L’atmosfera è piuttosto cupa, misteriosa e inquietante, in lontananza va scemando un temporale, il canto degli uccellini preannunciano un nuovo giorno. Sulla collina disteso in mezzo alla strada c’è un ragazzo, la sua bicicletta è coricata a lato della strada. Lentamente si sveglia, si alza un po’ esitante, e infine sorride tra sé e sé.

DONNIE DARKO
di Richard Kelly
Il ragazzo pedalando sulla sua bici ritorna a casa, nel quartiere dove ognuno è immerso nella sua quotidianità di un giorno qualsiasi. In sottofondo la canzone “The Killing Moon” del gruppo post punk inglese Echo and the Bunnymen.
♫♪♪♫♫♪
Arriverà troppo presto.
Il destino,
anche contro la tua volontà
nel bene e nel male
aspetterà finché
non ti abbandonerai a lui.
Niente fa presumere che si sia notata la sua assenza, tranne che il messaggio sulla lavagnetta del frigo:
“Dov’è Donnie?”
Mentre la famiglia Darko è riunita a tavola i loro discorsi passano dalle considerazioni su Dukakis, uno dei candidati alle elezioni presidenziali, al futuro di Elizabeth (Maggie Gyllenhaal) la figlia maggiore che è già stato deciso, ma che per lei è così incerto da procurale angoscia, per convergere poi su argomenti ‘off limits’ che stimolano la curiosità della piccola Samantha (Daveigh Chase) e che Donnie maneggia con un certo sarcasmo suscitando l’ilarità del padre, ma anche il biasimo della madre.
Rose (Mary McDonnell) è molto preoccupata per il comportamento impertinente del figlio.
«Ma che è successo a mio figlio? Non ti riconosco più, ormai».
Talvolta Donnie esagera e il suo sarcasmo sfocia nell’offensivo, specie nei confronti della madre. Dopo il diverbio avuto con lei si convince a riprendere la terapia di farmaci che aveva interrotto.
La pendola suona la mezzanotte. È il 2 ottobre 1988.
«Svegliati! − dice una voce misteriosa − Ti ho osservato a lungo, sono qui, vieni». Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) si alza dal letto, è come in trance, esce in giardino e lo vede nell’oscurità… è una specie di coniglio (del resto manca poco ad Halloween), che gli dice:
“28 giorni 6 ore 42 minuti 12 secondi,
ecco quando il mondo finirà”.
È tardi quando la sorella Elizabeth rientra in casa, gli altri dormono. A un tratto tutto crolla…
Il mattino seguente Donnie svegliatosi in un campo da golf appare confuso, all’interno del suo braccio sinistro scopre una serie di numeri scritti con un pennarello. Ritornato davanti casa vede che c’è un via vai di poliziotti, di vigili del fuoco, c’è pure la TV, sono tutti lì perché è accaduto qualcosa di incredibile…

Donnie consapevole del caos emotivo in cui si trova, accompagnato dal brano “Head over Heels” dei Tears for Fears ritorna a scuola dove ritrova i suoi amici, e forse un po’ di “normalità”. Quel giorno la giovane professoressa di lettere, Karen Pomeroy (Drew Barrymore) sta tenendo una lezione sul racconto The destructors (I distruttori) scritto da Graham Green nel 1954. A un certo punto entra in classe una nuova studentessa, la invita a scegliersi un posto e solleticando lo spirito giocoso e malizioso dei presenti, e intuendo una certa sintonia, la fa sedere a breve distanza da Donnie.
Nel ritornare a casa, il padre Eddie cerca di mettere il figlio al corrente dei fatti… anche se non potrebbe visto che ha firmato un accordo di segretezza, sul quale Donnie ironizza: «Insomma, non dovresti dire a nessuno, quello che nessuno ancora sa?».
Mentre sta guidando Eddie ha un momento di distrazione e per poco non investe un’anziana donna che è ferma in mezzo alla strada. Donnie sceso dall’auto le si avvicina per assicurarsi che stia bene, e nel mentre lei gli sussurra qualcosa all’orecchio, qualcosa che lo lascia confuso…

La professoressa Kitty Farmer (Beth Grant) che ben rappresenta l’impronta tradizionalista della scuola, durante un’attività extrascolastica impartisce agli studenti uno di quei video colmi di messaggi subliminali molto in voga in quegli anni, presentato da un certo Jim Cunningham (Patrick Swayze) una specie di guru di cui la Farmer è una fanatica sostenitrice. Quella notte Donnie nel sonno ha una strana visione surrealista, ma viene svegliato dalla solita voce.
È il 6 ottobre 1988 (Mancano ventiquattro giorni).
Il mattino seguente la scuola è chiusa perché allagata da una conduttura danneggiata, nel cortile inoltre, è stata rivenuta un’ascia conficcata nella testa della mascotte della scuola: una statua di bronzo nota come ‘Il mastino’. Per terra c’è una scritta: “They made me do it” (Me lo hanno fatto fare).
Donnie ritornando a casa a piedi s’imbatte sui due bulli della scuola che stanno infastidendo Gretchen (Jena Malone), la nuova iscritta. Lei, lesta coglie al volo l’occasione e lo invita ad accompagnarla a casa, così hanno modo di conoscersi meglio e confida a Donnie che lei e sua madre sono state costrette a trasferirsi e a cambiare nome a causa del patrigno violento che è ancora a piede libero: «Sai, ha qualche turba emotiva…» e Donnie incalza: «Oh, ce le ho anch’io quelle!…» e le lascia intendere che ha compiuto qualche guaio in passato.
«Donnie Darko. Che razza di nome è?
È strano. Sembra il nome di un supereroe».
«Chi ti dice che non lo sia?»
Gretchen quindi lo saluta perché ha da fare: il professore di fisica Monnitoff (Noah Wyle) le ha assegnato il compito scrivere un saggio su: “L’invenzione che può dare maggiori benefici all’umanità”. «È facile… − suggerisce Donnie − Gli antisettici. E tutte le misure igieniche. Joseph Lister, 1895. Prima degli antisettici non c’era igiene, specie in medicina». Si capisce che è un ragazzo intelligente e piuttosto colto, ma anche un po’ impacciato, e Gretchen non si trattiene nel dirgli: «Sei strano» − lui si scusa − «No, era un complimento!».
Joseph Lister (1827-1912) è stato un chirurgo del Regno Unito, considerato il padre dell’antisepsi moderna. Poiché le infezioni post-operatorie erano molto comuni e spesso mortali, Lister, professore di chirurgia a Glasgow, seguendo le teorie di Louis Pasteur comprese che i microrganismi erano la causa delle infezioni chirurgiche. Nel 1865 introdusse l’uso del fenolo, un composto aromatico derivato dal benzene, inizialmente noto come acido carbolico usato come deodorante e disinfettante per le fogne, e poi come acido fenico sperimentato nel 1862 dal medico italiano Enrico Bottini nel reparto di chirurgia dell’Ospedale Maggiore di Novara.
Nel frattempo a scuola si indaga, gli studenti vengono sottoposti a un confronto calligrafico con la scritta trovata in cortile. Donnie che mentre è nel bagno della scuola viene minacciato dal solito bullo che ha con sé un coltello, si sfoga più tardi sparando con un fucile su dei bersagli, in compagnia dei suoi amici più stretti, Sean e Ronald che bevono birra e sparlano di puffi… e di puffetta che si scopa tutti i puffi… ma Donnie non esita a mortificare le loro fantasie e li riporta alla dura realtà rivelando loro che i puffi sono asessuati.

Ancora una volta gli studenti vengono sottoposti alla visione di un video di Jim Cunningham: “La linea della vita”, e a un esercizio alla lavagna che galvanizza la Farmer: vi ha tracciato una linea retta delimitata da due punti opposti ed estremi che rappresentano rispettivamente la paura e l’amore, le emozioni umane più profonde: «La paura è all’interno dello spettro dell’energia negativa, l’amore invece, è nello spettro dell’energia positiva − spiega la Farmer.
Ma Donnie lo trova un modo un po’ troppo semplicistico di affrontare l’argomento:
«Non capisco. Non può dividere tutto in due categorie. La vita non è così semplice! Ci sono altre cose che vanno prese in considerazione, non so… lo spettro completo delle emozioni umane.
Non è corretto raggruppare tutto in due categorie, per poi alla fine negare tutto il resto!».
Il diverbio termina nell’ufficio del preside…
È il 10 ottobre 1988 (Mancano venti giorni).
I due giovani professori, Pomeroy e Monnitoff sono invece più propensi a far sì che i loro studenti coltivino il pensiero e sviluppino opinioni proprie, al contrario della Farmer che tende a esercitare un “controllo”, ad ammaestrare e dirigere sulla ‘retta via’ gli studenti. In un incontro tra docenti e genitori organizzato per un aggiornamento sulle indagini, lei s’infuria per un libro che vuole sia messo al bando e che definisce “pornografia”!
È una raccolta di racconti dal titolo “Twenty-One Stories” di Graham Green, di cui fa parte The destructors, un breve testo satirico che la giovane professoressa di lettere ha posto come materia di studio.
Graham Green (1904-1991) – lo scrittore inglese svolse nella sua opera un solo tema: il contrasto fra due concezioni del bene e del male, quella religiosa (cattolica) e quella naturale. L’orrore per un mondo senza Dio e senza grazia lo portò a esplorarne gli aspetti più squallidi e desolati; i suoi personaggi sono uomini predestinati, attratti fatalmente dal male verso cui li ha indirizzati un irreversibile destino; l’interesse di Green si appunta proprio sul “peccatore”, che gli appare preda quasi innocente del peccato. (da Treccani – Enciclopedia online)
Ma la professoressa Farmer commette un’enorme gaffe nel confondere il nome dell’autore con quello dell’attore Lorne Greene, protagonista della serie TV “Bonanza”…!
D’altra parte è così altezzosa che nessuno si può permettere di giudicare Kitty Farmer, l’insegnante di educazione fisica, la quale soddisfa la propria ambizione spingendo un ristretto gruppo di ragazzine a esibirsi partecipando a gare di ballo; non ha alcuna remora nello sparare sentenze a destra e a manca e Rose, la madre di Donnie che cerca di esserle amica, lo sa bene…
A casa, Donnie è in seria difficoltà, teme di essere stato scoperto, ed è in preda alle allucinazioni, davanti allo specchio che si deforma sta parlando con Frank… l’entrata improvvisa della piccola Samantha lo riporta alla realtà.
Alla realtà di una tranquilla cittadina della provincia americana, di una famiglia benestante che può garantire un benessere economico, una certa agiatezza e un futuro brillante ai propri figli.
Frank: «Io posso fare tutto quello che voglio. Anche tu.»
Donnie: «Dimmi da dove vieni.»
Frank: «Tu credi nei viaggi nel tempo?»

Donnie della famiglia Darko è l’unico figlio maschio ed è consapevole delle alte aspettative che i suoi genitori nutrono nei suoi confronti. Ritenuto un adolescente problematico è in cura presso la dottoressa Lilian Thurman (Katharine Ross), alla quale nel corso di una seduta confessa di avere un amico immaginario che si chiama Frank, che gli ha detto di seguirlo nel futuro e che la fine del mondo è vicina… ma Donnie la ritiene una cosa stupida.
Egli osserva il mondo e le persone attorno a lui correre, correre senza scopo, intrappolate in una routine, in un loop temporale fatto di scadenze, di rate da pagare, di cartellini da timbrare, e sembra che nessuno abbia veramente il controllo o una direzione chiara verso cui tendere.
“Mad world”
è un mondo folle,
ma nessuno sembra accorgersene.
Donnie si sente disconnesso da tutto ciò, si sforza di trovare un equilibrio per non complicarsi troppo la vita, ma è più forte di lui: non riesce a tollerare quel conformismo, quel perbenismo intriso di ipocrisia che tende a emarginare chi è sincero e autentico e agevola chi è subdolo e scaltro, ciò lo irrita. E la professoressa Farmer che li vorrebbe tutti uguali, tutti in fila per tre […col resto di due], quel Jim Cunningham con la sua propaganda di ‘persuasore occulto’ che lo fa tanto arrabbiare… tanto da apostrofarlo come l’Anticristo!
E non sbaglia…
«Posso indicarti la via»
Donnie insieme a Frank può destabilizzare quel mondo così ordinato e tranquillo di facciata, ma che dietro nasconde una rete di menzogne e omissioni, e svelare che dietro l’immagine pubblica di Jim Cunningham si nasconde un lato oscuro di abusi sessuali e attività pedopornografiche.

Titolo originale: Donnie Darko
di Richard Kelly
USA, 2001
Genere: Drammatico, Fantascienza
PRODUZIONE: Sean McKittrick, Nancy Juvonen, Adam Fields
DISTRIBUZIONE: Moviemax/Mondo Home
Commento: ammetto che la prima volta che ho visto questo film non ci ho capito molto, ma poi rivedendolo più volte ho notato particolari, sottili sfumature, ho fatto collegamenti che prima mi erano sfuggiti. Un po’ come mi è successo rileggendo il libro L’arte d’amare di Erich Fromm, e così ho cercato di dare un senso alle cose.
Prima di tutto è necessario focalizzare il periodo storico e il contesto sociale per comprendere il disagio vissuto da Donnie Darko.
Approfondimenti
Si è nel 1988 ed è in corso la sfida per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America, quello che all’inizio del film viene trasmesso in TV è il discorso di Dukakis, uno dei due candidati.

È un pezzo di storia statunitense i cui protagonisti sono stati: Michael Dukakis, un avvocato e politico figlio di immigrati per il Partito Democratico, e George H.W. Bush, un politico, diplomatico e imprenditore per il Partito Repubblicano già vice-presidente del presidente uscente Ronald Reagan.
Durante il confronto Dukakis afferma di voler diventare presidente «per essere sicuro che non faremo mai più affari con i dittatori panamensi coinvolti in traffici di droga, mai più aiuti ai Contras tramite i narcotrafficanti» e di essere in aperto contrasto con la politica estera portata avanti dal governo repubblicano in quegli anni in America latina.
Bush dichiara che Panama è uno stato amico «io ci sono andato e ho parlato con il presidente a proposito del problema che hanno con il riciclaggio di denaro sporco. All’epoca c’era Noriega e a suo carico non c’erano prove…».
Gli Stati Uniti anni Settanta
Nel corso degli anni Settanta gli Stati Uniti affrontarono una serie di sfide, come le lotte sociali per il riconoscimento dei diritti delle donne, dei movimenti giovanili, delle persone omosessuali ritenute soggetti patologici “devianti” dalla psichiatria ufficiale fino al 1973.
Eventi critici come lo scandalo Watergate che portò alla richiesta di impeachment e alle dimissioni dalla carica di presidente del repubblicano Richard Nixon nel 1974, e le vicende legate alla Guerra in Vietnam, lasciarono la nazione divisa con un senso di “disillusione” e di sfiducia nei confronti delle istituzioni governative. Fu un periodo molto complesso gravato ulteriormente dalla prima crisi energetica del 1973 dovuta alle guerre in Medio Oriente e all’interruzione dell’esportazione del petrolio da parte dell’OPEC.
Dopo le dimissioni di Nixon, ad assumere la carica fu il vice-presidente Gerald Ford, un politico ex giocatore di football americano che cercò di riportare alla casa Bianca uno stile aperto e onesto. Durante la sua presidenza egli affrontò enormi sfide politiche ed economiche, terminò la guerra in Vietnam e furono firmati gli Accordi di Helsinki, che diedero vita a quella che poi divenne l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).
ACCORDI DI HELSINKI
Nel 1975 ad Helsinki, capitale della Finlandia, gli accordi firmati da 35 nazioni (inclusi USA, URSS e quasi tutti gli Stati europei), che furono l’atto di nascita della distensione diplomatica con l’URSS, si reggevano su tre pilastri:
• l’inviolabilità delle frontiere, con il riconoscimento formale dei confini europei nati dopo la Seconda Guerra Mondiale;
• la Cooperazione Scientifica ed Economica, con stretti scambi commerciali e tecnologici che avrebbero reso la guerra troppo costosa e sconveniente;
• l’impegno a rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali (parola, pensiero, religione), che Leonid Brežnev considerò solo una formalità burocratica, ma che alimentò il dissenso dei gruppi di attivisti nei paesi dell’Est, come Charta 77 in Cecoslovacchia con Václav Havel.
A vincere la sfida contro Gerald Ford alle elezioni presidenziali del 1976 fu il democratico Jimmy Carter, un politico e imprenditore agricolo, che alla morte del padre dovette lasciare la carriera militare per prendere le redini dell’azienda di arachidi della sua famiglia. Egli seguì la via dell’onestà e della rettitudine, in coerenza con i suoi principi e valori di cristiano battista.
Fin dall’inizio Carter dovette affrontare ardui problemi in gran parte ereditati dagli anni passati, a cui si aggiunse la seconda crisi energetica del 1979 che si verificò in seguito alla rivoluzione in Iran, che trasformò il paese in una Repubblica Islamica. Il prezzo del petrolio salì e il tasso di inflazione raggiunse livelli preoccupanti. Per decenni l’economia occidentale aveva goduto dei prezzi bassi di carburanti ed energia, un fattore che aveva sostenuto la crescita negli anni Cinquanta e Sessanta.
Ma la crisi che più di altre indebolì la presidenza di Carter fu la crisi degli ostaggi a Teheran che richiese un lungo negoziato, e l’intervento militare sovietico in Afghanistan (1979) che destabilizzò i fragili equilibri tra Stati Uniti e Unione Sovietica condizionando non poco la ricandidatura di Jimmy Carter che alle elezioni presidenziali del 1980 perse contro il candidato repubblicano Ronald Reagan.
Nonostante alcuni importanti successi, tra cui il delicato accordo di pace di Camp David fra Egitto e Israele del 1979, Carter alla fine del suo unico mandato era assai impopolare. Ma seppe in seguito rivalutare la sua figura per il suo impegno diplomatico, e soprattutto umanitario, che hanno caratterizzato la sua lunga vita. Dopo Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919, Jimmy Carter nel 2002 è stato il terzo presidente a ricevere il Premio Nobel per la Pace grazie al suo «sforzo decennale nel trovare soluzioni pacifiche a conflitti internazionali».
Anni Ottanta
Ronald Reagan, un politico, sindacalista e attore eletto Presidente degli Stati Uniti nel 1981, inizialmente dovette affrontare una forte recessione. Per favorire la crescita economica statunitense adottò la riduzione delle tasse per le imprese e i redditi più alti, il libero mercato con il disimpegno dell’economia dal controllo statale (neoliberismo), riducendo la spesa sociale ed eliminando gli interventi di assistenza sociale per le fasce più povere della popolazione. Ciò portò a una nuova fase di crescita con una maggiore offerta di beni e servizi, di prodotti tecnologici, si incrementarono i consumi e si diffusero i mall (grandi centri commerciali) che diventarono luoghi fondamentali di aggregazione.
Ronald Reagan realizzò il suo ‘sogno americano’ secondo una visione individualista e capitalista della società, in base alla quale ogni individuo attraverso il duro lavoro, l’iniziativa privata e la libertà economica poteva raggiungere il successo personale. Un sogno molto diverso dall’ “I have a dream” di Martin Luther King basato fortemente sull’uguaglianza tra bianchi e neri, la giustizia sociale e i diritti civili per una società più giusta e inclusiva.
Dalla politica di Reagan la popolazione più povera non trasse alcun vantaggio, anzi vide aumentare la disoccupazione, il degrado urbano e la criminalità organizzata, il diffondersi del consumo di droghe, della violenza urbana, delle armi da fuoco, l’amplificarsi delle tensioni sociali e del razzismo.
Sul piano della politica estera Ronald Reagan puntò a riaffermare la supremazia degli Stati Uniti, e aumentò notevolmente le spese militari per la difesa, incrementando la portata del debito federale. I rapporti con l’URSS già deteriorati da tempo, raggiunsero livelli bassissimi, specie nel 1983 quando Reagan definì l’Unione Sovietica l“Impero del male” in un suo discorso davanti all’Associazione Evangelica Nazionale, sostenendo la necessità di trovare la pace attraverso la forza e annunciando piani per il riarmo nucleare.
Una delle principali priorità di Reagan fu dunque quella di contrapporsi aggressivamente alla minaccia comunista e di contrastare attivamente l’influenza sovietica nel mondo, andando ben oltre la dottrina del presidente Harry Truman annunciata nel 1947 che mirava più a contenere l’espansione sovietica. Il mondo si trovava diviso in due blocchi contrapposti delimitati dalla cosiddetta Cortina di ferro, tenuto in ostaggio dalla Guerra Fredda, dalla corsa agli armamenti, dalla tensione nucleare che per la seconda volta, dopo i missili di Cuba, raggiunse il suo culmine tanto da rischiare seriamente una guerra nucleare.
Nel contrastare l’influenza sovietica in America Latina, l’amministrazione Reagan supportò i governi e i gruppi anticomunisti come i Contras in Nicaragua, che si scoprì venivano finanziati in modo occulto con il ricavato dal traffico illegale di armi vendute all’Iran, su cui peraltro vigeva l’embargo e che in quell’epoca era in guerra con l’Iraq. Lo scandalo noto come Irangate esplose tra il 1985 e il 1986 e anche se Reagan fu soltanto sfiorato dalla vicenda, per la sua amministrazione fu un duro colpo. Nel 1983 con l’invasione di Grenada si volle evitare che dopo Cuba un altro stato caraibico finisse sotto sotto l’influenza sovietica, e con quella di Panama nel 1989 s’intendeva mettere in sicurezza l’area, contrastare il narcotraffico e ristabilire la democrazia. Entrambe le invasioni furono condannate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Reagan intervenne con azioni militari anche in Libia, imponendo sanzioni economiche severe e l’isolamento internazionale, accusando Muammar Gheddafi di sostenere e finanziare il terrorismo; in Afghanistan provvide a finanziare e ad armare i “combattenti per la libertà”, così erano definiti i mujahidin, combattenti islamici impegnati nel jihad.
Non furono anni facili, ma dal 1982 l’economia statunitense ebbe una forte crescita, e l’aumento del commercio internazionale e dell’influenza delle multinazionali a livello globale favorirono l’espansione della globalizzazione economica. Mentre in America latina i paesi come il Messico, il Brasile e l’Argentina fortemente indebitati, si trovarono in gravi difficoltà e costretti a chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale (FMI).
L’escalation aggressiva tra Stati Uniti e URSS, mise a dura prova l’economia sovietica anch’essa in grave difficoltà. Nel suo secondo mandato che si concluse nel 1989, Ronald Reagan cambiò radicalmente la sua politica estera con un avvicinamento alla diplomazia. Con i sovietici avviò le trattative per la riduzione degli arsenali nucleari, preparando il terreno per la fine della Guerra Fredda.
In Unione Sovietica ormai in declino e vicina al collasso economico, con l’elezione a segretario generale del Partito Comunista Sovietico di Mikhail Gorbaciov (1985) furono avviate importanti riforme interne e un’apertura alla politica internazionale che favorì la ripresa dei trattati per una riduzione concreta degli arsenali nucleari in Europa (Trattato INF del 1987).
A raccogliere la sua eredità politica fu George H.W. Bush, già vicepresidente durante i due mandati di Reagan, che alle elezioni presidenziali del 1988 sconfisse Michael Dukakis.
Sul finire degli anni Ottanta lo smantellamento della Cortina di Ferro, l’abbattimento del Muro di Berlino (1989) e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991) porranno ufficialmente fine alla Guerra Fredda, segnando una nuova fase di dialogo nelle relazioni USA-URSS.
Come presidente George H.W. Bush in politica estera gestì in modo cauto e diplomatico la fine della Guerra fredda, autorizzò l’invasione di Panama (1989) per deporre il dittatore Manuel Noriega, guidò una coalizione internazionale sotto l’egida dell’ONU nella Guerra del Golfo (1991) per liberare il Kuwait dopo l’invasione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein (1990).
In politica interna George H.W. Bush dovette affrontare un periodo di recessione economica, e nonostante avesse promesso di non aumentare le tasse fu costretto a farlo per risanare il deficit federale che continuava a crescere. Una decisione che danneggiò la sua popolarità e contribuì alla sua sconfitta alle elezioni presidenziali del 1992 contro il democratico Bill Clinton.
Per approfondire: L’ultima volta che abbiamo rischiato la guerra nucleare (ilpost.it)
Quando uscì il film Donnie Darko scritto e diretto da Richard Kelly al suo esordio alla regia, erano trascorse sei settimane dagli attentati dell’11 settembre che avevano sconvolto il mondo per ciò che era accaduto nel cuore degli USA. Chi mai avrebbe potuto solo immaginare che gli Stati Uniti potessero avere in casa propria una guerra?
Il mondo era cambiato ed era rimasta l’unica superpotenza. Poteva guidare l’umanità verso una cooperazione, una vita migliore per tutti, invece è rimasta intrappolata in quel loop temporale fatto di violenza, dominata dal desiderio di piegare il mondo al suo potere.
«L’11 settembre era un’occasione straordinaria di ripensare a tutto, così come l’uomo ha cercato di ripensare da capo dopo la Prima guerra mondiale.
Era successo qualcosa di nuovo e dinanzi a un mondo così cambiato non si può pensare in modo vecchio, non si può continuare a ricorrere alla vecchia conoscenza».
(continua)