Proteggerò il tuo corpo, difenderò la tua anima

Proteggerò il tuo corpo e difenderò la tua anima
dalle illusioni che vedi

se quello fosse l’unico luogo
dove poter lasciare tutti i tuoi dubbi
ti sosterrò e sarò la tua via di uscita


Snow On The Sahara – Anggun (1997)

Quand’ero piccolina dormivo nella camera dei miei genitori in un lettino posto in un angolo, appoggiato al muro, alla sinistra di mia madre. Quando veniva a darmi la buonanotte, le chiedevo di sistemare tutte le mie bambole una accanto all’altra, sulle mie braccia aperte e lei mi diceva che così avrei dormito come sulla croce, ma io insistevo e lei mi accontentava.
Erano bambole tutte diverse, ognuna a modo suo importante per me. Avevo pure un bambolotto che un amico-compagno di classe di mio fratello, inaspettatamente, un pomeriggio d’autunno mi regalò. Era figlio unico di una maestra e di un avvocato che lo avevano avuto in età avanzata, benestanti, vivevano in un villino sotto il bosco accanto al torrente, un luogo molto suggestivo.

Era un bambino un po’ malinconico, spesso solo, quei pochi bambini che lo andavano a trovare, spesso erano invitati dalla madre, così come mio fratello, solo che lui ci andava volentieri e ogni volta che potevo lo accompagnavo. Mi piaceva un sacco la sua casa, aveva moltissimi giocattoli senza distinzione di genere tra femminile e maschile, e quando quel giorno mi allungò quel bambolotto e pronunciò con un sorriso: «Tieni, è per te» non mi pareva vero!… sia per il gesto generoso, sia per il fatto che io non avevo MAI avuto una bambola maschio! Lungo il percorso per tornare a casa tenendo per mano mio fratello, con l’altra abbracciavo il mio nuovo bambolotto ed ero in brodo di giuggiole…
Decisi di chiamarlo con il suo nome, in segno di gratitudine, e una volta a casa feci una grandiosa scoperta che mai mi sarei aspettata. Aveva un piccolo buco tra le labbra…corsi a rovistare tra i miei giochi e presi un biberon, lo riempii d’acqua, gli misi il bavaglino e gli diedi da bere. Poco dopo mi accorsi che qualcosa bagnava i miei vestiti e quelli del bambolotto, lo spogliai e… sorpresa!.. aveva rudimentali organi sessuali. Era inusuale per quei tempi, non mi era mai capitato di vedere una bambola sessuata…

Sul soffitto tra il mio letto e quello dei miei genitori, si era formata una crepa dovuta all’assestamento della casa. Finchè non fu costruito il piano superiore, ad ogni nubifragio occorreva mettere una fila di pentole per raccogliere l’acqua che penetrava. Quel gocciolare lento e regolare per me era una musica, una compagnia, quasi una ninna nanna.
Nel sonno mi rigiravo, e spesso cadevo dal letto e la mattina mia madre mi trovava tutta rannicchiata e infreddolita sul tappeto. Lei diceva che era per colpa di quelle bambole, ma in realtà sognavo tanto.

Sulla parete sopra il mio lettino c’era un quadretto con un bellissimo angelo custode che proteggeva una bambina che rincorreva la palla sul bordo di un dirupo. Dopo aver recitato la preghiera dell’angelo subissavo mia madre di domande: chi era l’angelo? Da dove veniva? Cosa stava facendo? E la bambina? Perchè l’angelo rimaneva ad aspettare? Non poteva portarla via di lì? Cosa sarebbe successo se fosse caduta? L’angelo sarebbe riuscito a proteggerla? Se fosse caduta sarebbe morta? L’avrebbe portata in paradiso? Ma l’angelo è maschio o femmina? Se tutti i bambini hanno un angelo, allora ce l’ho anch’io? …e così via, pazientemente mia madre mi rispondeva e io mi assopivo tranquilla… 

Parlare del dolore e della morte

…bussammo alla porta, mia madre mi teneva stretta la mano, dietro di noi mio padre e i miei fratelli, erano tutti stranamente silenziosi. Qualcuno venne ad aprire, ancora silenzio, nella penombra alcuni bisbiglii.
I miei nonni materni avevano venduto casa e dalla collina erano scesi giù in paese perchè il nonno non poteva più camminare e aveva bisogno di continue cure e assistenza e lì risultava tutto più facile.
Scorgendo la nonna seduta di profilo nella stanza in fondo al corridoio, scattai abbandonando la mano di mia madre e mi catapultai subito ad abbracciarla, lei mi accarezzò e mi baciò come faceva sempre. Mi accorsi che teneva in mano un fazzoletto che si accostava alla bocca e i suoi occhi erano lucidi. Solo allora girai lo sguardo intorno, c’erano i miei zii in piedi sparsi per la stanza, mano a mano che incontravo i loro sguardi ammiccavano con il capo accennando un lieve sorriso. Infine vidi il nonno disteso nel grande letto a baldacchino, teneva le mani giunte e sembrava dormisse e infatti a voce alta dissi: “Nonna, il nonno dorme?” subito sentii la mano di mia madre sulla spalla e un sst… che m’intimava di far silenzio. La nonna fece subito cenno di lasciar stare e con tenerezza mi disse: “il nonno è andato in un bel posto, ora è in paradiso…” e mi ricordo ancora le mie parole “Allora nonna perchè piangi?” e lei “Perchè mi mancherà..” e con la mamma andai a salutarlo e a dargli un bacio di addio. Avevo cinque anni ed ho conservato un buon ricordo.

Leda

Parlare della morte con i bambini:
come e perchè

«…non insistere a volerne parlare, non chiedere, non indagare, non fargli credere che sia obbligato a soffrire, si sentirebbe invaso e chiuderebbe ancora di più. Il compito è quello di esserci e farglielo capire,…ricorre alla formula del “mi chiedo…”, è un messaggio ipnotico che arriva direttamente all’inconscio. Dobbiamo mostrargli tutta la nostra incertezza, tutta la nostra imperfezione, per evitare che si senta inadeguato. L’inconscio del bambino, quel fenomenale splendore che ha dentro è ancora aperto, spalancato e i sentimenti fanno male, è logico che il bambino si difenda.
Bisogna stare molto attenti a quello che si dice ai bambini perchè ci credono. Bisogna dirgli chiaro e tondo che dalla morte non si torna, bisogna riconoscere la paura e l’ansia del bambino, chiedergli di spiegare, ascoltarlo, permettergli di raccontare le sue preoccupazioni e di dare un ordine lui stesso da solo al caos che ha dentro. Bisogna cambiare l’espressione “avere paura” con “essere spaventato”, bisogna chiedergli che cosa lo spaventa della morte. Se piange lasciatelo piangere, il pianto dei bambini fa più male a noi che a loro.
Fatelo disegnare rappresentare la sua paura…»

tratto da “Caos calmo“, di Sandro Veronesi

Nella nostra società le emozioni in generale vengono scoraggiate, è diventato un ideale pensare e vivere senza emozioni. Essere “emotivo” è diventato sinonimo di instabile e squilibrato. Nell’accettare questa regola l’individuo si è molto indebolito; il suo pensiero si è impoverito e appiattito.
In particolare c’è un’emozione vietata, la cui soppressione incide profondamente nelle radici della personalità, ed è il senso della tragedia. La coscienza della morte e dell’aspetto tragico della vita, vaga o chiara che sia, è una delle caratteristiche fondamentali dell’uomo.

(estratto da Fuga dalla libertà di Erich Fromm, 1941)

 

Ecco come trasformare il tuo potenziale interiore: prenditi la responsabilità delle tue percezioni in modo che tu non sia la vittima degli eventi della tua vita, ma gli eventi della tua vita siano la creazione di ciò che tu percepisci che debba essere. È così che diventerai il dio o la dea del tuo personale universo.

Restless – L’amore che resta
il film


Ogni civiltà ha un suo modo di affrontare il problema della morte. I greci mettevano tutto l’accento sulla vita e rappresentavano la morte come una vaga e triste continuazione della vita. Gli egiziani fondavano le loro speranze sulla fede nell’indistruttibilità del corpo umano, per lo meno del corpo di coloro il cui potere durante la vita era indistruttibile. Gli ebrei ammettevano il fatto della morte realisticamente, e riuscivano a conciliarsi con l’idea della distruzione della vita individuale grazie alla visione di uno stato di felicità e di giustizia che sarebbe stato alla fine raggiunto dall’umanità in questo mondo. Il Cristianesimo ha reso la morte irreale, e ha cercato di confortare l’individuo infelice con le promesse di una vita oltretomba.

La nostra epoca si limita a negare la morte, e con essa un aspetto fondamentale della vita. Invece di lasciare che la coscienza della morte e del dolore diventino uno dei più forti incentivi alla vita – la base della solidarietà umana e un’esperienza senza la quale la gioia e l’entusiasmo mancano di intensità e di profondità – l’individuo viene costretto a reprimerla. Ma, come sempre succede nella repressione, gli elementi repressi non cessano di esistere per il solo fatto di essere stati eliminati dalla vista. Così la paura della morte vive tra noi un’esistenza illegittima. Resta viva nonostante il tentativo di negarla, ma la repressione rende sterili. E’ una delle fonti della piattezza di altre esperienze, dell’inquietudine che pervade la vita, e può spiegare, direi, la sproporzionata somma di denaro che questa nazione paga per i funerali.

(estratto da Fuga dalla libertà di Erich Fromm, 1941)


Da ragazza dissi a mia madre che avrei preferito, in caso di morte, essere sepolta nella nuda terra sotto l’ombra di un grande albero, piuttosto che in una bara in un triste e freddo cimitero. “Dalla terra alla terra…
Ma lei mi rispose che la Legge non lo permetteva.

Di funerali se ne parla davvero poco, e solo quando si è coinvolti nell’organizzazione di un rito funebre ci si rende conto e ci si scandalizza per l’alto costo previsto. Tombe e loculi sono un business, pagati profumatamente in anticipo per un determinato numero di anni…
Nella nostra società tutto è stato complicato, tutto è stato mercificato: così come la cessazione di un’attività imprenditoriale ha raggiunto alti costi, così lo è anche la cessazione di una vita.

Il Decreto del Presidente della Repubblica del 10 settembre 1990, n. 285 stabilisce il Regolamento di Polizia Mortuaria a cui fanno seguito alcune circolari interpretative, che coinvolge enti diversi (comuni, aziende sanitarie, regioni, autorità giudiziaria).

 

Se ne parla così poco, che credo sia capitato a tutti in questi anni di chiedersi quali procedure sono previste per gli immigrati che vivono in Italia, per i migranti deceduti nelle traversate clandestine, specie se privi di documenti. Spesso la mancanza di informazione alimenta leggende metropolitane sulle sorti delle salme.


SEPOLTURA E CREMAZIONE


Uno dei tabù più incrollabili in tutta la storia umana è certamente la morte.
L’uomo non sopporta di essere mortale: riconosce in sé i semi dell’eternità, concepisce l’idea dell’infinito nel tempo e nello spazio, ma deve scontrarsi con una dura realtà: la morte del corpo esiste ed è inevitabile.
È inscritto nella nostra natura corruttibile il sogno di vivere per sempre, felici e in buona salute, in una sorta di Eden o di “nirvana” immutabile ed eterno. Anche ai nostri giorni la presenza ingombrante della morte è percepita con senso di disagio, di frustrazione e di contraddizione ma la reazione dell’umanità è strana. Culturalmente molto diversa rispetto al passato. Da una parte si cerca di banalizzarla o esorcizzarla con mille spettacoli televisivi, film, fiction, romanzi gialli e perfino giochi per computer, dall’altra parte, la morte personale, l’evento infausto che ci colpisce spesso impreparati, è vissuto nel privato, nel silenzio ovattato delle cliniche “specializzate” o dei reparti di rianimazione.

di Antonio Farina – Quaderni Cannibali 2011