Non siamo un popolo di gamberi

Dai fatti che stanno accadendo ho come l’impressione che anzichè andare avanti si stia tornando indietro, a ristabilire vecchi privilegi rimanendo sordi a quello che si sta chiedendo.
Nel governo si ripropone il gioco-forza tra chi ha ragione e chi no, anzichè lavorare per trovare un po’ di serenità e poter progettare il futuro; è il solito braccio di ferro il cui solo scopo è la supremazia e non il bene del paese, incentivando così le divisioni.

C’è divisione per la Festa del 1 maggio: tra concerto a Roma e controconcertone di Taranto, tra ciò che si dà per scontato e il bisogno di ritrovare una dignità con il diritto al lavoro.

Crea divisione chi si esibisce in insulti via web al ministro Cècile Kyenge, persone chiuse in una visione “campanilistica” dell’Italia che non riescono a vedere l’arricchimento di una cultura multirazziale.

Dal punto di vista pratico per molte imprese gli extracomunitari hanno rappresentato una manodopera che noi italiani ci rifiutiamo di fare. Molte delle nostre scuole sono rimaste aperte grazie al numero di bambini provenienti dalle famiglie extracomunitarie poichè per formare le classi è stato imposto un numero minimo di alunni per aula.
L’assurdo è che noi stessi siamo stati un popolo migrante, i nostri genitori e nonni si sono trasferiti al nord Italia o all’estero per trovare lavoro e dai loro racconti si sente la sofferenza provata a stare lontani da casa, nel trovare un ambiente ostile. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa riguardo l’accoglienza.

Dovremmo concentrarci di più nel cercare il miglior modo per condividere e ricostruire la fiducia e la speranza.

Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restare solo in viaggio…

un vestito, un pane, un frutto,
e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuol venire.

Lui resta, fedele come un cane,
nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo, proprio lassù…
Ma il treno corre: non si vede più.

Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi


TIENI IL SEGNO: Dialogo sugli immigrati

Dialogo, immaginario ma non troppo, tra due “viandanti” nell’Italia reale.

“Ma tu lo sai quanto ci costano gli immigrati? Una tombola, soldi nostri e soldi non ce ne sono di questi tempi neanche per i nostri. Due miliardi e 400 milioni, capisci, due miliardi e mezzo quasi di euro italiani per pagare la sanità a quelli che vengono da fuori. Per pagargli cure e medicine e ospedali e…E questo per i regolari, quelli in regola con i documenti anche se poi chissà cosa fanno davvero per campare. E quattrocento milioni, altri 400 li buttiamo per pagare la sanità ai clandestini. Ai clandestini, io mi chiedo perché se sono clandestini, neanche un euro se sono qui a sbafo e fuori legge. E poi due miliardi e ottocento milioni per pagare la scuola ai loro figli. Di figli ne fanno tanti e sono in ogni scuola e noi paghiamo. E altri due miliardi per processarli in Tribunale quando ci arrivano e non escono prima e per tenerli in galera quelli che ci restano. Due miliardi, non saranno tutti delinquenti ma sono due miliardi, mica bruscolini. E 500 milioni per i “centri” dove li teniamo quando sbarcano. E 400 milioni per l’assistenza familiare. E 600 milioni per le pensioni che qualcuno di loro già incassa e intasca. E 400 milioni per dargli casa, casa a loro e per noi case non ce n’è. E 450 milioni sborsano i Comuni per i servizi sociali per loro. Fanno nove miliardi e 950 milioni, un mare di soldi, soldi nostri, delle nostre tasse che vanno a loro. Ecco quanto ci costano, quasi dieci miliardi, lo sai che ci si fa con dieci miliardi?”.

“Ma tu lo sai quanto incassiamo noi, noi italiani, dagli immigrati? Sette miliardi e mezzo di contributi previdenziali che loro pagano e con cui paghiamo le pensioni di noi italiani che in pensione già siamo. Loro in pensione sono poco e niente, sono tutti giovani. E due miliardi e duecento milioni che pagano di tasse, che versano al fisco. E un miliardo di Iva che pagano loro. E perfino cento milioni che tirano fuori per pagarsi le pratiche dei permessi di soggiorno. Fanno dieci miliardi e ottocento milioni. Fatti i conti, solo i conti. I conti dei soldi e non dei diritti e tutta quella roba là: ci guadagnamo un miliardo di euro l’anno”.

“Ma tu lo sai che in Italia non c’è lavoro, lavoro per noi. E questi sono cinque milioni, quindi se lavorano e non rubano, comunque rubano il lavoro agli italiani”.

“Ma tu lo sai che senza gli immigrati non raccoglieresti le mele in Val di Non, non faresti il prosciutto a Parma, la mozzarella di bufala in Campania, la vendemmia in Toscana e in Calabria? Lo sai cosa succederebbe ai nostri vecchi se non ci fossero le badanti? Cosa sarebbero…. continua

Riflessioni: questo testo la dice lunga di quanta strada ancora dobbiamo fare noi italiani. Mi è venuto in mente un aneddoto riguardo questi pregiudizi, che risale al periodo pre-euro.
Alla scuola dell’infanzia del paese era usanza al termine dell’ultimo anno di frequenza dei bambini, fare un regalo e organizzare una festicciola di “addio” per salutare e ringraziare le maestre.
In ogni classe i bambini prepararono un lavoretto, mentre noi genitori pensammo come regalo di acquistare dei manufatti nel negozio equosolidale della zona, iniziativa risultata peraltro molto gradita dalle insegnanti stesse.
Raccogliendo i soldi necessari tra le famiglie, sono sorti subito dei pregiudizi riguardo le famiglie extracomunitarie dando per scontato che non avrebbero aderito. In realtà una volta spiegato il progetto, contribuirono subito e ben volentieri, contenti di essere stati coinvolti nell’iniziativa. Al contrario qualche famiglia italiana (sia ben chiaro, senza problemi economici) ha svicolato alla richiesta del contributo.
Ma non finisce qui.
Alcuni genitori arrabbiati avanzarono la pretesa che il nome dei bambini di queste famiglie, che non avevano contribuito, fosse omesso dal bigliettino di auguri… Naturalmente rifiutammo di assecondare quest’ultima scandalosa richiesta.
Al di là delle ragioni che possono motivare le decisioni di una famiglia, non riesco a comprendere perchè le conseguenze devono ricadere sul bambino!?

LA CITTADINANZA ITALIANA

Proprio stamani mi è stato chiesto se sia giusto che un bambino di una famiglia di extracomunitari nato in Italia abbia la cittadinanza italiana.
Non ho espresso un’opinione a riguardo, per due motivi:
– primo, non so come funziona attualmente l’attribuzione della cittadinanza italiana agli stranieri
– secondo, non so quali privilegi comporta l’acquisizione della cittadinanza italiana.
Credo che come me molte persone non siano a conoscenza di questi due punti per cui prima di dare un giudizio credo sia giusto e opportuno prima informarsi.
Quello che mi viene da pensare è che certamente occorrerà una regolamentazione per evitare che si abusi di un diritto.

…ho voluto così approfondire il discorso spulciando nel web

TIENI IL SEGNO: “Dopo sette anni ho abbracciato mia madre”

Intervista ad Ivano ex “clandestino”

di Marco Barone
6 novembre 2010

“Ho deciso di venire in Italia perchè la televisione parlava bene dell’Italia, vedi tanti spettacoli, tanti soldi”.

Quella che racconterò ora è la storia di Ivano, così è conosciuto in Italia. La sua Italia dai confini molto ristretti, ovvero rinchiusa tra le province di Ferrara e Bologna.
E’ un pomeriggio autunnale, il sole tramonta prima, ma non le speranze di vivere in modo come dire più dignitoso.
Ed è per questo motivo che Ivano ha deciso ben sette anni or sono di abbandonare il proprio paese, la Moldavia per cercar fortuna in Italia. La Moldavia, ovvero la Republica Moldova, è uno Stato dell’Europa orientale racchiuso tra la Romania e l’Ucraina. Si tratta di uno stato senza sbocco al mare.

Ho visto per la prima volta il mare al confine quando sono entrato in Italia, era grande, era enorme”.

Negli occhi di Ivano si vede scorrere l’emozione pura di un bambino, il quale per la prima volta vede, osserva, il mare, nessuna parola potrà descrivere quanto dipinto nei suoi occhi.

La domanda è inevitabile perchè sei venuto in Italia?

“Il costo della vita nel mio paese è come il vostro ma si guadagna 400 euro al mese, come vivi?”

E poi come un fiume in piena parla, mi conduce dentro quel mondo che è stato in qualche modo una sua conquista, ma anche una prigionia necessaria per sfiorare la libertà.

”Ho lavorato per sette anni in nero, ero come dite voi clandestino. Senza documenti non sei una persona, non sei niente. Ogni anno aspettavo una legge per ottenere la sanatoria, ma niente. Il padrone mi dava lavoro, mi pagava, poco, ma almeno potevo dormire e mangiare. Sicuramente vivevo meglio rispetto a come vivevo nel mio paese”.

Le catene del lavoro… continua

 

Non dimentichiamo il nostro passato

 

Cittadinanza: molte normative, pochi diritti

di Enrico Panero
16 Marzo 2010

Negli ultimi due decenni, in seguito all’aumento dei flussi migratori e alle significative trasformazioni demografiche e sociali ad essi legate, si è intensificato il dibattito a livello internazionale e soprattutto europeo sul concetto di cittadinanza. La costituzione della «cittadinanza europea» definita a partire dal Trattato di Maastricht ha rappresentato un’importante novità, ma non ancora un passaggio dalla cittadinanza basata sulla nazionalità ad una basata sulla residenza… continua


AGGIORNAMENTO: Una nuova legge sulla cittadinanza che introduce delle modifiche alla Legge del 2002 è stata approvata dalla Camera dei deputati nell’ottobre del 2015, ed è in attesa di essere esaminata dal Senato.


Cosa prevederebbe la nuova legge di cittadinanza

Sostituirà la regola in vigore dello “ius sanguinis” con qualcos’altro, è già stata approvata dalla Camera ed è in discussione al Senato.

Fonte: ilpost.it


L’educazione di un popolo ha inizio molto presto

L’educazione di un popolo parte dalla famiglia insieme ai servizi alla prima infanzia.
Ecco perchè uno Stato non può e non deve penalizzare tutto il comparto scuola: è lì che si forma il carattere del futuro italiano.

È un investimento che si raccoglie nel tempo e deve avere come obiettivo la valorizzazione dei caratteri positivi di una persona, non come raccoglitore di nozioni, ma un individuo che attraverso le nozioni sviluppi le capacità e i talenti che tutti possediamo, dobbiamo scoprire e incentivare.

In Italia ci sono molte scuole di qualità sostenute da persone che ci credono e devono essere tutelate e mostrate come esempio perchè siano un punto di riferimento per tutti e uno stimolo a migliorarsi. Ma per far questo un educatore deve essere sereno e motivato nel suo ruolo.

Leda


Sotto il Celio Azzurro, scuola materna interculturale di Roma