E vennero i giorni della merla

Nei miei ricordi di bambina gli inverni erano assai rigidi, i fossi gelavano e le pozze d’acqua diventavano spesse superfici ghiacciate su cui pattinare, e lunghi ghiaccioli scendevano dalle basse grondaie, come quella della casetta che fungeva da deposito per la lignite, un carbon fossile in mattonelle esagonali che in tutta Italia veniva utilizzato, almeno fino agli anni cinquanta e sessanta del Novecento.
Accovacciati davanti alla stufa verso cui tendevamo, a riscaldarle, le mani fredde, ascoltavamo i racconti che i vecchi sapevano ben raccontare.
Sul finire di gennaio, un po’ per prepararci al peggio, un po’ per rincuorarci pensando alla primavera, si attendevano i cosiddetti Giorni della merla. Secondo la tradizione erano i tre giorni più freddi dell’anno, gli ultimi tre giorni di gennaio: il 29, 30 e 31 oppure gli ultimi due giorni di gennaio e il primo di febbraio.

Una leggenda racconta che una merla dallo splendido candido piumaggio ogni anno veniva strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si burlava di lei. Attendendo che, affamata, uscisse dal nido in cerca di cibo, si divertiva a gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca di ricevere tali non ben gradite attenzioni, la merla un anno si decise a fare provviste sufficienti per un mese e rimase rinchiusa nella sua tana, al riparo dal freddo per tutto il mese di Gennaio, che a quel tempo aveva solo ventinove giorni. L’ultimo giorno del mese, la merla, pensando di aver ingannato il cattivo Gennaio, uscì dal suo nascondiglio e intonò il suo canto allegro al fine di sbeffeggiarlo.
Gennaio se ne risentì assai, tanto da chiedere tre giorni in prestito al mese di febbraio, e scatenò bufere di neve, vento gelido e pioggia. La merla infreddolita corse a rifugiarsi in un comignolo e lì rimase al riparo per tre giorni. Quando la merla si decise ad uscire, era salva sì, ma il suo bel piumaggio si era ingrigito a causa della fuliggine del camino, e così essa rimase per sempre con le piume grigie.

La leggenda si rifà al forte dimorfismo sessuale che si osserva nella livrea del merlo (turdus merula), che nella femmina è bruno/grigia (becco incluso), mentre nel maschio è nera brillante (con becco giallo-arancione).

Per dimorfismo sessuale (dal greco “due forme”) s’intende la differenza morfologica fra individui appartenenti alla medesima specie ma di sesso differente. Fu Charles Darwin a introdurre il concetto di selezione sessuale nel 1871 per spiegare la presenza di dimorfismo fra maschi e femmine, diversità che riguardano le dimensioni, la colorazione, la presenza o meno di determinate strutture come corna (cervi) zanne (suini), piume allungate e/o colorate, pungiglioni ecc.; oppure dalla presenza o assenza di determinati comportamenti (istinto parentale, aggressività innata etc.).

Spesso il dimorfismo sessuale, delle sopracitate caratteristiche, ne conta più di una e la loro funzione principalmente è quella di attrarre l’altro sesso.
Vi sono specie in cui il dimorfismo è molto marcato e altre, come quella umana, in cui il dimorfismo è relativo e non evidente, almeno fino alla pubertà periodo in cui il dimorfismo sessuale si manifesta in modo più distinto e l’individuo si avvia ad acquisire le caratteristiche fisiche e le capacità funzionali dell’adulto, compresa quella riproduttiva, definiti caratteri sessuali.

Dietro alle leggende c’è sempre un fondo di verità: nel calendario romano il mese di gennaio aveva infatti solo ventinove giorni.

Leda

IL CALENDARIO ROMANO

Si narra che nella Roma antica, fin dalla sua fondazione nel 753 a.C., Romolo avesse istituito il calendario romano che nel corso dei secoli avrebbe subito diverse modifiche. In principio durava 304 giorni divisi in 10 mesi, l’anno veniva fatto iniziare a marzo e finiva a dicembre, poi si smetteva di contare i giorni fino al marzo successivo quando si riprendeva nuovamente il conteggio, per cui i mesi di gennaio e febbraio non esistevano.

Un’ipotesi per spiegare ciò venne data nel 1903 da Bâl Gangâdhar Tilak nel suo saggio “La dimora artica dei Veda“, secondo il quale gli antichi Romani avrebbero ereditato il calendario da una popolazione indoeuropea: i Veda, appunto, che abitavano nei pressi del Polo Nord quando il clima in quella zona era temperato. I due mesi mancanti corrisponderebbero al periodo dell’anno di mancanza totale o quasi di luce solare (notte polare). A causa dei cambiamenti climatici questo popolo migrò a Sud e probabilmente mutò il calendario adeguandolo alle stagioni del continente europeo.

Così avrebbero fatto anche i Romani: fu Numa Pompilio, il secondo re di Roma, a modificare il calendario nel 713 a.C., aggiungendo ai dieci preesistenti i mesi di gennaio che constava di 29 giorni e febbraio di 28, per un totale di 355 giorni.
Ma la differenza di circa dieci giorni e mezzo fra l’anno solare e quello di Numa Pompilio provocò in breve tempo un notevole distacco tra l’andamento delle stagioni e quello dell’anno civile, per cui si tentò di rimediare aggiungendo un tredicesimo mese in media ogni due anni, a discrezione del pontefice massimo.

IL CALENDARIO GIULIANO

Quando ad essere pontifex maximus fu Gaio Giulio Cesare, egli procedette a una nuova riforma nel 46 a.C. promulgando il calendario giuliano.

Per compensare gli errori accumulati furono aggiunti due mesi fra novembre e dicembre, motivo per cui il 46 a.C., durato 445 giorni, fu soprannominato annus confusionis (“l’anno della confusione”).
Il calendario giuliano entrò in vigore quindi l’anno successivo (45 a.C.) e si stabilì la durata dell’anno in 365 giorni divisi in 12 mesi, introducendo ogni quattro anni un giorno in più: l’anno di 366 giorni fu detto bisestile. Gennaio e febbraio divennero i primi mesi dell’anno, anziché gli ultimi. Il calendario divenne in questo modo solare, simile dunque a quello degli Egizi.

IL CALENDARIO GREGORIANO

Il calendario giuliano rimase in vigore per molti secoli anche dopo la caduta dell’impero romano, solo nel 1582 papa Gregorio XIII con una nuova riforma promulgò il calendario gregoriano per meglio far aderire il calendario civile all’anno solare, provvedendo a correggere gli errori che nel tempo erano venuti accumulandosi.

Un ulteriore miglioramento si potrebbe ottenere togliendo tre giorni ogni diecimila anni; a tale riguardo, Antonino Zichichi, fisico italiano noto al grande pubblico soprattutto per la sua attività di divulgatore scientifico, nel suo saggio: L’irresistibile fascino del tempo, cita la regola del “calendario perfetto“: i giorni dell’anno sono 365, più uno ogni quattro anni, meno tre ogni quattro secoli, e meno tre ogni diecimila anni.

 

Secondo la leggenda, se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite; se invece sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.
Due ipotesi di spiegazione sull’origine della locuzione “i giorni della merla (o Merla)”, che non è ben chiara, le fornisce Sebastiano Pauli pubblicando nel 1740:

«‘I giorni della Merla’ in significazione di giorni freddissimi. L’origine del quel dettato dicon esser questo: dovendosi far passare oltre Po un Cannone di prima portata, nomato la Merla, s’aspettò l’occasione di questi giorni: ne’ quali, essendo il Fiume tutto gelato, poté quella macchina esser tratta sopra di quello, che sostenendola diè il comodo di farla giugnere all’altra riva. Altri altrimenti contano: esservi stato, cioè un tempo fa, una Nobile Signora di Caravaggio, nominata de Merli, la quale dovendo traghettare il Po per andare a Marito, non lo poté fare se non in questi giorni, ne’ quali passò sovra il fiume gelato»

A Lodi durante i giorni della merla è tradizione che dei cori posti sulle rive opposte dell’Adda, si chiamino e si rispondino. La strofa iniziale è:

«tra la ruca in mez a l’era, se ghe nigul se insirena»
(butta la rocca in mezzo all’aia, se è nuvolo verrà il sereno).

Il gruppo Barabàn reinterpreta in chiave folk-rock il canto della “Merla” tradizionalmente eseguito nella pianura cremonese negli ultimi tre giorni di gennaio, dove è d’uso riproporre i canti popolari della merla per rivivere l’antica atmosfera contadina. Riuniti dinnanzi a un grande falò o sul sagrato di una chiesa o in riva al fiume s’intonano canzoni insieme al coro in abiti contadini: le donne con gonna e scialle, gli uomini con tabarro e cappello, degustando vino e cibi tradizionali. I testi delle canzoni pur differendo leggermente da un paese all’altro, mantengono un comun denominatore: i temi dell’inverno e dell’amore. Solitamente il coro gioca con la parte maschile e quella femminile, intonando simpatici battibecchi come nel canto rappresentato a Stagno Lombardo.

Un tempo, i contadini del Friuli osservavano le condizioni meteorologiche dei tre giorni della merla, presagendo quello che sarebbe stato il tempo nei mesi di febbraio e marzo.


Francesco Guccini – Canzone Dei Dodici Mesi (1972)