Un salto nel passato

Nadia e la sua amica abitavano nel mio stesso paese, attraverso loro vedevo ciò che stava accadendo verso la fine degli anni Sessanta. Quando io ancora non avevo 10 anni, loro andavano per i 18, colte in pieno dai cambiamenti del movimento giovanile del 1968.
Data l’età partecipavo più come spettatrice che come protagonista, e mi piaceva intrufolarmi dappertutto e assaporare quell’aria rivoluzionaria e leggera che mi piaceva un sacco.

Così ebbi modo di vedere le ragazze abbandonare le gonne lunghe due dita sotto al ginocchio, e fare scandalo con le minigonne che Mary Quant lanciò a Londra nel 1957. Minigonne che solo per andare alla messa venivano lasciate nell’armadio, finché la moda degli anni Settanta non venne in soccorso proponendo un nuovo genere di giacche in 3 versioni: o mini (corte appena sopra il ginocchio), o midi (lunghe fino al polpaccio) o maxi (fino alla caviglia). Portate sopra la minigonna con stivali lunghi fin sopra il ginocchio chiusi da un laccio incrociato sul davanti, possibilmente in vernice bianca, belli in contrasto come tutto l’insieme, del resto. Una moda che sinceramente non era mica tanto comoda: gli stivali stringevano, le gonne si accorciavano sempre più, e dovevi controllare la postura per non risultare impudica… le giacche poi s’impigliavano dappertutto! 😄

Il prete a quei tempi spesso era un despota, non ci pensava su due minuti a svergognarti di fronte a tutti, dirti che quello non era il modo di venire in chiesa e mandarti a cambiare d’abito… e poi tornare, naturalmente.

Si portava anche il velo in chiesa, tutte, grandi e piccine, sì come le donne islamiche, solo che era di pizzo o di velo trasparente. Le donne più anziane legate alla tradizioni della terra, invece, portavano sempre quello in tessuto dai colori scuri, come si usa nei paesi balcanici. Il prete prima della funzione perlustrava il sagrato, se trovava qualcuno lo “brincava” per l’orecchio e lo portava dentro.
Minigonna a parte, l’abbigliamento tra maschi e femmine non era più così diverso: per entrambi i pantaloni a zampa di elefante avevano motivi e fantasie vivaci, le camicie dei ragazzi avevano i colori della natura, sembrava che tutto stesse impazzendo ma nel modo giusto, tutto sprizzava gioia di vivere. Ancora non era arrivata la droga… con il termine “erba” si definiva solo quella dei prati, di nudismo ancora non se ne parlava, i più coraggiosi si avventuravano in viaggi spartani fino in Olanda; il sesso non era proprio libero, era ancora tabù prima del matrimonio, però se beccavano due a baciarsi in un angolo, gli adulti non si sentivano più in diritto di dar loro degli “svergognàti!”.

Il rock’n roll invece fu una vera bomba😊 cantare e ballare fu un vero inno alla gioia. Così si formarono parecchie band, e Nadia era brava a cantare, un po’ emulava Caterina Caselli molto in voga con il suo caschetto d’oro, e Sandie Shaw che si esibiva sempre scalza. Se riuscivo mi intrufolavo nella stanza a pianoterra o rimanevo a guardare attraverso le fessure della persiana. I ragazzi assomigliavano a Gianni Morandi, si muovevano un po’ dinoccolati come Celentano, cantavano anche canzoni dei Beatles. A me piaceva tanto Piccola Katy dei Pooh, la cantavo tutte le sere quell’estate, con la radiolina a tutto volume seduta con la mia amica d’infanzia sul davanzale della finestra, era sempre prima in classifica…

Poi ci fu un periodo un po’ difficile, gli amori erano più liberi ma spesso iniziavano e finivano in drammi che passavano di bocca in bocca, e le ragazze diventavano “poco serie”. Nadia in particolare ebbe una brutta disavventura. Conobbe un ragazzo e se ne innamorò, la sera rimanevano in un angolo del giardino a parlare per ore sotto il vigile controllo di qualche famigliare e alla minima disattenzione tac…un bacio! 😏 Poi non so cosa successe, ci furono delle scenate e i genitori di lei li vollero divisi: lui dalla parte della strada arrampicato sul cancello chiuso e lei trattenuta sulla porta che si gridavano amore. A noi ragazzini un po’ facevano ridere… alla fine i genitori di lei cedettero stanchi dello spettacolo che si offriva alle malelingue. Forse presagivano qualcosa dal comportamento di lui? Fatto sta che i due si sposarono, ma la notte delle nozze litigarono e il giorno dopo lei tornò dalla madre con qualche livido e in seguito, pazzesco!.. seppi che lui aveva tagliato con le forbici l’abito da sposa riducendolo a minuscoli pezzettini dentro il lavello della cucina, vidi le foto. Ci rimasi male da morire… non capivo… da dolce innamorato, assomigliava molto a Franco Gasparri dei fotoromanzi, si erano trasformato in un uomo violento… un demonio! − dicevano.

A quei tempi c’erano molte cose che non capivo. Ad esempio ricordo che mia madre firmava con il cognome di mio padre e non capivo il perché, glielo chiesi una volta all’ufficio anagrafe quando vidi uno stato di famiglia e scoprii così che lei aveva un suo cognome e mi rispose che a lei andava bene così, non aveva grande importanza anche se poteva usare il suo. Dopo qualche anno per una modifica del codice civile fu obbligata ad usare il suo cognome, e solo in aggiunta, volendo, quello di mio padre. Ne fui contenta per lei.
Le donne in età matura non avevano la patente, però c’era in paese una tipa che pareva un uomo a vederla e che guidava il camion, presumo che non fosse vietato, ma che alle donne non interessava, come il cognome per mia madre insomma. Ah! E in genere non portavano i pantaloni, solo verso i primi anni Ottanta compresero quanto comodi potevano essere e quanto tenevano caldo d’inverno.
Una cosa che ora farebbe sorridere è l’uso dei collant, inventati nel 1959 da Allan Gant negli Stati Uniti, erano vietatissimi prima dei 13-14 anni, prima del primo mestruo insomma quando si diventa donna. L’unica concessione i gambaletti di filanca, ma mai sopra il ginocchio, perché il collant era sinonimo di sensualità, di erotismo. Il più delle donne portava ancora calze tipo autoreggenti, spesse, solo che non si reggevano da sole ma usavano un elastico alto che le teneva su e di sexy avevano ben poco…

Ritornando alla storia di Nadia, essendosi uniti in matrimonio fu rispedita a casa e costretta a rimanere, altrimenti incorreva nell’abbandono del tetto coniugale che a quei tempi era un reato, senza contare che non assolvere ai doveri coniugali era sanzionato penalmente. Per cui quello che era sembrato il principe azzurro per un po’ diede libero sfogo ai suoi istinti più bassi, finché i genitori di lei all’ennesimo massacro di botte e violenza fisica sulla figlia si decisero a denunciarlo e a tenere la figlia con sé. Fu un fatto di una tristezza infinita e Nadia rimase a lungo chiusa con i suoi fantasmi, solo molti anni dopo incontrando un amore vero si è ripresa la sua vita.
L’amica invece si fidanzò con un francese che era in Italia per lavoro, ed era innamorata pazza, sembrava lo fosse anche lui. Entrambi, figli di quel tempo pieno di gioia. Ma ahimè lì ho imparato che bisogna essere sempre cauti con le passioni. Lei per un po’ dette scandalo per l’amore troppo esibito che le scoppiava dentro, così si sposarono e solo dopo mesi quando lui sparì, la ragazza venne a sapere che il tipo era accusato di bigamia: aveva già una famiglia in Francia.

In quegli anni crollarono molti tabù e le donne ebbero maggiore libertà, ma la società nel suo insieme richiedeva più tempo e gradualità per ripensarsi sulla spinta della rivoluzione del Sessantotto.
Peccato che sia stata soppiantata dalla rivoluzione industriale e dalla ricchezza materiale che ne è derivata, in cui l’amore ha perso i connotati originari e risulta più facile “comprarlo” (Le case chiuse), che generarlo attraverso l’arte del corteggiamento; il sesso più che espressione d’amore (Il sacro e l’unione spirituale attraverso la sessualità) è diventato possesso e pornografia da esibire, la donna anziché soggetto d’amore è diventata merce da svendere attraverso la pubblicità, le TV, i giornali (il corpo delle donne). C’è stato un periodo negli anni Novanta in cui acquistavo le riviste per il negozio, frequentato anche da bambini, a seconda della copertina, ormai erano diventate così imbarazzanti…

Ultimamente nelle discussioni su fatti di violenza famigliare che stanno accadendo, sento spesso che si cerca un capro espiatorio a cui dare la colpa, piuttosto che riflettere e rendersi conto che è una concausa di fattori, tra cui la mancanza di freni etici, la distorsione del concetto d’amore, la mancata evoluzione dell’uomo di pari passo a quella della donna.
Mi chiedo che senso abbia affrontare l’argomento da questo punto di vista e da due estreme fazioni, sempre una contro l’altra, donna contro uomo, uomo contro donna. (La maleducazione sessuale)
Se dobbiamo essere estremamente sinceri oggigiorno spesso assistiamo a una degenerazione da entrambe le parti: se da un lato l’uomo si sente autorizzato a dar libero sfogo a istinti che nemmeno gli animali hanno, dall’altra la donna si sente autorizzata a emulare comportamenti maschili che da sempre si sono combattuti, e darsi l’etichetta di femminista proprio non ci sta.

Io per come la intendo, una donna femminista è una donna che sa riconoscere ed esaltare la sua femminilità attraverso la quale realizzarsi per amore di sé e per l’altro, il cui obiettivo è vivere in un mondo più giusto più equilibrato, in cui ognuno rispetta e riconosce la libertà e la dignità dell’altro (L’esercizio della libertà). Per pretendere rispetto occorre dare rispetto, per pretendere amore occorre dare amore. Invece ho come l’impressione che un considerevole numero di donne, (e non sto parlando delle ragazze che sono il frutto delle generazioni passate), stia dando il peggio di sé, diventando maschiliste esse stesse.
Così ci ritroviamo entrambi sempre più spesso a litigare, ognuno fermo nelle proprie convinzioni: a chi ha ragione e chi ha torto, chi ha diritto su quel quadro rispetto all’anfora cinese, chi riuscirà ad avere la meglio sui figli tirandoli dalla sua parte, mangiandosi la vita l’un l’altro, senza un obiettivo preciso.

Mi chiedo sempre più spesso, e da diversi anni, dove sono andati a finire gli ex sessantottini e dove hanno messo tutto quel senso di ribellione, quelle speranze, desideri che li animavano, e perché si sentono in diritto di essere spesso così critici verso le nuove generazioni. Li paragono a quell’insegnante di scuola che giudica il cattivo rendimento dello studente, senza chiedersi prima se non rappresenti il fallimento del suo stesso insegnamento.

Ho trovato in rete questo video: “Ma il cielo è sempre più blu”, decisamente i bambini hanno le idee molto chiare e ascoltando ciò che dicono possiamo capire che messaggi trasmettiamo loro.

Leda

* Nota Bene: lo scopo di questo post è solo divulgativo e narrativo, senza alcuna intenzione di promuovere ideologie, celebrare miti o incentivare condotte vietate. Non è sponsorizzato e non ha fini commerciali. Tutti i diritti d’autore appartengono ai rispettivi proprietari.

 

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