È l’autunno!

Consiglio la visione a schermo intero
e l’ascolto con le cuffie


Nei boschi tutto tace
sopito nelle prime nebbie
l’incedere e il fruscio
tra foglie dorate e purpuree
i ricci e l’odore del muschio
il profumo di caldarroste
nella teglia tra le braci del camino
tu che chiedi “Mamma è tempo di castagne?”

Il risveglio nel torpore del mattino
la tazza di cereali nel latte caldo
la campanella chiassosa della scuola
le giornate brevi e il tempo che non basta mai
le zucche di Halloween accese all’imbrunire
il croccante e il mandorlato
nei banchi della fiera
…è l’autunno!

©zzileda

come castagna: chi non ha scritto questa frase almeno una volta sui banchi della prima elementare o disegnata la sua graziosa forma sui quaderni di scuola? Tuttavia definire la castagna non è facile; si tratta di un frutto molto comune nelle nostre colline e montagne, ha una veste insolita, è ricco di storia, suggestioni e comunicativa, piace a tutti o quasi.

Le castagne

Chiaramente, essendo nata e cresciuta in collina le castagne hanno sempre accompagnato la mia infanzia. Con l’accorciarsi delle giornate autunnali si andava a raccoglierle con il cestino nel primo pomeriggio, appena dopo aver sbrigato i compiti. Qualche volta anche la domenica con il gruppo dell’ACR andavamo in passeggiata pei boschi, dove i numerosi castagni ne regalavano abbondantemente a tutti.
C’è un’atmosfera particolare nel sottobosco silenzioso, si sente l’odore del muschio e il fruscio delle foglie secche calpestate, con l’intercalare di qualche fringuello audio che fa sentire la sua presenza tra il fogliame.

Se si era fortunati, si potevano trovare anche dei marroni, li sapevamo distinguere subito per essere leggermente più grandi e gonfi da entrambi i lati rispetto alle castagne, che sono più piccole e con un lato piatto.

Una volta tornati a casa la mamma le immergeva nell’acqua in una pentola, quelle che risalivano in superficie le toglieva perchè non erano buone, e le cuoceva finchè risultavano tenere. Le castagne si prestano meglio a questa cottura essendo piccole, e la polpa risulta dolce, chiara, farinosa e asciutta.
I marroni invece li cucinava mio padre sul camino, era un vero specialista: pazientemente li incideva uno ad uno con la roncola, un coltello a serramanico che usava tenere sempre in tasca per vari usi, come intagliare il legno, incidere la vite, raschiare, ecc. Nella padella forata ne metteva un certo numero, tanto da non sormontarsi gli uni agli altri, e li poneva sulle braci ardenti precedentemente preparate, avendo l’avvertenza di scuoterli ogni tanto così da risultare cotti uniformemente. Poi li riponeva in una vecchia coperta per mantenerli caldi finchè cuoceva il resto. La polpa dei marroni è molto gustosa, più consistente, tende a un colore perlato ed è leggermente umida, dal sapore di amido.

Ne eravamo così ghiotti che puntualmente ci ingozzavamo e ci veniva pure il singhiozzo. Capitava a volte di accompagnarli al gusto frizzantino del mosto d’uva, anche se un proverbio dice:

Quando il vin non è più mosto, il marron è buono arrosto

Quando sono venuta ad abitare in pianura ho scoperto che esistono anche le ‘castagne matte’, che non sono frutti, ma i semi dell’ippocastano o castagno d’India, spesso presente nei giardini e nei viali e apprezzato per la sua ombra grande e fitta. Non sono commestibili, essendo leggermente tossiche hanno un sapore amaro e sviluppano un odore molto sgradevole durante la cottura.

Xè na vida che no magno dee stracaganase…” mi ha detto qualche anno fa una signora, io le ho assaggiate per la prima volta ai tempi della scuola superiore. Un’insegnante ne aveva comprato un cartoccio al mercatino di Piazza delle Erbe a Vicenza e lo aveva portato a scuola, scoprendo che nessuna di noi le conosceva. Sono castagne piccole che vengono essiccate stendendole al sole sulle terrazze o per mezzo di un essiccatoio. Alcune sono tenere e sono buonissime, altre si tengono a lungo in bocca lasciandole ammorbidire con la saliva, masticandole di tanto in tanto. È ritenuta una specie di passatempo, tanto per masticare qualcosa, per “stancare le guance” come si fa con un chewing-gum o un lecca-lecca.

Negli ultimi anni ho visto crescere piantagioni da cui si ottengono castagne particolari, hanno l’aspetto della castagna e le dimensioni del marrone, una via di mezzo, insomma.

Ho visto anche il progressivo decimarsi del numero dei castagni nei boschi, da un anno all’altro li ritrovi rinsecchiti. Roba da stringere il cuore, per piante secolari che hanno sempre donato generosamente.
Il risultato è che il prezzo delle castagne è salito alle stelle e sovente ho visto castagne vendute per marroni, tanto oramai siamo così distanti dalla natura che molti non le sanno neanche distinguere.

Leda

Il cinipide galligeno

Il cinipide galligeno (Dryocosmus kuriphilus) è un insetto responsabile della malattia di molti castagni. Originario della Cina, introdotto in Giappone e in Corea, solo in seguito negli USA, ha fatto la sua comparsa in Europa nel 2002 con i primi avvistamenti in Italia nella provincia di Cuneo.
L’insetto attacca i germogli e le foglie delle piante ospiti causando la formazione di galle, dove depone le proprie uova, arrestando la crescita vegetativa e provocando una riduzione della fruttificazione e un veloce deperimento della pianta.
Gli apicultori hanno registrato un drastico calo del pregiato miele di castagno che le api quasi non producono più.
La speranza è tutta riposta nella celere diffusione di un predatore del parassita, un insetto che viene allevato e lanciato in tutto il Paese dalle amministrazioni regionali – in coordinamento con il ministero dell’Agricoltura – per realizzare la lotta biologica.