Scienza e Religione

Un disorientamento comprensibile caratterizzò questo periodo storico, proprio nel momento in cui per la prima volta la Scienza sembrava scardinare ulteriormente le certezze vittoriane, con la teoria dell’evoluzione elaborata da Charles Darwin.

L’ORIGINE DELLA SPECIE
la teoria dell’evoluzione

Secondo la Teoria dell’evoluzione di Darwin, quando gli individui di una popolazione sono in competizione fra loro per le risorse naturali, in questa lotta per la sopravvivenza l’ambiente opera una selezione, detta selezione naturale. Vengono così eliminati gli individui più deboli, cioè quelli che, per le loro caratteristiche sono meno adatti a sopravvivere a determinate condizioni ambientali; solo i più adatti sopravvivono e trasmettono i loro caratteri ai figli.
In sintesi, i punti principali su cui è basata la teoria evoluzionistica di Darwin sono: variabilità dei caratteri, eredità dei caratteri innati, adattamento all’ambiente, lotta per la sopravvivenza, selezione naturale ed isolamento geografico. Darwin afferma inoltre che la selezione naturale, se si trascina abbastanza a lungo, produce dei cambiamenti in una popolazione, conducendo eventualmente alla formazione di nuove specie (mutazioni).

Charles Darwin (1809–1882) naturalista e geologo britannico. Durante un viaggio in età giovanile durato cinque anni sul brigantino Beagle, egli ebbe modo di raccogliere osservazioni direttamente in ambienti naturali diversi e raccogliere un gran numero di campioni di forme viventi sconosciute alla scienza.
Pubblicò per la prima volta nel 1859 nel suo saggio L’origine delle specie, la teoria dell’evoluzione, secondo cui ‘gruppi’ di organismi di una stessa specie si evolvono gradualmente nel tempo attraverso il processo di selezione naturale. Rischiando una condanna per blasfemia, affermò la sua teoria che era in contrapposizione a quella più in voga fino a quel tempo: il creazionismo, che si basava sull’interpretazione letterale del testo biblico della Genesi, secondo cui le specie, essendo create da Dio, erano perfette e immutabili. Darwin non escludeva il fatto che ci fosse stata inizialmente la Creazione, ma polemizzava sul fatto che i fenomeni successivi, anche non spiegabili scientificamente, fossero attribuibili ad una creazione divina.

A chiarire in che modo gli individui potessero trasmettere le loro caratteristiche alla discendenza, fu successivamente Gregor Mendel a farlo.

Gregor Mendel (1822–1884) naturalista, matematico e frate agostiniano, ceco di lingua tedesca, amava dedicarsi alla meteorologia (pubblicò diversi lavori al riguardo) e all’orto dell’abbazia, dove per sette anni compì innumerevoli esperimenti sulle piante (del pisello odoroso) e scoprì le loro caratteristiche variabili, svelando dopo molti anni di lavoro i meccanismi dell’ereditarietà.
Egli elaborò tre generalizzazioni che divennero in seguito famose come Leggi dell’ereditarietà di Mendel, applicando per la prima volta lo strumento matematico, in particolare la statistica e il calcolo delle probabilità, allo studio dell’ereditarietà biologica.
Non si può ancora parlare di genetica, ma il concetto innovativo da lui introdotto affermava che alla base dell’ereditarietà vi sono agenti specifici presenti nei genitori, al contrario di quanto si sosteneva all’epoca, per cui lo studio di Mendel non fu compreso. Ciò avverrà solo dopo la sua morte e gli verrà riconosciuto il merito.
Nel 1905 la scienza dell’ereditarietà ricevette il nome di genetica. La teoria di Mendel affermava l’esistenza nel patrimonio ereditario di due caratteri ereditari (i geni), di cui uno solo veniva trasmesso nella successiva generazione. Da ciò dedusse che uno doveva essere recessivo e l’altro dominante.

L’EVOLUZIONE COME ADATTAMENTO

Un errore concettuale comune è considerare l’evoluzione come un processo di miglioramento genetico delle specie. In realtà, ciò che mutazione e selezione producono è un adattamento (fitness in inglese) all’habitat e quindi in tal senso, può comportare anche la perdita di caratteri e di funzionalità e una semplificazione dell’organismo.
Un troppo rapido cambiamento delle medesime condizioni, pertanto, può giungere a causare l’estinzione di popolazioni evolute nel senso di una forte specializzazione. In altre parole, se un gruppo di organismi raggiunge un ottimo adattamento a un particolare ambiente diventa iperspecializzato, e non è più in grado di sopportare la benché minima variazione ambientale e, quindi, se l’ambiente muta, il gruppo si estingue (il koala ne è un esempio). L’evoluzione è irreversibile per cui un gruppo estinto non ricompare più in tempi successivi.
Per il creazionismo invece, che si fondava sul dogma secondo cui i viventi erano considerati stabili, eventuali estinzioni erano possibili solo sulla base di cataclismi come il diluvio universale.

In riferimento ad un sistema evolutivo, un continuo miglioramento dell’adattamento è necessario per le specie anche solo per mantenere l’adattamento relativo all’ambiente in cui esso si è evoluto ed evolve.

Questo concetto è stato chiamato l’Ipotesi della Regina rossa, quella che Attraverso lo specchio… di Lewis Carroll, disse ad Alice:

«Ora, in questo luogo, come puoi vedere, ci vuole tutta la velocità di cui si dispone se si vuole rimanere nello stesso posto; se si vuole andare da qualche altra parte, si deve correre almeno due volte più veloce di così!»

 IPOTESI DELLA REGINA ROSSA

La selezione naturale guida l’evoluzione, non la determina. Dire che una specie “migliora” significa che trova risposte migliori ai problemi posti dall’ambiente.
Ci troviamo di fronte a un equilibrio dinamico, un equilibrio che cambia sempre e l’evoluzione è come una reazione a catena nel teatro dell’ecologia. Un cambiamento ne causa un altro, e questo ne causa a sua volta un altro (o più) in un susseguirsi di interazioni che possono prendere direzioni molto “strane”. Nulla rimane stabile.
Ogni essere vivente si trova esposto a una miriade di problemi che devono essere risolti in tempo reale e tutti insieme. Chi ci riesce meglio resta in gioco, chi non ci riesce viene spazzato via. Per fortuna nell’evoluzione c’è anche la cooperazione e il mutualismo, come vediamo in natura.
Abbiamo molte lezioni da imparare dalla natura. Quale stiamo seguendo? Dicono che la competizione migliora tutto. E se invece fosse la cooperazione a farlo?

Estratto dall’interessante articolo di Ferdinando Boero che chiarisce bene il concetto: L’ecoevoluzione spiegata da Alice

Lewis Carroll (1832-1898) scrittore, matematico, fotografo e logico britannico è celebre soprattutto per i due romanzi Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (1871), opere che sono state apprezzate da una straordinaria varietà di lettori, dai bambini a grandi scienziati e pensatori.
Entrambi i racconti sono pieni di allusioni a personaggi, poemetti, proverbi e avvenimenti propri dell’epoca in cui l’autore opera e il “Paese delle Meraviglie” descritto nel racconto gioca con regole logiche, linguistiche, fisiche e matematiche che gli hanno fatto ben guadagnare la fama che ha. Mentre il primo libro gioca sul tema delle carte da gioco, il secondo è incentrato sul tema degli scacchi e contiene, in riferimento alla scienza, l’“Ipotesi evolutiva della regina rossa”. I numerosi adattamenti teatrali e cinematografici su Alice, per la maggior parte tendono a fondere insieme elementi dell’uno e dell’altro romanzo.

Alice in Wonderland, film del 2010 diretto da Tim Burton interpretato da Johnny Deep, Mia Wasikowska, e prodotto in collaborazione con la Walt Disney Pictures, fa maggior riferimento al secondo libro con un’Alice cresciuta, all’età di diciannove anni. Per il 2016 è previsto un seguito di Alice in Wonderland sempre con gli stessi attori nella parte dei due protagonisti.
Innumerevoli sono le reinterpretazioni della storia di Alice e del coniglio che conduce verso un mondo fantastico, o verso una prospettiva nuova e sconvolgente sul mondo, in altri libri e film, anche per la TV, nella musica, nei fumetti e videogiochi.

Lewis Carroll fu un bambino intellettualmente molto precoce, si dice fosse mancino e che sia stato costretto a contrastare questa tendenza, subendone un trauma, e sembra che per un certo periodo nell’adolescenza sia stato oggetto di molestie sessuali. A diciassette anni ebbe un attacco insolitamente tardivo di pertosse che compromise l’udito del suo orecchio destro, ciò probabilmente contribuì ai problemi al sistema respiratorio che lo afflissero per tutta la vita. Inoltre, soffrì sempre di quella che chiamava la sua “esitazione”, una forma di balbuzie, di cui sembra fosse più consapevole e preoccupato lui di quanto lo fossero le persone che incontrava. In ogni caso, riuscì sempre a impedire che le sue preoccupazioni al riguardo (talvolta ossessioni) oscurassero le qualità che lo rendevano tanto popolare in società.

I primi lavori di Lewis Carroll furono comici, talvolta satirici; diversi anni prima di Alice nel Paese delle Meraviglie iniziò a pensare di realizzare libri per bambini che potessero vendere bene, fra i suoi progetti comparivano libri di Natale e manuali pratici per la costruzione di marionette.

Una questione ancora controversa che lo riguarda è la sua presunta pedofilia: egli coltivava la passione per la fotografia e molto spesso ritraeva bambine nude, cosa non rara all’epoca, altri fotografi vittoriani si cimentarono in questo tipo di opere. Inoltre sembra che Carroll non avesse una reale ‘vita adulta’ e si trovasse a suo agio solo in un mondo mentale infantile, verso cui si pensa, non oltrepassò mai i confini dell’amore platonico per le sue giovani amiche. Il dibattito a suo tempo si concentrò sul fatto se l’ossessione di Carroll per le bambine fosse innocente o morbosa.
Lo studioso americano Morton Cohen, nel suo “Lewis Carroll: A Biography” (1995), scrive:

«Non possiamo sapere fino a che punto la sua preferenza per i bambini nei disegni e nelle fotografie nasconda un desiderio sessuale. Lui stesso sostenne che tale preferenza aveva motivi strettamente estetici. Ma dato il suo attaccamento emotivo ai bambini e il suo apprezzamento estetico per le loro forme, l’affermazione che il suo interesse fosse strettamente estetico appare ingenua. Probabilmente sentiva più di quanto volesse ammettere, anche a se stesso. È certo che cercò sempre di avere un altro adulto presente quando soggetti prepubescenti posavano per lui».

Oggi Carroll viene considerato uno dei più grandi fotografi dell’epoca vittoriana, e certamente uno di quelli che ha maggiormente influito sulla fotografia artistica moderna.
La sua visione artistica e filosofica era centrata sull’idea della divinità di ciò che egli chiamava “bellezza”: uno stato di grazia, di perfezione morale, estetica e fisica.

Egli trovava questa bellezza nel teatro, nella poesia, nelle formule matematiche e soprattutto nella figura umana. La fotografia si rivelò uno strumento ideale per esprimere questa sua filosofia personale. Uno degli obiettivi evidenti della fotografia di Carroll è quello di liberarsi del pesante fardello della simbologia vittoriana, ritraendo le sue giovani modelle più come fate, libere creature dei boschi, che come beneducate damigelle della buona società inglese.


DA DOVE VENIAMO?
COME SIAMO ARRIVATI QUI?

Il National Geographic e IBM hanno dato il via a un imponente lavoro di ricerca con cui si vuole tracciare il nostro DNA risalendo decine di migliaia di anni fino ai nostri primi antenati. L’obiettivo è realizzare la mappa della storia del genere umano. (YouTube)

INDIVIDUI UNICI E CONCETTO DI SPECIE

Il pensiero evoluzionistico di Darwin filosoficamente si basa sul rifiuto dell’essenzialismo che presume l’esistenza di certe perfezioni (forme essenziali per ogni particolare classe di viventi) mentre le differenze tra gli individui sono trattate come imperfezioni o deviazioni di questa perfetta forma essenziale.

Darwin invece abbracciò ciò che il neodarwiniano Ernst Mayr (1904-2005) biologo, naturalista, genetista e storico della scienza tedesco naturalizzato statunitense, chiama approccio popolazionista, con cui si nega l’esistenza di qualsiasi forma essenziale, sostenendo che una classe non è altro che la concettualizzazione di numerosi individui unici.
L’essenzialismo secondo Ernst Mayr ha dominato il pensiero occidentale per circa duemila anni. Egli teorizza una definizione biologica del concetto di specie: due esseri viventi appartengono alla stessa specie se dalla loro unione può nascere un individuo a sua volta fertile. Diversamente un’unione fra individui, che nella classificazione di Linneo (1707- 1778, padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi) appartengono a specie diverse, dà origine ad un aborto spontaneo oppure ad un individuo sterile. Un esempio tipico è quello dei muli che sono sterili e non sono specie in quanto risultano dall’incrocio (accoppiamento) tra un asino ed una cavalla.
La sua teoria mostra anche che all’interno dello stesso gruppo avvengono più mutazioni casuali (svantaggiose e non) e una maggior differenziazione rispetto a gruppi che non sono autoctoni, che non restano isolati per generazioni.

Tale argomento smentì le teorie eugenetiche sulla purezza della razza ariana. Le smentì in maniera biologica, con un argomento scientifico: la diversificazione degli individui che si sarebbe venuta a creare in una Germania isolata dalle altre nazioni, sarebbe paradossalmente stata maggiore di quella subita da Paesi che non avevano aderito alle teorie per la conservazione della razza. Il concetto di razza ne risulta biologicamente, privo di fondamento.

IL MEME E L’EVOLUZIONE CULTURALE


Successivamente Richard Dawkins, etologo, biologo e divulgatore scientifico britannico, con la teoria del gene egoista (1976) estende l’idea darwiniana fino ad includere sistemi non biologici che mostrano analoghi comportamenti di selezione del “più adatto”, come il meme nelle culture umane. Con il termine egoismo non s’intende che i geni abbiano volontà propria, ma solo che l’effetto dei geni negli individui che li ospitano è quello di determinare delle strutture fisiche o dei comportamenti che aumentano o diminuiscono la probabilità che il gene si replichi, e che aumenti la sua frequenza nella popolazione genetica.
Richard Dawkins ha introdotto il termine meme per descrivere una unità base dell’evoluzione culturale umana, analoga al gene che è l’unità base dell’evoluzione biologica. La sua idea è che il meccanismo di replica, mutazione e selezione si verifichi anche in ambito culturale.
Egli descrive il meme come una unità di informazione residente nel cervello. Si tratta di uno schema che può influenzare l’ambiente in cui si trova (attraverso l’azione degli uomini che lo portano) e si può propagare (attraverso la trasmissione culturale). In altre parole il meme è un’informazione riconoscibile dall’intelletto, relativa alla cultura umana che è replicabile da una mente o un supporto simbolico di memoria (per esempio un libro), ad un’altra mente o supporto.

Al degrado morale e sociale e all’incertezza che le nuove teorie scientifiche dell’epoca generarono, si accostò una crisi spirituale. Da un lato si generò un dilagante perbenismo che portò all’epurazione delle opere letterarie da scene di erotismo e violenza, per pudicizia molte parti del corpo non si potevano nominare per nessun motivo: se le dame non mostravano gambe o piedi lo stesso doveva essere per i tavoli, accuratamente ricoperti fino in fondo da lunghe e spesse tovaglie. L’arte figurativa tese ad esaltare gli aspetti più banali. Vi fu in sintesi una forma di rimozione collettiva di ciò che era realmente la società.

Dall’altro si consolidò il Puritanesimo e si assistette al diffondersi di numerose confessioni evangeliche alternative alla Chiesa ufficiale Anglicana, e crebbero quelle non-conformiste, come i quaccheri e i metodisti. Una crisi spirituale in cui si predicò il ritorno nostalgico al Cattolicesimo del Medioevo.

IL PURITANESIMO

Fu un movimento che sorse all’interno della Chiesa d’Inghilterra nella seconda parte del XVI secolo in seguito alla Riforma protestante che si sviluppò nell’Europa occidentale e aprì a partire dal 1517 una lunga era di aspri conflitti all’interno del mondo cristiano.
Fondatori del Puritanesimo furono alcuni protestanti di orientamento calvinista.

GIOVANNI CALVINO

Il francese Giovanni Calvino è stato, dopo il tedesco Martin Lutero, il maggiore esponente della Riforma protestante.
Riprendendo alcune tesi fondamentali del luteranesimo, il principio cardine della teologia calvinista è la teoria della predestinazione, secondo cui tutto si compie per opera della volontà divina. L’uomo non ha alcuna scelta propria, egli non può decidere in base alla sua volontà di operare bene o male (come ritiene la dottrina cattolica). Le opere degli uomini non sono altro che quelle che Dio permette, per cui fin dalla nascita alcuni uomini sono destinati alla gloria eterna, altri alla dannazione eterna.

Nel complesso l’autorità politica viene subordinata all’autorità della Chiesa, in contrasto con la posizione luterana, e i comportamenti sociali all’insegnamento religioso. Un buon cristiano lavora instancabilmente, combattendo ogni forma di parassitismo e di pigrizia, vive nella maniera più frugale senza cedere alle lusinghe peccaminose del piacere mondano, impiega le ricchezze accumulate in nuove utili attività produttive. L’uomo pertanto è indotto a un atteggiamento attivo, ad operare bene per dimostrare di essere beneficiato dalla grazia divina.

Il calvinismo (o ‘cristianesimo riformato’) si diffuse rapidamente in Europa centrale e orientale: in Scozia con il presbiterianesimo, in Francia i calvinisti presero il nome di ugonotti, in Inghilterra diede origine alla corrente dei puritani, in Italia il calvinismo è rappresentato dalla Chiesa valdese, la quale ha la sua maggiore concentrazione nelle valli del Piemonte. Nelle colonie americane fu introdotto dagli emigrati inglesi.

IL PRESBITERIANESIMO

È una forma di organizzazione ecclesiastica protestante di origine calvinista, caratterizzata dalla presenza di “anziani” o presbiteri, eletti dall’assemblea dei suoi membri e responsabili della comunità cristiana locale.
A loro volta, gli “anziani” si riuniscono in un organismo regionale superiore che li raccoglie, chiamato presbiterio che amministra l’insieme delle comunità.
Al di sopra del consiglio locale esiste poi un sinodo o assemblea generale, che raccoglie i rappresentanti dei diversi presbiteri.
Questa forma organizzativa della chiesa esclude ogni gerarchia ecclesiastica.

Il termine presbìtero nella Chiesa delle origini, designa ciascuno degli anziani cui era affidato il governo della comunità cristiana.
In seguito nella gerarchia cattolica divenne sinonimo di sacerdote, in quanto appartenente al presbiterato, cioè al grado intermedio dei tre ordini sacerdotali: diaconatopresbiterato  ed episcopato (vescovo).

Il termine presbiterianesimo passa poi storicamente a designare le Chiese che sono organizzate in questo modo, le quali vengono appunto chiamate chiese presbiteriane.

Storicamente il Presbiterianesimo si sviluppa soprattutto nelle isole britanniche (Scozia, Inghilterra, Irlanda), nei Paesi Bassi e si diffonde nel mondo, soprattutto nelle Americhe verso cui migrarono i coloni britannici, e in Oceania attraverso il suo proprio movimento missionario.

Il Puritanesimo ebbe come obiettivo quello di purificare la Chiesa d’Inghilterra dal suo interno, da tutte quelle forme non previste dalle Sacre Scritture. Essi contemplavano una Chiesa svincolata dal potere politico, Cristo era riconosciuto come unico capo della Chiesa celeste e terrena, immagini, altari e paramenti venivano considerati inutili eredità del passato e molte pratiche furono condannate come idolatria. Si dava particolare enfasi al sermone e cura all’educazione e all’illuminazione delle masse. Non erano ritenuti necessari intermediari poichè la voce di Dio parla alla coscienza individuale di ogni uomo, la cui spiritualità sta nel valorizzare l’interiorità e la morale, senza inutili distrazioni che inducono alla vanità (essi si opponevano con forza alle feste e alle rappresentazioni teatrali che avevano caratterizzato l’epoca elisabettiana, ciò portò alla chiusura di molti teatri e luoghi di intrattenimento).
L’atteggiamento tipico della mentalità umile e laboriosa puritana era collegata alla teoria calvinista della predestinazione: attraverso il duro lavoro e la disciplina è possibile dimostrare di essere nella grazia divina.

Successivamente vennero definiti puritani altri gruppi che condividevano atteggiamenti e valori simili, come i separatisti, i quaccheri, i fondatori della New England. Spesso si tende ad usare impropriamente il termine, considerandolo il contrario di edonismo (pensiero filosofico che riconosce nel piacere una condizione interiore che meglio regola la condotta dell’uomo) e ne viene fatto un uso dispregiativo per indicare i gruppi protestanti estremisti e persone di strette vedute circa la sessualità.

LEGGI MORALI E COSCIENZA

Contro le convenzioni del teatro inglese polemizzò George Bernard Shaw (1856-1950) scrittore, drammaturgo, aforista, linguista e critico musicale irlandese, vegetariano fin da giovane per motivi etici.
Egli si capacitò del fatto che l’arte del teatro fosse lo strumento più efficace di propaganda morale perché in grado di svegliare la coscienza sociale delle persone, ispirandosi alle opere di Henrik Ibsen considerato il padre della drammaturgia moderna che mise a nudo le contraddizioni, l’ipocrisia, la corruzione e il profondo maschilismo della borghesia ottocentesca.

George Bernard Shaw aderì al movimento socialista Fabian Society, così come Herbert George Wells, vero sostenitore del socialismo e del pacifismo e  forte assertore dell’idea di “Stato mondiale”, alla cui promozione dedicò l’ultima parte della propria vita.

Meglio noto con lo pseudonimo H.G.Wells (1866-1946), è stato lo scrittore britannico tra i più popolari della sua epoca, autore di alcune delle opere fondamentali di fantascienza.

È da notare che le opere di H.G.Wells sebbene debbano molto al tema scientifico e fantastico, sono in realtà un solido strumento di analisi sociale e morale: da ciascun romanzo traspare la convinzione che la scienza debba essere funzionale a un progresso effettivamente benefico, e che l’uomo debba risultare sempre e comunque in grado di controllare le forze da lui create.
Tra i suoi romanzi La guerra dei mondiL’isola del dottor Moreau, L’uomo invisibile e il fortunatissimo La macchina del tempo (1895) una delle prime storie ad aver portato nella fantascienza il concetto di viaggio nel tempo basato su un mezzo meccanico.

Da La guerra dei mondi fu ricavato un adattamento radiofonico diretto e interpretato da Orson Welles nel 1938.
La storia venne narrata in forma di cronaca e l’interpretazione risultò talmente realistica che una parte del popolo statunitense, malgrado gli avvisi trasmessi prima e dopo il programma, non si accorse che si trattava di una finzione e credette realmente che stesse avvenendo un’invasione di extraterrestri, rimanendone scossa e turbata.

La guerra dei mondi è anche un film di fantascienza del 1953 diretto da Byron Haskin e di un suo remake del 2005, diretto da Steven Spielberg ed interpretato da Tom Cruise.

«Con infinito compiacimento, l’uomo percorreva il globo in lungo e in largo, fiducioso del proprio dominio su questo mondo. Eppure, attraverso la volta dello spazio, intelletti vasti e freddi e ostili guardavano al nostro pianeta con occhi invidiosi. E lentamente e indisturbati ordivano i loro piani contro di noi»

(Narratore/Morgan Freeman)

L’età vittoriana e l’universo femminile