The Maiden and the Unicorn

A Nara, come ad Olimpia, l’Arte è lo specchio ed il motore dell’armonia ordinata del mondo, che chiamiamo cosmo o Yin Yang”.

André Malraux, Il cranio di Ossidiana


Nara – E.S. Posthumas (2001)
Le immagini sono tratte dal film Legend, 1985

Nara è un brano contenuto nell’album Unearthed, il primo dei tre composti dagli E.S. Posthumus, un gruppo musicale statunitense formatosi nel 2001 a Los Angeles e rimasto attivo fino al 2010. Reso originariamente disponibile per l’acquisto online, l’album ebbe un enorme successo, tanto che molte tracce sono state utilizzate in numerosi film e programmi TV (tra i quali la serie televisiva Cold Case della CBS a cui il brano “Nara” fa da sigla di apertura).

La grande popolarità raggiunta spinse a un’ampia ridistribuzione dell’album e a svelare la vera identità dei componenti del gruppo formato da due fratelli, Franz e Helmut Vonlichten.

Fin da piccoli i fratelli Vonlichten hanno studiato pianoforte con la madre, insegnante di piano. Entrambi appassionati di musica dopo il liceo presero strade diverse: mentre Franz si dedicava al lavoro in vari studi di registrazione, Helmut conseguiva una laurea in archeologia presso l’UCLA. Da sempre incoraggiati dalla madre a comporre, si cimentarono quindi nel loro sogno scrivendo e orchestrando questo primo album tutto da soli, fondendo in  i loro saperi.

L’album Unearthed, infatti, si compone di tredici tracce, ognuna delle quali si ispira a una città antica, abbandonata o distrutta, dai deserti del Medio Oriente, all’antica Roma, dalla civiltà Maya al Giappone. Delle tredici città solo Cuzco, Nara, Isfahan ed Estremoz sopravvivono ancora oggi.

Nara è una città del Giappone situata in un’ampia panura nell’isola di Honshū; luogo di alto interesse artistico e turistico e meta di pellegrinaggi. Nel 1998 è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Con il nome Heijō-kyō (平城京) la città venne fondata nell’VIII secolo per volontà dell’imperatrice Gemmei che nel 710 ne fece la nuova sede del governo imperiale del Giappone. Nara visse l’influenza della vicina cultura cinese, la pianta geometrica della città venne infatti modellata ad imitazione della capitale cinese Chang’an, con case e strade disposte su una griglia ortogonale; così come nelle sue espressioni artistiche visse l’influenza dei modelli figurativi cinesi e coreani e vide l’edificarsi di molti templi dedicati al culto buddhista, professato dagli imperatori che regnarono a Nara. Tra questi:
il tempio Todaiji che fungeva sia come luogo di preghiera sia come centro di ricerche delle dottrine buddiste, noto per essere la più grande costruzione in legno al mondo e ospitare una colossale statua del grande Buddha (Daibutsu) in bronzo;
il Kofukuji, un complesso templare buddhista che originariamente contava 175 edifici, tra cui la pagoda a tre piani (13° sec.) e quella a cinque piani (inizio 15° sec.).

Nel corso del tempo i numerosi templi e santuari di Nara subirono ripetute distruzioni e successive ricostruzioni di particolare importanza.
Il santuario scintoista Kasuga Taisha, fondato nel 768 e ricostruito diverse volte, è raggiungibile percorrendo un sentiero su cui sono disposte migliaia di lanterne in bronzo ed in pietra (nella foto sopra) che vengono accese due volte l’anno durante i festival delle lanterne: Setsubon (2-4 febbraio) e Obon (14-15 agosto).
Il sentiero  attraversa il Nara Kōen un parco pubblico ai piedi del monte Wakakusa istituito nel 1880, dove girano liberamente i cervi sika, che per lo shintoismo sono i messaggeri degli dei.

Una leggenda racconta che Takemikazuchi-no-Mikoto, il kami  del Santuario di Kashima, venne invitato a Nara al Santuario Kasuga Taisha e vi arrivò in sella a una bellissima cerva bianca. Da quel momento i cervi vennero considerati come dei messaggeri dei kami (divinità scintoiste) e dunque esseri sacri. In passato, chi uccideva un cervo a Nara era punibile con la pena capitale.
Oggi i cervi di Nara sono stati dichiarati “Monumenti Naturali”.

Questo animale, che in numerose tradizioni religiose è simbolo di fecondità, di rinnovo continuo della vita, dei ritmi di crescita, morte e rinascita, è un po’ il simbolo della città tanto da essere riprodotto anche sui tombini delle strade.

Il Giappone al principio, proprio per la vicinanza geografica, subì forte l’influenza della cultura cinese di cui iniziò a far propri molti elementi, compreso il sistema di scrittura, ma in seguito si emancipò.
In particolare, durante il periodo Nara (710-794) la città godette di grande prosperità, diventando un importante centro culturale e spirituale, che ha lasciato un imponente patrimonio storico-culturale. In questo periodo, mentre la maggior parte della popolazione era per lo più rurale e shintoista, le classi aristocratiche giapponesi tendevano a imitare gli usi e costumi cinesi, adottando il buddhismo.

Propria di questa epoca è una fertile produzione letteraria, per la maggior parte per opera dei kuge (gruppo di famiglie della classe aristocratica giapponese che dominava la corte imperiale), attraverso cui veniva espressa la volontà di legittimare il nuovo Stato giapponese e il ruolo dell’imperatore.
Da una parte la Prosa: i Fudoki, che descrivono la geografia e i costumi delle diverse regioni del Giappone; i Kojiki e Nihon Shoki, che avevano come scopo la glorificazione del passato “giapponese” e la legittimazione del potere imperiale (pur attingendo dai dettami del Confucianesimo, si ispiravano principalmente alla tradizione autoctona e al patrimonio ideologico Shintō).
Dall’altra la Poesia: il Kaifūsō, prima raccolta di poesie in cinese per opera per lo più di alti aristocratici; il Manyōshū (Raccolta di diecimila foglie), la più antica e famosa raccolta di poesie giapponesi che contiene 4496 poesie nelle forme poetiche in voga al suo tempo, dalla poesia lunga (chōka) a quella breve (tanka).

Tanto incantevole doveva essere Nara capitale dell’impero, che i poeti non cessavano di celebrarla nei loro canti:
«Come splendente corolla
in fiore
splendente fiorisce Nara
la capitale»
esclamava Ono no Oyu.

Fosco Maraini Ore giapponesi, 1957

 

A fare da copertina all’album Unearthed, è il dipinto San Matteo e l’angelo realizzato nel 1602 dal pittore italiano Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.
Il capolavoro fa parte del ciclo pittorico di San Matteo realizzato dal pittore, ancora oggi conservato a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi all’interno della cappella Contarelli.

L’opera fu commissionata dall’anziano cardinale francese Matthieu Cointrel (italianizzato, Matteo Contarelli), il quale dopo aver acquistato la cappella lasciò un testamento affinché venisse decorata, per commemorare il suo santo protettore, con gli avvenimenti più importanti della vita di San Matteo.
Caravaggio seguì alla lettera la storia della vocazione di san Matteo così come è raccontata nel Vangelo, e portò a termine il suo capolavoro alla vigilia del Giubileo dell’anno 1600, quando a Roma arrivarono molti pellegrini. La chiesa di San Luigi dei Francesi a quel tempo si trovava proprio lungo la via per giungere alla basilica di San Pietro.

Matteo secondo la tradizione era un pubblicano (esattore delle tasse). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”, ma veniva chiamato anche Levi.

Gesù vide Matteo seduto dietro il banco dove si pagavano le tasse. Con suo grande stupore, Gesù si fermò a parlargli. Gesù era ebreo e gli ebrei odiavano gli esattori, poiché non solo esigevano più soldi di quanto fosse giusto, ma lavoravano anche per i romani che avevano occupato il paese e lo dominavano.
Gesù gli disse: «Seguimi!». Matteo non osava credere che Gesù chiamasse proprio lui! Pazzo di gioia, saltò in piedi e abbandonò tutto per seguirlo.
Poi ebbe un’idea: voleva dare un banchetto in suo onore.
Lo comunicò al Maestro e trattenne il respiro, certo che avrebbe rifiutato. Invece Gesù sorrise e accettò. Matteo si precipitò a fare i preparativi e fu presto imbandito un enorme banchetto in casa sua.
I farisei erano ebrei molto severi nell’osservare la legge di Mosè ed erano convinti che l’unico modo giusto di comportarsi fosse il loro. Vedendo Gesù a casa di Matteo, dissero ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?».
Per caso, Gesù li udì e rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati! Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Ora i farisei erano convinti di essere i più esperti nella conoscenza delle Scritture, perciò se ne andarono infuriati.
Gesù chiamò altri discepoli, finché formò un piccolo gruppo di dodici: Simon Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo detto anche Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo figlio di Alfeo, Taddeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda figlio di Giacomo, e Giuda Iscariota.
Alcuni di questi erano presenti con Gesù a un banchetto di nozze molto speciale. Le nozze di Cana.

Tratto da: La Bibbia illustrata per ragazzi. Testo di Marjorie Newman, disegni di Michael Cood – San Paolo Edizioni,  1989

Gesù, dunque, accoglie un uomo che secondo le concezioni del tempo in Israele era considerato un pubblico peccatore. Matteo abbandonata ogni cosa, diverrà poi uno dei dodici Apostoli e un Evangelista.

Nel dipinto del Caravaggio l’angelo pare richiamare l’attenzione di Matteo su alcuni punti, mentre egli s’appresta per primo a testimoniare della vita e degli insegnamenti di Gesù, assumendo una posa che sembra sottolineare lo zelo e il tempo passato chino a scrivere.

La tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: “Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuna le interpretò come poteva” (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: “Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza” (ibid., III, 24,6).

Papa Benedetto XVI
Dall’Udienza Generale, 30 agosto 2006

Scritto in una lingua per pochi, dopo la traduzione in greco il testo di Matteo diverrà libro di tutti.

Tra ciò che caratterizza il Vangelo di Matteo vi è il costante riferimento all’Antico Testamento; egli pone i gesti e gli insegnamenti di Gesù, quale discendente della stirpe di Davide, come conferma e compimento della Legge mosaica.

Un giorno Gesù vedendo le folle salì verso il monte e pronunciò quello che è conosciuto come “Il discorso della montagna”:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che piangono, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male a causa mia, rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo…

Gesù prosegue citando ciò che fu detto agli antichi e pone delle domande, fa dei paragoni, porta a riflettere. Egli non propone una nuova legge, ma si pone a valorizzare quella di Mosè. Invita a incarnare le Beatitudini nella propria vita, ad assumere uno stile nuovo e a percorrere una via rivoluzionaria, la via dell’amore.

«Quanto dunque desiderate che gli uomini vi facciano, fatelo anche voi a essi. Questa è infatti la legge e i profeti»

Quello di Gesù è un invito a un modo nuovo di guardare alla vita e agli altri, a dare un senso a ciò che si è e si vive, ad avere una ragione per cui vale la pena vivere.
‘Beati’, in greco makárioi, significa ‘felici’. Gesù invita ad avere il coraggio della felicità, intesa come qualcosa di profondo, interno al nostro essere (non quella mondana che si compra), alla pienezza di vita, alla consapevolezza di una gioia che niente e nessuno può rapire né spegnere.


Ciclo pittorico di San Matteo: San Matteo e l’angelo,
a sinistra la Vocazione di San Matteo, a destra il Martirio di San Matteo


Anche se sono spesso nelle profondità della miseria,
c’è ancora calma, pura armonia e la musica dentro di me.

Vincent Van Gogh


Sapevo che era una questione di prospettiva. Ogni volta che la visione del mondo si rimpicciolisce, i nostri problemi o i nostri mali ci paiono importantissimi, la nostra morte orribile, impensabile. Se la visione si allarga e si riesce a vedere il mondo nella sua interezza e magnificenza, il nostro stato, pur penoso che sia, diventa parte di quella vastità, di quell’eterno, naturale arrovellarsi dell’uomo.

Per questo l’arte, quella vera, quella che viene dall’anima, è così importante nella nostra vita. L’arte ci consola, ci solleva, l’arte ci orienta. L’arte ci cura. Noi non siamo solo quel che mangiamo e l’aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato.

di Tiziano Terzani
da Un altro giro di giostra


D’in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finchè non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.

(da Il passero solitario, Giacomo Leopardi)

Non c’è niente di più magico. Finchè loro percorrono la terra, il male non può toccare i puri di cuore. Essi esprimono solo allegria e amore. Non sanno cosa sono gli oscuri pensieri.

Legend (le cui immagini nel video sono state accostate al brano) è un film fantasy del 1985 diretto da Ridley Scott, che racconta di un mondo in armonia e il sentimento puro che accomuna la principessa Lili (Mia Sara) e Jack, il figlio della foresta che comprende il linguaggio degli animali (Tom Cruise). Egli in buona fede vuole condividere con lei la rara e magica visione di una coppia di unicorni. Un animale sacro, a cui Lili non sa resistere e con il suo bel canto riesce ad avvicinare e incautamente lo tocca, inconsapevole delle conseguenze del suo gesto …
A tutto ciò assiste Blix il folletto malefico, inviato dal Signore delle tenebre (Tim Curry) alla ricerca di quelle fragili creature in cui alberga un tale potere… tanto da potervi governare l’intero universo.

«Trovale e distruggile! Ognuna di esse è incoronata con un solo corno che punta diritto verso il cielo. C’è solo un’unica esca per tanta disgustosa bontà, un’esca che non fallisce mai: l’innocenza.»

E Blix, approfittando del momento con un dardo avvelenato colpisce l’animale, strappa il corno e lo lascia a terra esanime. Tutto intorno comincia a cambiare: un vento freddo soffia vorticoso, neve e ghiaccio rivestono tutto quanto.
In quel mentre sopraggiunge Gump Mieldispino, l’elfo che sa tutto di tutto (David Bennent) e riesce a far confessare a Jack il suo errore.

«Un mortale ha posato la mano su un unicorno! Jack! Tu credi di poter sconvolgere l’ordine dell’universo e di non pagarne il prezzo?!»

Ma quello di Jack è stato un gesto d’amore, e potrà porvi rimedio solo risolvendo un enigma:

“Qual’è la campana che non sa suonare,
ma il suo rintocco fa gli angeli cantare?”

Jack è turbato da ciò che sta accadendo «A che serve un mondo chiuso in una stagione di morte?» (Gump). Il giovane figlio della foresta chiede perdono ma solo riportando al mondo l’unicorno, solo allora il mondo tornerà alla normalità. Ma ahimè, nel frattempo anche l’altro unicorno, l’ultimo della sua specie, è in pericolo. Così come la principessa Lili…

Tenebra brandendo il corno ha ora in mano il potere sul mondo. Ma ha anche un desiderio, un desiderio che lo fa impazzire…

«Ella ti affascina perchè la sua anima è pura. Per farne una di noi ammaliala, corteggiala. Muta il suo spirito, ipnotizzala, affrancala, conducila a te. Fanne una di noi

Leda

«Io sono il Signore delle tenebre,
ho bisogno del conforto delle ombre
e del buio della notte.
La luce del sole è la mia distruzione.
Tutto questo cambierà.
Stanotte il sole tramonta per sempre.
Non vi sarà mai più un’altra aurora.
»

dal film Legend


Essere puri di cuore significa vedere tutte le persone e gli eventi con gli occhi di Dio, vederli con “gli occhi del cuore” (Ef 1,18). Allora la gioia è quella di essere trasparenti, di non dover impiegare il tempo a organizzare la “maschera” con la quale desideriamo apparire agli altri ed essere da loro conosciuti. È la gioia di capire che l’altro è altro, è un dono di Dio, è un fratello o una sorella, e che io accetto di non mettere le mani su di lui o su di lei, di non possederli, sfruttarli, strumentalizzarli.

di Enzo Bianchi – Le Beatitudini, promessa e programma