proprio agire, ma è necessario che gli altri a loro volta riconoscano in lui o in lei il ruolo di leader, ne abbiano rispetto e fiducia, e allora va che è una meraviglia, e tutti scopriranno di potere e sapere fare ciò che credevano impossibile.

Purtroppo nel nostro paese si giunge a questo ruolo non tanto per il merito ma per altri motivi che, sappiamo bene, esulano dalle capacità. Allora si è diffidenti, si creano competizioni, si scatenano invidie, gelosie, domande impertinenti: «perchè lui si e io no?» se poi si rivela un incapace ahimè… si innescano delle mine «perchè il lavoro lo devo fare io e poi quello si prende il merito?», a volte anche dispetti.
Non è un lavoro di squadra quando c’è qualcuno che comanda e gli altri che subiscono-ubbidiscono – l’autorità e i sudditi – non si lavora bene in questo modo.
Occorre essere autorevoli, sapere bene quello che si vuol raggiungere e porre gli altri in condizione di farlo, insieme. Non devono sentirsi obbligati a fare qualcosa da cui non trarranno alcuna soddisfazione, ma far sì che nasca in ognuno la voglia di fare, l’entusiasmo che diventa bisogno. Il leader deve agire indirettamente.

Pertanto è più una questione di cultura e di educazione, e aprendo una parentesi sulla donna, oso dire, che potenzialmente è portata ad essere un buon capo perchè in genere è abituata a coordinare più cose insieme, a farle funzionare in qualche modo, è elastica, si sa adattare ed è abituata a guardare oltre, a lungo termine. Il problema è che la donna spesso non viene considerata in tal senso, e non viene educata ad essere un possibile leader, ma piuttosto a un ruolo subalterno a quello maschile. Pensiamo a quel detto: “dietro a un grande uomo c’è spesso una grande donna”…
La donna che ha qualità per essere un leader, per non attirare negatività spesso preferisce stare in secondo piano ed agire indirettamente, che poi è proprio quello che dovrebbe fare un vero leader…

Purtroppo succede che se la donna ha l’occasione di diventare un capo, spesso assume il modello maschile; e mentre l’uomo autoritario viene visto come un capo, la donna autoritaria è considerata dispotica, perchè dalla donna ci si aspetta sempre qualità come la dolcezza, la comprensione, il savoir-faire…
Va detto poi che se la donna vuol far qualcosa deve fare le capriole, qualche gioco di prestidigitazione e avere pure il dono dell’ubiquità, per attendere a tutti quei ruoli che ci si aspetta da lei, sperando [ironia] che non si metta in testa di fare qualcosa di nuovo o di diverso…

Mi è capitato spesso di ripensare a una trasmissione che ho visto in TV negli anni Settanta, in cui un maestro oltre a organizzare i lavori di gruppo, portava fuori i suoi ragazzi “in passeggiata” ad apprendere direttamente dalla natura, in città; e ciò avveniva in tempi in cui la scuola era piuttosto rigida e si usciva assai di rado.
Finalmente grazie al web e ai navigatori che lo hanno individuato, ho potuto appurare che si tratta di Diario di un maestro, uno sceneggiato televisivo diretto da Vittorio De Seta che andò in onda nel 1973 in 4 puntate. Segnalo (senza alcun tornaconto) che è disponibile su Rai Play.

Il soggetto è tratto dal libro autobiografico “Un anno a Pietralata” dello scrittore e insegnante italiano Albino Bernardini, che mette in luce la passione e la vocazione per l’insegnamento di un maestro alle prese con ragazzi “difficili” delle borgate romane, con famiglie che disattendono l’obbligo scolastico dei figli, e la burocrazia scolastica fredda e distaccata, più attenta all’apparenza che alla sostanza, e i colleghi preoccupati più per la propria tranquillità, tanto da formare assurdamente le “classi speciali” con gli alunni più difficili. E ciò accadeva non solo a Roma.

In passato i ragazzi “difficili” spesso finivano in case di correzione, (così come i matti finivano in manicomio, gli orfani in istituto, gli spastici o i deformi in cottolengo o, peggio, esibiti come fenomeni da baraccone…); essendo separati dalla famiglia e dalla società, privati degli affetti necessari, si aggravavano inevitabilmente le loro difficoltà.
Una situazione ritenuta pericolosa. Si sosteneva essenziale più che la correzione, la rieducazione di questi ragazzi in un ambiente più adatto e qualificato, con un approccio personalizzato più che collettivo, che non escludesse la famiglia e prevedesse il reinserimento nella società. Si trattava quindi di intervenire sulla base delle teorie psicoanalitiche freudiane che si andavano affermano nei primi anni del Novecento, sulla personalità dei ragazzi, e più specificatamente su: l’Es, l’Io e il Super-io.

Certo non aiutava affatto il modo rigido e impersonale con cui la scienza medica classificava e definiva i soggetti in difficoltà. Ricordo ancora alla fine degli anni Settanta la discussione in classe che seguì alla lettura dei testi sui ragazzi “difficili”, uno di Hans Zuligher e l’altro di Franco Bernocchi, e lo sgomento che provammo nell’apprendere gli schemi, i termini e le associazioni che vi erano riportati e che erano abitualmente usati a quel tempo, con una certa disinvoltura direi.
Si distinguevano:

1. gli oligofrenici (deboli di mente)
a) i mongoloidi, deboli di mente con ritardo di crescita
b) i cretini, deboli di mente, con nanismo, imbecillità provocata da insufficienza tiroidea
c) gli idioti: deboli di mente del più alto grado, con debolezza congenita o acquisita nei primi anni di vita, sviluppo intellettuale inferiore
d) gli imbecilli: debolezza congenita o precocemnte acquisita, una volta adulti la loro età mentale è paragonabile a quella acquisita normalmente all’inizio dell’età puberale
e) i deboli: forma più benigna di debolezza mentale e di imbecillità, deficienza congenita o acquisita molto presto con uno sviluppo intellettuale inferiore a quello che si raggiunge a 18 anni.

2. gli anormali psichici, coloro che sono più o meno colpiti da alienazione: psicopatici, psicotici, deboli morali, epilettici, neurotici

3. gli esseri antisociali:
a) i criminali, oltre ad essere asociali sono affetti da devianza (non si adattano alle regole di vita), il loro destino è il carcere che in genere peggiora i loro disturbi psichici
b) i traviati: a causa di un’educazione troppo indulgente o della miseria
c) i dissociali: grado più lieve di mancanza di socievolezza.

Da ciò si può forse capire l’origine di certi stereotipi e pregiudizi duri a morire…

Ma che cos’è un debole di mente? Debolezza mentale è dizione vaga. Si ricorse così ai test per misurarla secondo il metodo Binet e Simon per stabilire il quoziente intellettivo (QI), un numero che decide forse con troppa facilità il destino di un ragazzo.

Lo stesso inventore del metodo scrisse: «Malgrado la grande apparenza di precisione, il numero non è che un brutale risultato, di cui ci si può servire solo dopo aver stabilito non solo il suo significato, ma anche la sua interpretazione. Non si può paragonare questo metodo di misurazione a una bilancia di stazione».

E i test secondo H. Wallon: «Non possono circoscrivere tutta l’intelligenza. L’intelligenza, la personalità, l’ambiente sono realtà che si incastrano l’una nell’altra, fino alla saturazione reciproca».

(Enciclopedia della Psicologia diretta da Denis Huisman – Trento Procaccianti Editore, 1973)

L’intelligenza e fasi di sviluppo

Più che di debolezza, si passa quindi a usare il termine ritardo mentale, in riferimento alla compromissione delle abilità che solitamente si sviluppano durante il periodo evolutivo.
I difetti intellettivi rilevati attraverso i test e il calcolo del QI portano comunque a una classificazione in: ritardati, deboli lievi, deboli di media gravità, deboli gravi, addestrabili, irrecuperabili.
Sono difetti considerati come fattori che ostacolano il rendimento scolastico e il comportamento sociale degli alunni che in genere la scuola escludeva.
È evidente che l’avvenire dei bambini/ragazzi così classificati risultava compromesso in partenza, un criterio di valutazione inquietante in una società dove la legge dell’efficienza diventa sempre più rigida.

Già ai primi del Novecento si discute e si avvia qualche esperienza di scuole o classi speciali per tardi di mente e ripetenti. Ma è con la legge n. 1859 del 31 dicembre 1962, con cui viene promulgata l’istruzione obbligatoria e gratuita della scuola secondaria di primo grado (scuole medie), che in Italia, cito, “possono essere istituite classi differenziali per gli alunni disadattati scolastici” (art. 12).
Successivamente con il decreto del presidente della Repubblica n. 1518 del 22 dicembre 1967 (art. 30), si attesta che gli alunni con disabilità fisiche, mentali o con disturbi di apprendimento o problemi di socializzazione sono indirizzati alle classi differenziali o alle scuole speciali.
Le classi speciali e differenziali vengono abolite in seguito all’adozione della figura dell’insegnante di sostegno (1977), il cui ruolo è quello di favorire l’integrazione in classe dell’alunno con disabilità.

Disadattamento, movimenti non ben controllati, scorretti, dislessia e disortografia, mancinismo sono considerati difetti psico-motori. Disadattato è considerato anche l’immigrato che pur non avendo difetti intellettivi ha difficoltà di integrazione, e vista l’allora forte immigrazione verso il nord Italia le classi differenziali sorgono un po’ ovunque.
Si è ormai consapevoli dell’importanza fondamentale di individuare i deficit dello sviluppo più precocemente possibile, sensibilizzando genitori ed educatori alla conoscenza e all’osservazione dello sviluppo psicomotorio del bambino fin dalla prima infanzia: esiste, infatti, una stretta relazione tra lo sviluppo della psiche e quello motorio nei primi anni di vita.

Lo sviluppo della personalità umana

Piuttosto di ritardo, si parla ora di disabilità intellettive che vengono considerate come uno dei disturbi del neurosviluppo. Per stabilire i livelli di gravità del disturbo non si fa più riferimento al punteggio del QI ma a diversi ambiti dello sviluppo psichico, e si punta in genere a intervenire con un percorso psicoterapeutico-riabilitativo.

Non è da confondere con la malattia mentale, difatti la maggioranza di chi soffre di disturbi mentali non presenta disabilità intellettiva.

La scuola pubblica più che a selezionare deve puntare a far sì che ogni alunno sviluppi ed esprima le proprie capacità, e attraverso un insegnamento personalizzato renda possibile rimuovere superando gli svantaggi iniziali personali e sociali. Occorre investire, investire, investire in questa sfera che sta alla base della futura società italiana, e soprattutto credere, accettare e assecondare i cambiamenti.

Da più di cento anni in Italia, nel mondo la scuola si fa in questo modo, e ora dobbiamo sentirci dire che è tutto sbagliato.

Quanti giovani insegnanti con la voglia di fare ancora oggi si sentono dire: «qui le cose funzionano così…»

Leda

Diario di un Maestro – Intervista ai protagonisti 1975