Wolverine – L’immortale

WOLVERINE – L’IMMORTALE
di James Mangold

Giappone 1945 – Wolverine (Hugh Jackman) è rinchiuso in un pozzo, in una base militare giapponese. Un allarme aereo induce Ichirō Yashida (Hal Yamanouchi) a liberare tutti i prigionieri. È il 1945, pochi minuti prima dello scoppio della bomba atomica a Nagasaki, Ichirō si appresta assieme ad altri tre soldati a fare Seppuku per sfuggire ad una morte disonorevole per mano dei nemici, ma ha qualche tentennamento e in extremis Wolverine gli salva la vita, rivelandogli così la sua natura di mutante.

Secondo film dedicato a Wolverine, supereroe dei fumetti della Marvel Comics e liberamente ispirato alla miniserie a fumetti Wolverine del 1982 scritta da Chris Claremont e illustrata da Frank Miller. Si tratta di uno spin-off (opera derivata) della serie di film sugli X-Men e si colloca dopo X-Men: conflitto finale, l’ultimo della trilogia.

Dall’incubo di Nagasaki, Logan è risvegliato dalla voce di Jean Grey (Famke Janssen). Sorpreso di vederla le chiede di restare, non le farà più del male, non lo farà più a nessuno, ha fatto un voto. Ma è troppo tardi, con i suoi artigli l’ha ferita a morte; Jean ora è la Fenice, lo lascia con le parole «Non puoi nasconderti!» e dall’incubo sull’incubo Logan si risveglia bruscamente sulle montagne dello Yukon (Canada).

Vive come un eremita, lui come l’orso grizzly, ognuno per sè, ognuno marcando il proprio territorio, due esseri potenti che condividono gli stessi spazi, con rispetto secondo leggi di natura, lontani dal mondo civile.
Ma è il mondo cosiddetto civile che andrà da loro rompendo tutti gli schemi con arroganza e prepotenza, giocando a fare i cacciatori con frecce avvelenate, sfidando la legalità. E succede l’irreparabile. Logan s’infuria e trova un senso alle parole della Fenice: occorre combattere, non soccombere.

La giovane Yukio (Rila Fukushima) da più di un anno sta cercando Wolverine. Lei ha un dono, quello di saper leggere le mappe e sa quando le persone moriranno, «So che devono morire, tutti dobbiamo morire». Ha con sè una Katana, una spada che ha centinaia di anni, chiamata Danzan dal primo samurai che l’ha usata. Danzan significa separatore in giapponese, l’arma ideale per separare la testa e gli arti dal corpo.
Il suo Maestro Yashida, ora divenuto il capo di una potente corporazione tecnologica in Giappone, le ha dato l’incarico di cercare Wolverine e di consegnargli la spada che gli appartiene. Yashida sta morendo e vorrebbe ringraziare Wolverine per avergli salvato la vita nel 1945, e potergli dire addio di persona. Ma Wolverine non c’è più, è tornato ad essere Logan e non ha alcuna intenzione di tornare in Giappone.

«Tu sei un soldato e cerchi quello che cercano i soldati:
una morte onorevole e la fine della sofferenza»

A Tokio Logan trova un mondo tecnologicamente avanzato, dove la mafia giapponese, la Yakuza, è potente e si è resa protagonista di tentati rapimenti e omicidi. Nella casa di Yashida convivono modernità e tradizione, un concetto diverso da quello occidentale che vede nel tradizionalista chi si ancora al passato e rifiuta ogni cambiamento.

«Il Maestro Yashida è un tradizionalista:
un occhio al passato e un altro al futuro»

Ripulito e “disinfettato”, Logan infine incontra Yashida, il quale essendo gravemente malato è disteso su un letto supertecnologico, stile fachiro, monitorato e assistito da un’oncologa. L’attenzione di Logan è attratta da un grande dipinto.

«Quel dipinto viene dal villaggio in cui sono nato, rappresenta l’abilità e il coraggio del Clan Nero, i guerrieri Ninja. Servirono la mia famiglia per sette secoli»

Yashida ha un’idea in testa, e alle sue parole quell’idea pian piano si dipana nella mente di Logan.

«L’eternità può essere una maledizione, non è stato facile per te vivere senza tempo, le perdite che hai subito, un uomo può non avere più nulla per cui vivere, perdere ogni scopo, diventare un Rōnin, un samurai senza padrone. Io posso porre fine alla tua eternità, renderti mortale»

Yashida è interessato alla capacità di autoguarirsi di Logan e ritiene sia possibile trasmetterla da lui a un altra persona. Logan è confuso, Yashida farnetica, sembra un altro uomo.

«Sono sempre lo stesso,
non ero pronto a morire allora,
non sono pronto a morire adesso»

Egli è in grado di donargli ciò a cui un immortale anela: una vita normale, tranquilla, con degli affetti, poter diventare vecchio e morire come tutti. Ma Logan si congeda. Allora Yashida gli rivela la sua paura per la famiglia, per tutto ciò che ha costruito, del pericolo che corre sua nipote Mariko Yashida (Tao Okamoto) dopo che lui morirà, il suo tesoro, deve essere protetta.
Deciso a partire il giorno dopo Logan durante la notte ha il solito incubo, ma gli accade qualcosa, non fa in tempo a capire che cosa che improvvisamente Ichirō Yashida muore.
Al funerale comprende che i timori del vecchio Yashida sono fondati: sventa il rapimento di Mariko da parte della Yakuza, grazie anche all’aiuto della giovane Yukio. Per lei Mariko è come una sorella, anche se in realtà rimasta orfana dei genitori venne accolta dal nonno in casa loro come compagna di giochi.
A contrastare la Yakuza contribuisce anche ‭Kenuichio Harada (Will Yun Lee), amico d’infanzia di Mariko e membro del Clan Nero, che dal tetto partecipava sorvegliando la cerimonia.

Inseguiti, Logan e Mariko si rifugiano in un “treno proiettile” diretto a sud, in cui l’atmosfera è accogliente e cordiale, quasi irreale, tanto che Logan riesce a rilassarsi e a rendersi conto che il suo corpo non guarisce più come prima. Ma la Yakuza torna alla carica e dopo un combattimento da brividi sul tetto del treno, di cui Marika nemmeno s’accorge, Logan stremato la costringe a cercare un rifugio dove passare la notte. Finiscono in un hotel dell’amore per le coppie, non ci sono stanze comunicanti, per cui tra i vari nomi singolari scelgono quella de “La missione su Marte“.
Con la visione di Jean negli occhi, Logan sfinito e ferito si lascia andare perdendo i sensi. Soccorso da Mariko si risveglia in un ambulatorio, dove un giovane studente di veterinaria gli ha tolto i proiettili e ricucito tutte le ferite.

Il collegamento tra il suo diminuito potere di autoguarigione e le parole di Yashida, induce Logan a pensare che l’artefice del suo cambiamento sia stata la dottoressa oncologa, che il nonno ha conosciuto l’anno prima in America per una terapia, racconta Mariko. Ben presto si rivelerà essere Ophelia Sarkissian detta Viper (Svetlana Khodchenkova) una perfida e appariscente mutante esperta in biochimica, capace di produrre veleni e tossine. Anche lei sta cercando i due fuggitivi e ha incaricato Harada, il ninja, per trovarli.

Giunti nella vecchia casa di Nagasaki Logan viene a conoscenza del fatto che tre giorni dopo la morte di Yashida verrà letto il suo testamento, e Mariko diventerà la persona più potente del Giappone perchè è l’unica erede. Da sempre era il sogno di suo padre Shingen, ereditare la società, un anno prima aveva addirittura combinato il matrimonio tra Mariko e Noburo Mori (Brian Tee), astro nascente della politica e corrotto ministro della giustizia, un espediente per poter entrare nella scena politica. Lei non può disubbidire al padre perchè per la cultura giapponese equivale a disonorarlo.

Ma la situazione precipita…

The Wolverine
di James Mangold
USA, 2013
Genere: azione, fantasy, supereroi, avventura
Cast: Hugh Jackman, Rila Fukushima, Tao Okamoto,
Will Yun Lee, Svetlana Khodchenkova, Hiroyuki Sanada,
Hal Yamanouchi, Brian Tee, Famke Janssen,
Ian McKellen, Patrick Stewart
Sceneggiatura Christopher McQuarrie, Mark Bomback, Scott Frank
Fotografia: Amir Mokri
Musiche: Marco Beltrami
Produzione: 20th Century Fox
Distribuzione: 20th Century Fox

La produzione del film, essendo stato ambientato parzialmente in Giappone, ha subito diversi spostamenti a causa del devastante terremoto che ha colpito il paese nel marzo 2011.
Nei titoli di coda appare una scena ambientata due anni dopo in un aeroporto, che introduce a X-Men: Giorni di un futuro passato.


RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI:

Logan dice: «Ehi, grazie. Non mi era mai servito prima»
e Mariko risponde: «Cosa? Un aiuto?»

È una frase buttata lì, ma dà il senso della vulnerabilità e della solitudine di Logan che lo porta ad avere bisogno degli altri, quando invece è abituato a far tutto da solo.
In questo, come nel primo film Wolverine viene messo a fuoco come  un “eroe del buon senso” che non si fa condizionare da dogmi, da pregiudizi, da riti scaramantici, da sogni premonitori, ma pensa con la propria testa. Essendo immortale vive il presente, decidendo di volta in volta come affrontare e risolvere i problemi che gli si presentano, “senza fasciarsi la testa prima di rompersela” e senza complicarsi troppo la vita. Può apparire un opportunista sprovveduto, un egoista, un presuntuoso, ma in realtà è l’esatto contrario: non chiede nulla in cambio di quello che dà, non possiede nulla, ha dei principi ben precisi e su quelli basa il suo comportamento, la sua vita. Del resto pur avendo un caratteraccio, proprio perchè allergico a tutto ciò che cerca di plasmarlo, sa adeguarsi all’ambiente, alle situazioni e alle persone che ha intorno. Si rivela essere la persona più affidabile proprio per la sua obiettività, trasparenza e immediatezza.

Due film che ci introducono in due culture millenarie, ognuna con una sua identità ma con una comune filosofia originaria, fondata sulla saggezza e sulla sacralità della natura, nel rispetto del suo equilibrio e delle sue creature.

La prima quella dei nativi americani, popoli che sono stati sottomessi e in parte annientati per un senso di arrogante superiorità, avidità, il peggio che l’uomo possa esprimere, un folle sterminio.

L’altra è quella dell’Estremo Oriente espressa dalla tenerezza e dall’eleganza di Mariko, nella sua gestualità, nel preparare cibi “dalla montagna… dal mare…”, i rituali dell’ospitalità giapponese, la breve preghiera di ringraziamento “itadakimasu” (ricevo questo cibo e ringrazio), le sue confidenze, la cura dei particolari come la posizione degli hashi (bastoncini) che posti in verticale sul cibo sono sinonimo di un cattivo presagio, perché ricordano i bastoncini di incenso dei funerali.

“Niente è senza significato”

Ciò si contrappone alla superficialità di certa cultura occidentale, che non dà valore alle cose, ai riti e alle regole del buon comportamento civile. Uscendo dalle rigide regole della società gerarchica del passato, non si è riusciti a dar spazio alla gentilezza, a un Galateo rivisitato in forma moderna, lasciandosi andare a un’arroganza e a una prepotenza, mancando di gratitudine e rispetto verso ciò che ci è stato donato.

In ogni popolo, in ogni cultura, in ogni cosa è presente sia il bene sia il male, l’uno non esclude l’altro: accanto a chi si pone obiettivi per un’esistenza pacifica in nome della bellezza e dell’armonia, c’è chi invece sceglie l’imbruttimento nello sfruttare ogni cosa in funzione di… producendo una realtà alienante e dannatamente complicata per l’uomo stesso. Lo si vede bene nel film Seta di François Girard (2007) tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco.

«Ognuno infondo della vita vede solo ciò che vuol vedere»

L’Onore e lo sprezzo del valore della vita s’intrecciano nel film in un rituale, come quello della caccia selvaggia, irresponsabile e dissacrante del gruppo di amici, che si trasforma in tragedia.
Un atto di crudeltà e di codardia che per contrapposizione, mi ha fatto pensare a Il Cacciatore, un film molto intenso, duro, drammatico e indimenticabile diretto da Michael Cimino (1978), in cui la caccia, per quanto discutibile, mantiene un suo senso nel riconoscere una dignità all’animale.

«Ricordati: un solo colpo. Il cervo non ha un fucile,
e tu devi sparare un solo colpo. Questa è lealtà!»

Wolverine e l’orso convivono secondo le leggi della natura, ognuno rispetta lo spazio e la libertà dell’altro secondo una conoscenza che è insita nel loro essere. L’isolamento è vissuto da entrambi come una forma di difesa, ma per Wolverine è qualcosa in più, è un modo per espiare la propria colpa, un voto. Chiuso in se stesso, è bloccato dal pensiero di Jean e cerca di sfuggire alla sua natura di mutante.

Le montagne dello Yukon dove Logan  si risveglia bruscamente, è uno dei tre territori del Canada dove nell’800 a.C. circa, il vulcano Monte Churchill in confine con l’Alaska eruttò coprendo di cenere lo Yukon meridionale con uno strato ancora oggi visibile lungo la Klondike Highway. I racconti autoctoni (dei nativi del luogo) parlano degli effetti dell’eruzione e della morte di animali e del pesce.
Nello Yukon vi è il Monte Logan, la montagna più alta del Canada  con i suoi 5.959 metri.
Il capoluogo è Whitehorse, nome dovuto alle rapide di White Horse, che si dice assomigliassero alla criniera di un cavallo bianco (white horse in inglese). Le rapide scomparvero sotto al lago Schwatka in seguito alla costruzione di una diga per la produzione di energia idroelettrica che fu terminata nel 1958. La città è nota nel mondo per la competizione di corse su neve con slitte trainate da cani.

È questa l’ambientazione del romanzo Il richiamo della foresta, uno dei classici della letteratura per ragazzi, dello scrittore statunitense Jack London, lui stesso cercatore d’oro.

Come pure in Balto un bellissimo film d’animazione (1995) che si basa su una storia vera prodotto dalla Amblimation (di cui faceva parte anche Steven Spielberg).
Balto è un cane Husky mezzo-lupo che vive un profondo conflitto interiore, non accettando il fatto di essere per metà lupo e tuttavia consapevole di non essere un cane. Emarginato dalla comunità, ha l’occasione di riscattarsi salvando da un’epidemia di difterite i bambini della città di Nome, in Alaska, trasportando la medicina dalla città di Nenana attraverso una tormenta.

«Ti voglio dire una cosa, Balto.
Un cane non può fare questo viaggio da solo.
Ma, forse… un lupo sì »

È proprio dalla sua natura di lupo che Balto trarrà la forza di superare difficoltà e pericoli, e una volta accettato se stesso verrà accettato da tutti per il coraggio e la generosità dimostrati.
Il film consigliatissimo per adulti e bambini, ha avuto due seguiti: Balto – Il mistero del lupo e Balto – Sulle ali dell’avventura.

LE ZONE ARTICHE

La nostra Terra idealmente è divisa a metà dall’equatore, che è il parallelo maggiore tra i cinque principali indicati sulle carte geografiche.
L’equatore divide la Terra in due emisferi uguali:
l’emisfero boreale a nord con altri due paralleli: il Tropico del Cancro in cui il Sole culmina allo zenit un giorno all’anno (nel solstizio di giugno) e si ha l’inizio dell’estate boreale, e il Circolo polare artico;
l’emisfero australe a sud con altri due paralleli: il Tropico del Capricorno in cui il Sole culmina allo zenit un giorno all’anno (nel solstizio di dicembre) si ha l’inizio dell’estate australe, e il Circolo polare antartico.

Il Circolo polare artico circoscrive l’area attorno al polo Nord chiamata Artide la cui estensione non è ben definita, in quanto si estende su terre appartenenti a più continenti e, per la maggior parte, sull’Oceano Artico e sulla banchisa artica su di esso galleggiante.

Il Circolo polare antartico circoscrive l’area attorno al polo Sud chiamata Antartide; è un continente e comprende terre e mari per la maggior parte ricoperti da ghiaccio. Rappresenta il continente più freddo e inospitale del pianeta, le sole zone abitate sono avamposti scientifici, ma è anche la maggior riserva di acqua dolce del mondo.

In entrambe le zone polari si verificano dei fenomeni molto affascinanti:

il Sole di mezzanotte è un fenomeno astronomico che si verifica nelle regioni polari, la posizione del Sole sull’orizzonte rimane sopra di esso per periodi che vanno da almeno 24 ore (presso latitudini vicine a quelle dei circoli polari) a 6 mesi (presso i poli geografici);

l’aurora polare è un altro fenomeno che caratterizza i poli. Le aurore boreali, segnalate e descritte fin dall’antichità dai popoli dell’emisfero nord o boreale, sono fenomeni luminosi che si manifestano con una grande varietà di forme e di colori che vanno dal rosso al verde all’azzurro, rapidamente mutevoli nel tempo e nello spazio, a volte accompagnate anche da suoni che somigliano a sibili (suoni elettrofonici). In realtà sono molto frequenti anche nell’emisfero australe, per cui è più esatto chiamarle aurore polari.

Il timore dei popoli antichi verso questo fenomeno generò mitologie fantastiche. Uno dei primi a tentare di dare una spiegazione scientifica al fenomeno fu il filosofo greco Aristotele nel 4° secolo a.C.. Nella sua opera Meteorologia attribuì le aurore boreali ai vapori che da terra salivano verso il cielo. Solo a partire dai primi del Novecento, quando è stata chiarita la struttura dell’atomo, è stato possibile dare una corretta spiegazione al fenomeno e alla natura delle interazioni del Sole con la Terra.
Il nostro Sole è una stella, come tante altre nell’Universo, e al suo interno si verificano processi di fusione nucleare che liberano energia che si diffonde nello spazio circostante sotto forma di onde elettromagnetiche (luce e altre radiazioni invisibili) e di particelle elementari, per lo più elettroni e protoni (vento solare). Viaggiando alla velocità di centinaia di chilometri al secondo, le particelle arrivano in prossimità della Terra e fluiscono attorno al campo magnetico che avvolge il nostro pianeta, insinuandosi più in corrispondenza dei Poli, dove il campo magnetico è più debole e urtano contro gli atomi della rarefatta atmosfera. In seguito agli urti alcuni atomi si caricano di energia e diventano luminescenti: per esempio l’azoto emette luci bluastre, l’ossigeno verdastre. Le aurore polari sono più frequenti e intense quando l’attività solare è ai livelli massimi e quindi i flussi di particelle aumentano.

La supertempesta solare

Nel 1859 le aurore polari insolitamente fecero la loro comparsa a latitudini inusuali in seguito alla supertempesta solare, un fenomeno eccezionale che creò un certo sconcerto in quella che era la rivoluzione industriale di quegli anni, poichè compromise la linea telegrafica che rimase fuori uso in tutta l’Europa e il Nordamerica, provocando notevoli disagi e danni alle comunicazioni e ai trasporti.
La civiltà a quel tempo si riprese abbastanza in fretta, ma se un evento simile accadesse oggi avremmo blackout energetici, di comunicazione non indifferenti. Nel 1989 ad esempio il Québec canadese fu colpito da una tempesta solare che provocò l’interruzione di energia elettrica per diverse ore con relative conseguenze.
Bisogna considerare che il vento solare in concomitanza con le supertempeste solari acquista un’intensità tale, paragonabile alla forza di un uragano e può provocare grossi danni alle reti elettriche e ai satelliti artificiali, e interferire con i segnali GPS, le comunicazioni radio e persino le rotte aeree. Senza contare i rischi a cui sono esposti gli astronauti nelle navicelle spaziali.
Il naturale ciclo dell’attività solare dura 11 anni ed è stimato che tempeste di forte intensità come quella del 1859 capitino ogni 500 anni.
Grazie al miglioramento dei modelli computerizzati e alla fitta rete di satelliti per il monitoraggio del Sole, gli astronomi sono oggi in grado di prevedere con estrema precisione dove e quando colpirà una tempesta solare. Pertanto è auspicabile vengano ascoltati e si cerchi di prevenire il più possibile i danni.

L’ESTREMO ORIENTE