L’arte della porcellana

L’uomo fin dalla preistoria si è servito dell’argilla, roccia friabile di cui è costituito normalmente il terreno, che impastata con acqua e fatta seccare al sole serviva per fabbricare recipienti. Furono resi poi più resistenti con una rudimentale cottura a fuoco (terracotta), meno porosi rivestendoli, e più belli decorandoli.
L’arte della ceramica ha origini molto antiche, i primi frammenti di vasi furono riscontrati in Asia orientale risalenti circa al 18.000-20.000 a.C, prima in Cina, poi in Corea e in Giappone.
Mentre la creazione della porcellana è in Cina che trova le sue origini.

La porcellana cinese

Le prime porcellane si ritiene risalgano alla dinastia imperiale Han che governò la Cina dal 206 a.C. al 220 d.C., vennero poi perfezionate durante la dinastia Tang (618-907).
I vasai Tang producevano le ceramiche “tre colori”, sia come pezzi di vasellame (sancai) sia come statuette funerarie (yong) le cui decorazioni erano policrome: il giallo era ricavato dall’ossido di ferro, il verde era dato dall’ossido di rame, il viola dal manganese. Venne poi introdotto il blu ottenuto dall’ossido di cobalto che proveniva dal Medio Oriente e trasportato lungo le nuove rotte commerciali che attraversavano l’Asia centrale.

Occidentale su cammello

Le ceramiche sancai viaggiando lungo la Via della seta, che si sviluppò grandemente sotto la dinastia Tang, furono fonte di ispirazione per le ceramiche siriane, cipriote e italiane dal XIII fino a metà del XV secolo.

A partire dal X secolo in Cina si ebbero notevoli progressi riguardo la qualità e le tecniche usate, dalle quali deriva in gran parte la fama delle porcellane dell’epoca Song (960-1279).
Dalla metà del secolo successivo la tecnica si affinò a tal punto da rasentare la perfezione, specie per le produzioni più antiche come i celadon realizzati nelle fornaci di Yaozhou nella provincia settentrionale dello Shaanxi.
Giare e vasi accompagnavano i morti nelle loro tombe fin dall’XI secolo a.C..

Fu la fornace di Yaozhou attiva tra l’VIII e il XIII secolo a rivoluzionare la produzione di porcellane del genere celadon, particolarmente famose sia per i ricchi effetti della decorazione con intaglio poco profondo, sia per il caratteristico colore che va dal grigio-verde al verde-azzurro, simile al colore della giada, una pietra tra le più preziose per i cinesi: quintessenza ideale della creazione, che il dio delle tempeste trasse dall’arcobaleno, dotata di virtù magiche e curative; veniva estratta prevalentemente in Birmania e trasportata per mare fino a Canton.

Le fornaci di Jingdezhen erano e sono il più grande centro di produzione della porcellana cinese. A Jingdezhen, una città che prima della dinastia Song era nota come Changnan, che si trova nella provincia meridionale del Jiangxi, vi si producevano le porcellane qingbai dal colore bianco con sfumatura blu-verdasta e le ceramiche cizhou, una varietà di grès di colore in genere grigio o camoscio.

Esercito di terracotta

Nei pressi della città di Xi’an, capoluogo dello Shaanxi, si trova il celeberrimo Esercito di terracotta del primo Imperatore della dinastia Qin, lo stesso che volle costruire la Grande muraglia cinese, una dinastia che regnò tra il 260 e il 210 a.C.. È un’armata di creature guardiane della tomba dell’imperatore Qin Shi Huang, sono più di seimila statue sepolte, che furono scoperte casualmente nel 1974 da un gruppo di contadini cinesi mentre stavano scavando il terreno per trovare un pozzo d’acqua.
L’Esercito di terracotta è parte di un complesso sepolcrale: il Mausoleo dell’imperatore Qin Shi Huang che dal 1987 è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

Nelle successive dinastie Yuan, Ming e Qing viene a contraddistinguersi un nuovo stile con la produzione delle porcellane qinghua tipicamente decorate in bianco e blu cobalto, molto richieste in tutta l’Asia e in Europa.

Nel periodo Yuan (1271-1368) sulle porcellane appaiono ricchi decori ispirati alla natura dipinti con fantasia: fiori di tutti i generi e animali reali o mitici, come draghi e fenici.

Nell’epoca Ming (1368-1644) che è considerata l’età d’oro della porcellana «blu e bianca» che viene ampiamente esportata, prende piede il “Bianco di Cina”, una porcellana pesante, liscia, omogenea, immediatamente riconoscibile per l’aspetto morbido, lucente e di un bianco simile all’avorio. Il suo candore la rende adatta alla produzione di figure religiose e oggetti devozionali, oltre che di vasi, tazze e teiere e statue di gran pregio.
Le porcellane “Bianco di Cina” erano e sono tuttora prodotte quasi esclusivamente nelle fornaci di Dehua nella provincia meridionale del Fujian, considerato uno dei principali centri di esportazione della ceramica.

Sempre dell’epoca Ming è il vasellame dal tipico colore rossastro realizzato con l’argilla di Yixing città della provincia orientale di Jiangsu. I vasai che usavano l’argilla locale “zisha” (argilla viola), intorno al XV secolo iniziarono a produrre le tipiche teiere Yixing considerate ottime per la preparazione del secondo il metodo tradizionale. La loro superficie volutamente non smaltata ha la proprietà di assorbire il sapore del tè, conservandone il colore e l’aroma originale. Le teiere Yixing sono così apprezzate da essere utilizzate ancora oggi.
Tipica di questo periodo è anche la produzione di porcellana policroma, in particolare i wucai (cinque colori), che prosegue per tutta la dinastia Qing.

Nell’epoca Qing (1644-1911), l’ultima dinastia imperiale della Cina, le tecniche e i decori si fanno via via sempre più elaborati producendo una varietà di stili diversi di porcellane, il cui commercio ebbe un notevole sviluppo.
Le sperimentazioni dei vasai Qing portarono alla creazione di porcellane con brillanti invetriature monocrome di colore giallo, verde, rosso, blu. Il blu cobalto venne raffinato fino a raggiungere una perfetta limpidezza e denominato “blu zaffiro”.
La varietà della cosiddetta “famiglia verde” caratterizzata da decori policromi accostati a smalti traslucidi, chiamata yingcai (“colori duri”), ha come colore predominante il verde.
Intorno al 1700 le porcellane della cosiddetta “famiglia rosa”, chiamate fencai (“colori polverosi”) o ancora yangcai (“colori stranieri”), si distinguono per essere estremamente fini ma al contempo molto dure, in cui preponderante è il colore rosa. Molto apprezzate in Europa, erano prodotte prevalentemente per l’esportazione gestita dalle Compagnie delle Indie orientali.

L’influenza della ceramica cinese fu molto importante nello sviluppo delle tecniche e degli stili in Corea, in Giappone e in Europa.

La ceramica coreana

La ceramica coreana cominciò a ispirarsi a quella cinese durante l’occupazione di una parte della Corea da parte della Cina dal 108 a.C. al 313 d.C., ebbe così modo di integrare al proprio stile originale alcune particolarità proprie della dinastia Han.

Nell’epoca dei Tre regni di Corea (57 a.C.- 668 d.C.) si ebbe un rinnovamento delle ceramiche, circa la forma e lo stile (cavaliere armato nella foto) con colori semplici durante il periodo Silla (668-935), e raffinatissimi celadon nel periodo Goryeo (918-1392). Infine il periodo Baekje (18 a.C.- 660 d.C.) si caratterizzò per la porcellana bianca coreana (baekja), che dominò nelle epoche successive, e per la ricerca di purezza e di stili propri.

Nel periodo Joseon (dal 1392 al 1910), che è considerata l’età d’oro della ceramica coreana, gli stili principali sono: il celadon talvolta con motivi buddhisti, fiori di loto e salici, il buncheong (nella foto) una forma di ceramica in grès, la porcellana bianca semplice ed elegante priva di eccessive decorazioni in linea con i valori neo-confuciani di austerità e purezza, la porcellana “blu e bianca”, e le decorazioni incise, stampate o dipinte.
In Corea i principali centri storici ceramici sorsero in regioni come Gangjin (Jeolla del Sud) per il celadon, e varie località nel regno di Joseon per la porcellana bianca.

La ceramica giapponese

La ceramica giapponese è una forma d’arte millenaria, che entrò in contatto con quella cinese e coreana già nel IV secolo, durante il periodo Kofun (circa dal 301 al 400). Ma è dal periodo Asuka e Nara (538-794) che evolve con stili più raffinati e forme più eleganti, caratterizzandosi per il profondo legame con la cultura e le filosofie giapponesi, come lo zen e il wabi-sabi (concetto estetico che celebra la bellezza dell’imperfezione, della transitorietà e del naturale ciclo della vita).

Nell’epoca corrispondente al periodo Kamakura e Muromachi (1185-1573), le ceramiche diventano più funzionali, prodotte per scopi sia domestici che religiosi; si inizia a realizzarle secondo la tecnica raku che le rende naturali, dalle forme irregolari, ‘imperfette’, che ben si allineano alla visione del wabi-sabi, e adatte per la cerimonia del tè.
Nel periodo Muromachi si afferma anche una singolare tecnica di restauro: il Kintsugi.

Il Kintsugi è l’arte di riparare la ceramica rotta, non nascondendo le linee di rottura ma al contrario impreziosendole con polvere d’oro. Diventano così parte della storia dell’oggetto, rendendolo unico e prezioso.
Come unico e prezioso è ogni essere umano, con le sue ferite e le sue cicatrici che esperienze difficili o dolorose hanno lasciato. Metafora della vita, simbolo della fragilità e dell’impermanenza, espressione della forza interiore.

Il periodo Edo (1603 – 1868 d.C.) è il più fiorente per la produzione della porcellana, in particolare nella città di Arita sull’isola di Kyūshū, dove si svilupparono due stili diversi:
le porcellane Imari, generalmente dipinte con smalti di colore blu cobalto e rosso ossido di ferro su sfondo bianco, con decorazioni di piante e temi floreali (nella foto);
le porcellane di Kakiemon, molto raffinate con colori a smalto verde e rosa oltre al blu e rosso, mentre il fondo è sempre bianco e predomina sui disegni asimmetrici più circoscritti.
Nella provincia di Satsuma si produceva una raffinata porcellana craquelé (con una fine rete di sottili crepe sulla superficie), con sfondo avorio e decorazioni complesse e sofisticate, policrome con dettagli in oro, che diventarono molto popolari durante il periodo Meiji (1868-1912) e molto richieste in Europa.

Nel XIII secolo, della porcellana cinese ne parla Marco Polo ne Il Milione, egli entusiasta ne descrive la creazione, superando l’errata convinzione che s’impastasse con la polvere delle “conchiglie porcellane”, nome dato anticamente a numerose specie di Molluschi del genere Cypraea, la cui conchiglia lucida usata per lavori ornamentali era anche una forma di moneta usata in varie parti d’Oriente.

“Di due principali sostanze si compone, che i Cinesi appellano Pe-tun-se, e Kau-lin: or secondo le indagini le più accurate de’ recenti naturalisti, il petunse è sorta di felspato bianco, che trovansi in masse cristallate, laminose, frangibili, ch’è sostanza di sua natura fusibile. Il caolino poi è un felspato, che dissolvendosi si permuta in ispecie d’argilla, e per tale trasmutazione si rende infusibile”.
Marco Polo − Il milione (1827)

Pare che la porcellana fosse già conosciuta dagli arabi, giunta attraversando le rotte commerciali terrestri della Via delle Spezie, della Via della Seta, della Via del Sale, oppure trasportata con i ricchi carichi che le navi cinesi portavano fino ai porti del Golfo Persico e del Mar Rosso. Le prime porcellane cinesi dunque arrivarono in Europa intorno al XVI secolo attraverso la Persia, l’Egitto, Costantinopoli e Venezia, definita oro bianco era considerata una merce preziosa e divenne oggetto di lusso per le Corti, che per secoli cercarono invano di replicarne il segreto.

La porcellana europea

Rimasta a lungo celata entro i confini della Cina, l’arte della porcellana affascinò a tal punto gli europei da indurli a cimentarsi in una lunga ricerca per carpirne i segreti della sua fabbricazione, cercando di imitare e poi perfezionare la qualità. Nel corso del tempo la produzione di porcellana si affinò, e in molte nazioni sorsero importanti centri di produzione.
Nella Firenze del Cinquecento i laboratori di alchimia di Francesco I ‘de Medici riuscirono a ottenere una porcellana a pasta tenera (mentre quella della Cina era a pasta dura) decorata in turchino, con parti a rilievo. Tra il 1600 e il 1700 i tentativi si moltiplicarono riuscendo a produrre una porcellana sempre a pasta tenera: a Delft in Olanda, a Rouen, a Saint-Cloud e a Chantilly in Francia, a Chelsea e a Bow in Inghilterra.

A Meissen (Meißen) in Sassonia, l’alchimista tedesco Johann Friedrich Böttger nel 1709 trovò una formula per produrre una porcellana a pasta dura simile a quella cinese per trasparenza e lucentezza, con l’aggiunta un’idonea argilla bianca, il caolino. Nel 1710 venne fondata la Manifattura di Meissen che divenne celebre, ma i segreti della sua produzione di porcellana dura presto si diffusero, e nuove manifatture sorsero in Germania, negli altri Stati del Sacro Romano Impero e nel resto d’Europa.

In Francia, la Manifattura di Vincennes che produceva la porcellana a pasta tenera, nel 1756 per volontà di Madame de Pompadour, la favorita del re, venne trasferita a Sèvres dove nel 1768 si cominciò la produzione della porcellana a pasta dura. Sostenuta dalla famiglia reale con il titolo di Manifattura reale di Sèvres, si dedicò alla produzione di pezzi finemente decorati e smaltati in oro, che si rivolgevano alle classi privilegiate. Re Luigi XV si fece ambasciatore della qualità della porcellane di Sèvres, famosa per i suoi colori intensi e brillanti e per la finezza dei suoi smalti. Ulteriore prestigio e valore conferirono le decorazioni in oro zecchino (oro puro) alle porcellane di altissimo livello per i pezzi da collezione o regali di corte.
Dal 1771 altre fabbriche francesi si occuparono della produzione di porcellana dura nella città di Limoges e dintorni, dove nel 1767 era stato scoperto un giacimento di caolino.

In Inghilterra la porcellana prodotta, nota come Bone China o porcellana inglese si caratterizza per l’aggiunta di cenere d’osso nella formula, sostituendo parte del caolino. Ciò la rese una porcellana molto raffinata, di colore bianco brillante e traslucido, molto resistente pur essendo sottile. La Bone China venne sviluppata nei primi anni del 1790 nella contea di Staffordshire, con una produzione in gran parte localizzata nella città di Stoke-on-Trent. Intorno al 1815 fu adottata da tutte le principali fabbriche inglesi e fino alla seconda parte del 1900 è stata prodotta quasi esclusivamente nel Regno Unito.

La formula della porcellana era un segreto tecnico gelosamente custodito dalle manifatture europee del XVIII secolo, alle quali veniva spesso concessa una “privativa sulla produzione di porcellane”. Era una concessione spesso reale o papale, un privilegio che garantiva: la protezione del segreto, incentivi economici, sostegno all’innovazione e alla qualità, diritti esclusivi per produrre e vendere porcellana garantendo un monopolio sul mercato.
La produzione della porcellana spesso veniva contraddistinta da un marchio proprio esclusivo della manifattura, che ne garantiva origine e autenticità.

In Danimarca a Cope­naghen fu il chimico Frantz Heinrich Müller nel 1775 sotto la protezione della corte danese a fondare la Royal Copenhagen, una manifattura di porcellane che divenne celebre per l’eccellenza artigianale. I primi pezzi furono prodotti per la Corte come servizi da pranzo con decorazioni blu cobalto su sfondo bianco. Diventarono un segno distintivo della manifattura danese le decorazioni Musselmalet (Blue Fluted, in inglese), un decoro in stile floreale, esile, vagamente geometrico e spiraliforme, che ricorda le volute della filigrana.
Quattro anni dopo trovandosi in difficoltà finanziarie, la manifattura venne rilevata dalla casa reale e rinominata Regia fabbrica di porcellane, alla quale fu commissionato nel 1790 un servizio di porcellane di lusso: la celeberrima Flora Danica, un prezioso servizio da tavola con bordi dorati e decorato con soggetti della flora danese dipinti rigorosamente a mano, tratti dalle illustrazioni della “Flora Danica” la monumentale enciclopedia di botanica ideata e curata dal botanico Georg Christian Oeder, pubblicata nel 1766 essa raccoglie e documenta le piante di tutto il regno danese. Era intenzione della famiglia reale recare in dono le raffinate porcellane, ancora oggi simbolo di prestigio, all’imperatrice Caterina II di Russia, la quale però morì nel 1796 e la produzione fu interrotta nel 1802.
Nel 1853 sempre a Copenaghen venne fondata la manifattura Bing & Grøndahl, dal nome dei fondatori, che divenne famosa per le sue creazioni in porcellana, come gli originali piatti di Natale e il Servizio dei Gabbiani, uno dei servizi più popolari della Danimarca.

Nella Russia degli zar, fu Elisabetta Imperatrice di Tutte le Russie, figlia di Pietro il Grande, a voler creare una produzione nazionale di porcellane. Nel 1744 venne aperta una manifattura nella cittadina di Oranienbaum, nei pressi di San Pietroburgo, denominata Opificio di Stato per la porcellana che fu affidata al chimico russo Dmitrij Vinogradov, dando così avvio alla produzione di porcellane russe.
Nel 1765 durante il regno dell’imperatrice Caterina II, l’opificio prese il nome di Manifattura imperiale della porcellana e lavorò su commissione quasi esclusivamente per la corte dei Romanov. Le porcellane raggiunsero una qualità elevata e la Manifattura imperiale si consolidò come una delle principali produttrici di porcellana di alta classe in Europa.
Granduchesse e zarine possedevano servizi di raffinate porcellane, decorate con motivi floreali, animali, personaggi e paesaggi russi dipinti a mano, che davano lustro alle tavole nei palazzi imperiali. Simbolo di prestigio, venivano commissionate per doni di Stato o da porre accanto alle collezioni d’arte straniere nel Palazzo d’Inverno e nelle residenze estive, come quelle che si affacciano sul Golfo di Finlandia, ampia insenatura orientale del Mar Baltico, riconosciute Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO:
la Reggia di Oranienbaum commissionata dal Principe Menshikov, il più stretto consigliere di Pietro il Grande, che dopo la sua morte restò ai Romanov come residenza estiva, famosa per il vasto parco e la palazzina cinese, espressione della grande passione delle zarine per l’arte e la cultura orientale,
la Reggia di Peterhof considerata tra le residenze imperiali più lussuose e grandiose, voluta da Pietro il Grande come la “Versailles russa”, con i suoi spettacolari giardini, le magnifiche fontane e le immense aree verdi con boschi e laghetti.

Dopo la Rivoluzione del 1917 che pose fine all’Impero zarista, il potere passò nelle mani del Regime sovietico che per cancellarne il ricordo rinominò le città, e così la città di Oranienbaum nel 1948 divenne Lomonosov, in onore del grande scienziato russo Mikhail Lomonosov. Pertanto quella che fu la Manifattura imperiale, nel 1950 divenne la Fabbrica di porcellana Lomonosov che continuò a produrre malgrado le difficoltà, mantenendo viva la tradizione della porcellana russa.
Le porcellane Lomonosov sono apprezzate per il colore blu intenso, le decorazioni in oro e il motivo inconfondibile del “кобальт сеть” (rete di cobalto) ossia un reticolo blu cobalto, uno stile di decorazione molto famoso che vanta pezzi d’epoca e riedizioni di lusso.

Oltre alla manifattura imperiale in Russia sorsero altre fabbriche di porcellana che svilupparono un artigianato originale. Come lo Gžel’, uno stile che prese il nome dall’omonimo villaggio situato nell’Oblast’ (regione) di Mosca, dove le porcellane venivano prodotte dal 1802 caratterizzandosi per il disegno blu cobalto su fondo bianco, con motivi floreali e scene di vita rurale.
Dalla seconda metà del XIX secolo nella pittura di Gžel’ al disegno blu su fondo bianco si aggiunsero i contorni dorati, e l’assortimento di prodotti in porcellana si arricchirono producendo anche recipienti e utensili per la cucina, statuette, giocattoli, molto apprezzati dalla borghesia emergente moscovita.

La privativa sulla produzione nel XIX secolo, con l’evoluzione della produzione industriale e la decadenza dei monopoli, iniziò a declinare e nuove fabbriche di porcellana si diffusero in tutta Europa, spesso senza il supporto esclusivo da parte della nobiltà o della monarchia.
In questo periodo la protezione dei diritti di produzione veniva principalmente garantita tramite brevetti industriali, piuttosto che da concessioni politiche dirette.

In Italia la prima fabbrica a produrre porcellana dura fu una storica manifattura veneziana fondata nel 1720 da Giovanni Vezzi, patrizio veneziano, che poté contare solo sul supporto del padre. Rimasta attiva fino al 1727, della produzione Vezzi sono rimasti pochi esemplari.

Maggior fortuna ebbe la manifattura di Doccia, nei pressi di Sesto Fiorentino, nata nel 1735 per volontà del marchese Carlo Ginori. La fabbrica fiorentina si distinse per la raffinatezza delle sue maioliche e le porcellane a guscio d’uovo che divennero note in tutta Europa. Nel 1896 la Manifattura Doccia dei Ginori venne acquisita dalla Società Ceramica Richard di origine lombarda assumendo la denominazione Società Richard-Ginori.

Ma la più conosciuta in tutto il mondo è la porcellana di Capodimonte, apprezzata per la sua qualità, la raffinatezza e la bellezza delle sue decorazioni.
La Manifattura di Porcellane di Capodimonte venne fondata a Napoli nel 1743 sotto il patrocinio della dinastia borbonica del ramo italiano, presso la famosa Reggia di Capodimonte, residenza estiva di Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia e della sua consorte Maria Amalia di Sassonia. Fin dall’inizio poté avvalersi del modellatore di porcellane Giuseppe Gricci, noto come “lo Scultore del Re”. Venne messa a punto una formula usando tecniche e materie prime locali, che permisero di ottenere una porcellana dura, particolarmente lucida e resistente.  A darle ancor più prestigio contribuì la bellezza delle sue decorazioni dipinte a mano e i colori dai toni morbidi ma brillanti, rifiniti con ricche decorazioni in oro.
Altri tratti distintivi della tradizione di Capodimonte sono i splendidi fiori in porcellana, con petali e foglie modellati e dipinti con particolare attenzione ai dettagli, così come i gruppi scultorei che rappresentano scene mitologiche, storiche o religiose, entrambi molto ricercati dagli antiquari e dai collezionisti. Inizialmente destinate alla corte borbonica, le porcellane raggiunsero un livello di eccellenza tale da diventare simbolo di lusso e prestigio a cui ambivano anche nobili e aristocratici, e la fama delle porcellane di Capodimonte si diffuse rapidamente in tutta Europa.

Carlo di Borbone nel 1759, asceso al trono di Spagna con il nome di Carlo III, lasciò Napoli trasferendosi con l’intera fabbrica a Madrid, dove venne fondata la Real Fábrica del Buen Retiro. A Capodimonte venne così a mancare il supporto alla produzione di porcellane, ma gli artigiani napoletani seppero tenere viva la tradizione. La fabbrica borbonica di quello che sempre sotto i Borboni, dal 1816 era diventato il Regno delle Due Sicilie, chiuse definitivamente nel 1860 in seguito all’annessione al Regno d’Italia. Ma l’arte della porcellana di Capodimonte non si fermò, sorsero nuove fabbriche e alle antiche tradizioni si unirono nuove tecniche.

A Vinovo in Piemonte nel 1776 venne avviata una fabbrica di porcellane nei locali del castello Della Rovere, che assunse particolare importanza quando nel 1780 arrivò a dirigerla il medico e chimico torinese Vittorio Amedeo Gioanetti, che lavorava sotto la committenza dei Savoia. Fu questo il periodo d’oro della porcellana vinovese, che per l’alta qualità dei suoi prodotti divenne presto nota oltre i confini del Regno Sabaudo. La produzione delle porcellane continuò nonostante l’occupazione del Piemonte da parte dell’esercito francese nel 1796. Napoleone Bonaparte nel 1798 conquistò l’intero Regno di Sardegna di re Vittorio Amedeo III di Savoia, annettendolo formalmente nel 1805 al neonato Impero Francese (1804-1914). Con la morte di Gioanetti nel 1815 la manifattura declinò negli anni fino a chiudere definitivamente nel 1818.

A livello industriale la porcellana viene impiegata con diversi fini in più settori: da quello della produzione di piastrelle, a quello sanitario (lavabi, water, bidet, cassette per acqua ecc.), per usi dentari, per usi elettrici.

Di porcellana bianca, per esempio, era la chiavetta dell’interruttore con cui si accendeva o spegneva la lampadina che pendeva dal soffitto, quando l’elettricità entrò nelle abitazioni dell’alta borghesia e dell’aristocrazia della Belle Époque. Dopo il 1880 infatti, fu possibile il graduale superamento delle lampade ad olio grazie agli scienziati come Luigi Galvani, Alessandro Volta, e Thomas Edison che resero possibile l’applicazione concreta dell’elettricità, avvalendosi nel corso del 1700 degli importanti contributi di Benjamin Franklin.
Questo tipo di interruttori negli anni Sessanta-Settanta del Novecento esistevano ancora in Italia per lo più presso le abitazioni rurali, presto rimpiazzati con quelli in plastica-ceramica.
La porcellana ha la proprietà di resistere al calore e la capacità di isolare dall’elettricità o dai campi magnetici, per questo viene impiegata anche per parti di computer e parti dei motori delle automobili.

*Nota Bene: questo post è a scopo informativo. Non è sponsorizzato e non ha fini commerciali.

 

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