Ragionevoli dubbi – audiolibro

Era un tardo pomeriggio di settembre. Con tutta la luce drammatica dell’estate che finisce, che preannuncia la penombra e i misteri dell’autunno. Un buon momento per sapere che diventerai padre, pensai distintamente mentre ci sedevamo in terrazza, il sole basso alle nostre spalle.

Ragionevoli dubbi
di Gianrico Carofiglio
Genere: Giallo
Voci narranti: Gianrico Carofiglio
Tipologia: Emons 2011 – CD Audio formato MP3

Quasi una certezza, per Guido Guerrieri. Un sacrosanto desiderio per un quarantaduenne come lui, si potrebbe dire. Come in quel lontano pomeriggio di ottobre in cui Sara, quando era ancora sua moglie, espresse il desiderio di avere un bambino… “e io dissi che non credevo fosse ancora il momento. Lei mi guardò e annuì senza dire niente. Non ne parlò mai più”. (da Testimone inconsapevole)
Ma Margherita ha altri progetti, ha intenzione di partire e ciò lo coglie impreparato. Non comprende. Si avvicendano in lui un misto di delusione e disillusione, di sospetto e incredulità lasciandolo, infine, sopraffatto. La mancanza di un dialogo aperto e sincero fa il resto.

Mi tenni tutto dentro, come una cosa che ti vergogni anche solo di avere pensato. Perché ti vergogni della tua debolezza, della tua fragilità.

Ad allontanarlo da questi pensieri ci pensa come sempre il lavoro: un telegramma lo invita con urgenza a recarsi in carcere, dove un detenuto condannato in primo grado per traffico internazionale di stupefacenti, un certo Fabio Paolicelli, chiede di essere difeso dichiarandosi innocente.

Non appena entrò lo riconobbi, anche se erano passati più di venticinque anni dall’ultima volta che l’avevo visto.
Fabio Paolicelli detto Fabio Raybàn, con l’accento sulla seconda sillaba, alla barese. Lo chiamavano così per via degli occhiali da sole che portava sempre, anche di sera. Ecco perchè non riuscivo a ricordarmi chi fosse. 

Nella mente di Guido si affacciano ricordi degli anni Settanta, quando aveva solo sette anni e alla TV passavano le immagini in bianco e nero della strage di piazza Fontana, dello scoppio di una bomba, i telegiornali in cui apparivano le facce di ragazzi come lui, sporadico e poco convinto frequentatore della sinistra extraparlamentare.

Fabio Raybàn invece era un picchiatore fascista.
E forse più che un semplice picchiatore. Di lui, e di altri come lui, si raccontavano molte cose. Si raccontava di rapine a mano armata fatte per il gusto del gesto ardito. Di campi paramilitari nelle zone più sperdute della Murgia, assieme a equivoci personaggi delle forze armate e dei servizi segreti. Di cosiddette feste ariane in ville lussuose della periferia.

Si diceva che Raybàn fosse coinvolto anche nell’assassinio di un diciottenne poliomielitico considerato un comunista. Della squadraccia a pagare fu uno solo, il quale “molto opportunamente, si uccise in carcere” impedendo di identificare altri responsabili.

…chiesi a nonno Guido perché avevano messo quella bomba, se fossimo in guerra, e con quale paese. Lui mi guardò e rimase in silenzio. Fu l’unica volta che non trovò parole per rispondere alle mie domande.

L’avvocato Guerrieri anche questa volta si trova di fronte a una sfida: mettere da parte il rancore e il senso di vendetta per quello che è stato, e cercare di salvare il salvabile, sentendosi incautamente motivato dalla presenza di una bella dama di origini orientali “con qualcosa di europeo nei tratti”.

I FATTI:

Il signor Fabio Paolicelli un anno e mezzo prima, mentre rientrava in auto da una vacanza in Montenegro con moglie e figlia, trova al porto di Bari la Guardia di Finanza che sta effettuando dei controlli con i cani antidroga. Questi fiutano la sua auto dove vengono trovati quaranta chili di cocaina purissima. Viene arrestato e per far sì che la moglie non sia considerata complice, rilascia “spontanee” dichiarazioni di colpevolezza verbalizzate senza la presenza di un avvocato.
Dopo un processo con rito abbreviato difeso da un avvocato piuttosto equivoco, dispensatore di false speranze, si trova a dover scontare sedici anni di carcere e a pagare “una multa così enorme che nemmeno me la ricordo”. Ma Paolicelli continua ad affermare che la droga non è sua e a dichiararsi innocente.

Certo l’avvocato Guerrieri è avvezzo alle storie assurde che le persone sanno inventarsi pur di non pagare ai propri errori, e tocca proprio agli avvocati penalisti come lui doverle difendere, senza giudicare.

Nella maggior parte dei casi noi avvocati non conosciamo la verità. Non lo sappiamo se il nostro cliente è colpevole o innocente. Per certi aspetti è anche meglio così, perchè una difesa professionale può essere addirittura più efficace.

Deontologicamente parlando teme di non essere la persona giusta per assumere la difesa di Paolicelli, nei suoi confronti ha troppe riserve mentali e vecchissimi conti in sospeso. Ma la vicenda della nomina del difensore Corrado Macrì è troppo strana, troppo contorta per essere inventata, il comportamento del collega appare inspiegabile. Decide così di consultare Carmelo Tancredi, l’ispettore della Squadra Mobile sempre alle prese con l’arresto di pedofili, maiali da esportazione che nel caso che sta seguendo organizzavano vacanze in Thailandia.

«Non ti immagini cosa gli abbiamo trovato a casa.»
«Non me lo immagino e non lo voglio sapere. Era vero solo a metà. Non lo volevo sapere, ma mi immaginavo perfettamente che cosa potevano aver trovato nelle perquisizioni. Qualche volta – sempre difendendo le vittime – mi ero occupato di casi di pedofilia, e avevo visto il materiale sequestrato a quella gente. Al confronto, le foto delle autopsie sono uno spettacolo rilassante.

Da Tancredi viene a sapere, in via confidenziale, che una modalità simile di trasporto di stupefacenti è stata accertata qualche anno prima, un modus operandi praticato dai trafficanti turchi di eroina. Cosa più recente, è che proprio con quel metodo grossi carichi di cocaina stavano arrivando dall’Albania, dal Montenegro, dalla Croazia. Un’informazione avuta da un suo confidente e di cui Tancredi  aveva prontamente provveduto a informare la narcotici, la quale per tutta risposta voleva sapere chi era il confidente… mentre non risultava fosse stata avviata alcuna indagine.

Un vero sbirro non chiede mai a un collega di dirgli il nome del suo confidente. Roba da dilettanti o da mascalzoni.

I due arrivano a concludere che per scoprire qualcosa di concreto occorre un’indagine ufficiale e ottenere la collaborazione della polizia del Montenegro, ma a Tancredi la cosa pare piuttosto ardua considerando che alcune delle alte cariche si sono compromesse per anni nella gestione del contrabbando di sigarette a livello internazionale.

L’avvocato Guerrieri decide di accettare l’incarico nonostante i pochi spiragli di luce, e a Paolicelli sembra aprirsi una possibilità… che subito provvede a ridimensionare.

…Così andava bene. Il tono tecnico era l’ideale per far sparire l’imbarazzo che avevo provato qualche istante prima. Ed era anche una bella manifestazione di cattiveria, mascherata da efficienza professionale, privarlo subito anche di quell’istante di sollievo. Del conforto che prova chi, dopo mesi di prigionia e di pensieri orribili sul futuro, incontra qualcuno che è dalla sua parte e che può aiutarlo. La ragione stessa, fondamentalmente, dell’esistenza degli avvocati.

Ma nel cercare di ricostruire ciò che era successo si trovano in un vicolo cieco. Che fare? Cercare di coinvolgere l’Interpol?

Mi dissi che stavamo perdendo solo tempo. Innocente o colpevole, Paolicelli era incastrato.

A volte mi guardavo intorno passando dal bar. Guardavo i giovani avvocati, spesso eleganti in modo eccessivo, guardavo le ragazze, segretarie, praticanti e anche qualche giovane magistrata in tirocinio. Mi sembravano tutti un po’ scemi e pensavo banalmente che da giovani noi eravamo diversi, e migliori.
Concepire certe sciocchezze è un’automatismo implacabile. Se loro sono così fessi, non c’è motivo di invidiarli; non c’è motivo di invidiare la loro giovinezza, le loro articolazioni sciolte, le loro infinite possibilità. Sono coglioni, si vede da come si comportano, al bar e dappertutto. Noi eravamo meglio, e siamo meglio, e allora perchè invidiarli?

Torna il tema della memoria. Tornano prepotenti i ricordi, di quanto Guido era stato ossessionato dall’idea di vendicarsi. Ma l’uomo che ha di fronte a sé e la sua vita non hanno niente a che fare con il ragazzo del suo passato, e ciò lo disorienta. «Fu una sensazione molto strana. Metteva le cose fuori posto, mi confondeva».
Crollano quelle certezze che si era costruito nel tempo e sorge il dubbio… «Erano vere le cose che si raccontavano in quegli anni?».

In base a cosa possiamo dire con certezza che una immagine nella nostra testa è il risultato di una percezione o di un atto di immaginazione? Cosa distingue davvero certi sogni da certi ricordi?

Fare l’avvocato è una cosa seria, non è un lavoro per tutti. Occorre avere una strategia, ma non quella presunta, suggerita da certi manuali.

Mi sentii uno scemo… Mi dissi che non si prepara un incontro di pugilato facendo l’elenco dei pugni e delle schivate e di tutti i movimenti che si pensa di fare sul ring… non funziona così negli incontri di pugilato, e nei processi, e nella vita.

È proprio dalla boxe che spesso l’avvocato Guerrieri riesce a tirare fuori spunti di saggezza e cose munite di senso. Metafore.

Appallottolavo la mia stupida lista di domande la gettavo nel cestino, mi vennero in mente le immagini del combattimento fra Mohammad Dali e George Foreman nel 1974 a Kinshasa per il titolo mondiale dei pesi massimi. Il più straordinario combattimento della storia del pugilato.

E Hurricane è la canzone che Bob Dylan scrisse nel 1975 per sostenere l’innocenza di Robin Carter, pugile statunitense noto appunto con il soprannome Hurricane (Uragano) che nel 1966 venne accusato di triplice omicidio in seguito a una sparatoria e condannato a tre ergastoli, in un’America in cui i neri erano ancora oggetto di discriminazione e violenza. Appellandosi alla Corte Federale gli fu riconosciuto un possibile pregiudizio razziale nell’incriminazione e venne liberato  nel 1985. Il brano è anche presente nella colonna sonora del film Hurricane – Il grido dell’innocenza del 1999 diretto da Norman Jewison, in cui Robin Carter è interpretato da Denzel Washington.

Commenti:

“Oltre alle regole scritte, quelle del codice e delle sentenze che lo interpretano, c’è una serie di regole non scritte. Queste ultime vengono rispettate con molta più attenzione e cautela. E fra queste ce n’è una che più o meno dice: un avvocato non difende un cliente buttando a mare un collega. Non si fa, e basta. Normalmente chi viola queste regole, in un modo o nell’altro, la paga. O perlomeno qualcuno cerca di fargliela pagare”. L’avvocato Guido Guerrieri deve correre questo rischio. C’è un uomo in carcere che si dichiara innocente. Le circostanze sono schiaccianti, c’è però la possibilità che sia finito in una trappola, un maledetto imbroglio.
C’è anche una situazione personale ambigua che coinvolge l’avvocato: la fine forse di un amore, l’inizio pericolosissimo di un altro, e in ciascuno di questi incroci sembra materializzarsi lui, il detenuto che si proclama disperatamente innocente.

di Arséne_Lupin

In effetti è il senso della giustizia a muovere l’avvocato Guerrieri. L’ingiustizia che colpisce un possibile innocente lo porta a decidere di difenderlo, senza mettere in conto il rischio che lui stesso corre.
Un tempo si usava dire che tutti possiamo sbagliare perché “nessuno è perfetto“. E la sfera sentimentale dell’avvocato lo dimostra: la sua relazione con Margherita è instabile e inconcludente, egli sembra poter trovare la sua realizzazione in un’altra realtà già costituita ma fortemente in crisi, e ciò lo porta spesso a chiedersi che cosa sta facendo…

E intanto mi veniva in testa, in modo del tutto indipendente dalla mia volontà, una cosa letta anni prima in un libro sui paradossi. La parola che viene fuori dall’anagramma di «la verità» è «relativa». La verità-relativa.
Fabio è innocente?
Non rientrava fra i miei compiti di avvocato scoprire se un cliente dice la verità. Ma c’erano altre cose che avevo fatto, e che non rientravano nei miei compiti di avvocato.

È lo stesso senso di giustizia a motivare l’ispettore Tancredi nella sua costante lotta contro l’abuso dei minori.

Tancredi quella mattina era di testimonianza. Il solito processo per lo stupro di una bambina. Solito. Un bell’aggettivo per certe cose. A volte mi ero chiesto come facesse Carmelo a occuparsi tutti i giorni di quel letame, da tanto tempo.
Quando capitava a me, qualche volta, di costituirmi parte civile per bambini abusati, avevo l’impressione di camminare nel buio, in corridoi pieni di insetti e altre bestie schifose. Non si vedono ma ci sono, e in ogni momento puoi sentire i loro movimenti vicinissimi ai tuoi piedi, l’odore, un contatto viscido sulla tua faccia.

Interessanti e istruttivi sono alcuni passi dell’arringa della difesa:

Il Pubblico Ministero ha ragione. Dovete decidere applicando, come sempre, un criterio rigoroso di valutazione delle prove. Ha ragione quando vi parla, in termini teorici, di metodo.

La Cassazione ha chiarito che la prova indiziaria deve consentire la ricostruzione del fatto in termini di certezza tali da escludere la prospettabilità di ogni altra ragionevole soluzione. Non deve invece escludere anche le possibilità più astratte e remote. Se così fosse non si dovrebbe più parlare di prova indiziaria, ma di dimostrazione per absurdum  secondo regole che sono proprie solo delle scienze esatte, la cui osservanza non può essere pretesa nell’esercizio dell’attività giurisdizionale.
Non è possibile in sostanza, per escludere la fondatezza di un ipotesi d’accusa, concepire alternative di fantasia, o comunque di pura congettura.

Il Pubblico ministero sviluppando questo concetto ha affermato che davanti a una astratta pluralità di spiegazioni è necessario preferire quella capace di inglobare tutti gli indizi in modo coerente. Tagliando fuori cioè le ricostruzioni fantasiose o meramente congetturali in base a un criterio di plausibilità elaborato in termini statistici, cioè di probabilità. La plausibilità, nell’accezione del pubblico ministero, significa compatibilità con una sorta di copione della normalità, elaborato in base a ciò che avviene di regola, o meglio di solito. Ciò che avviene di solito, in presenza di dati elementi di fatto diventa dunque il criterio per decidere in un ulteriore specifico caso che cosa può essere accaduto.

Inutile dire che in questo campo non si tratta di una competizione fra livelli di probabilità delle storie. Per dirla in altri termini, al  pubblico ministero non basta proporre una storia più probabile per vincere il processo. Il pubblico ministero per vincere il processo, per ottenere cioè la condanna deve proporre l’unica storia accettabile, cioè l’unica spiegazione accettabile dei fatti di causa. Alla difesa basta proporre una spiegazione possibile.

Ogniqualvolta sia possibile costruire una pluralità di storie capaci di inglobare tutti gli indizi in un quadro di coerenza narrativa, bisogna arrendersi al fatto che la prova è dubbia, che non vi è certezza processuale, che bisogna pronunciare sentenza di assoluzione.

Che facciamo alla fine dei conti, nei procedimenti penali? Noi tutti, dico. Poliziotti, carabinieri, pubblici ministeri, avvocati, giudici?
Tutti raccontiamo storie. Prendiamo il materiale grezzo costituito dagli indizi, lo mettiamo insieme, gli diamo struttura e senso in storie che raccontano in modo plausibile fatti del passato. La storia è accettabile se spiega tutti gli indizi, se non ne lascia fuori nessuno, se è costruita in base a criteri di congruenza narrativa. E la congruenza narrativa dipende dall’attendibilità delle regole di esperienza che utilizziamo per risalire dagli indizi alle storie che raccontano i fatti del passato, storie che in un certo senso, in senso etimologico, dobbiamo inventare.

Ma questa regola di esperienza non è la vita. È, come tutte le regole di esperienza, un modo di interpretare i fatti della vita, nel tentativo di dare loro senso. Ma la vita, anche soprattutto quei pezzi di vita che finiscono nei processi, è più complicata dei nostri tentativi di ridurla a regole classificabili e a storie ordinate e coerenti. Un filosofo ha detto che i fatti, le azioni in sé, non hanno alcun senso. Può avere senso solo il testo della narrazione degli eventi e delle azioni compiute nel mondo. Noi, non solo nei processi, costruiamo storie per dare senso ai fatti che in sé non ne hanno nessuno. Per cercare di mettere ordine nel caos.

Riflessioni:

In passato ci sono stati anni in cui violenza e uccisioni compiute da più parti erano all’ordine del giorno, si vedevano in strada, in televisione, ci si sentiva inermi come nonno Guido, senza parole. E forse pian piano si è smesso di farsi delle domande. Rimane la curiosità sui fatti di cronaca nera di cui spesso si parla in TV.
Ci sono trasmissioni televisive in cui i fatti di cronaca nera vengono sviscerati in modo tale che inducono una curiosità morbosa, arrivando a trarre le ipotesi più sconclusionate a volte con la pretesa di voler contribuire alle indagini (compito delicato che spetta agli ispettori di Polizia), di fare informazione (compito che spetta ai giornalisti), di emettere dei giudizi (compito che spetta ai tribunali).

Ho voluto qui riportare alcune affermazioni tratte da un video. Discorsi che fanno riflettere:

Mi chiedo spesso se il successo di tante trasmissioni televisive nasca da una reale esigenza che ha la gente di sentirsi raccontare, di vedere la cronaca nera. In fondo alla cronaca nera cosa c’è… ci sono gli elementi della vita, insomma, c’è la vita e la morte, l’amore, l’odio, la passione…

Gabriele Moroni, giornalista

Penso tutto il male possibile dei processi fatti in televisione prima del processo in cui sedicenti esperti, di solito esperti di tutt’altro, irrompono sulla scena mediatica e dicono la loro opinione.

Gianrico Carofiglio

Sai che c’è una vittima, che ha diritto ad ottenere giustizia, ma la giustizia è quella fatta nelle forme della Legge, nelle forme previste dai principi fondamentali. E quindi bisogna che la persona accusata sia dimostrata colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Il giudice deve tener conto di questi due aspetti e che non venga tratto, come dire, in inganno, fuorviato da possibili mediazioni del processo che accentuino un aspetto piuttosto che l’altro.
Se non sei tranquillo oggettivamente, se non riesci a spiegare, a motivare fino in fondo tutti gli elementi per mettere in galera per 16, 20 anni, 30 anni una persona, devi assolverla.

Dott. Stefano Vitelli, giudice processo di I° grado

Le prove scientifiche, assieme a tutte quante le altre prove, vanno lette nella chiave dei criteri di interpretazione, vanno lette alla luce del prima e del dopo.

Gianrico Carofiglio

Le verità del processo sono verità storiche. Cioè sono verità che riguardano fatti del passato e quindi, come dice un grande filosofo della scienza come Popper “Sono verità approssimative”. Cioè noi non abbiamo mai nella sentenza il film dei fatti accaduti, anche se abbiamo una videoripresa, perchè c’è un prima e un dopo. Compito del giudice, che ovviamente assume tutti i dati in mano, è di escludere i dubbi ragionevoli. Tutte le volte che è possibile immaginare una ricostruzione alternativa dei fatti rispetto a quella che fornisce l’accusa, una ricostruzione alternativa che non dev’essere certo più probabile di quella dell’accusa ma dev’essere semplicemente plausibile, bisogna assolvere.

Gianrico Carofiglio

Se al giudice-Stato gli venisse detto “scommetti se è colpevole o innocente probabilmente il giudice-Stato in casi di questo genere scommetterebbe per la colpevolezza, perchè è più probabile.
Ma lo Stato non scommette ovviamente, lo Stato per mettere in galera un cittadino deve essere ragionevolmente sicuro che sia lui. Se non hai quella ragionevole certezza devi mettere la mano sull’innocenza.

Dott. Stefano Vitelli, giudice processo di I° grado

È perfettamente ipotizzabile che un processo finisca senza colpevole, che significa con l’assoluzione dell’imputato, fa parte del meccanismo. E per fortuna fa parte del meccanismo, perchè se fosse deciso in anticipo che chi viene accusato di un certo reato verrà sicuramente condannato, beh, insomma, avremmo da preoccuparci tutti. Appartiene a una cultura democratica del Diritto l’accettazione del limite, del fatto che è possibile che rimanga uno spazio inevaso, ed è addirittura sano, se non diventa una patologia o una epidemia. Purtroppo siamo in un’epoca in cui gli assolutismi populistici in vari campi non rendono facile un’educazione su questo tema.

Gianrico Carofiglio

Tratto da: Tutta la verità: il delitto di Garlasco. Documentario dedicato all’omicidio di Chiara Poggi