Le bambole italiane

In Italia la prima azienda ad occuparsi della creazione artigianale di bambole è stata la Furga, fondata a Canneto sull’Oglio, in provincia di Mantova, tra il 1870 ed il 1875 dal nobile Luigi Furga Gornini. L’azienda iniziò con la produzione di maschere in cartapesta, e passò presto alla creazione di bambole con il corpo in cartapesta e la testa in porcellana biscuit, che veniva inizialmente importata dalla Germania.

Nel 1919 la Furga si trovò a fare i conti con la concorrenza nazionale. A Torino infatti, Elena Konig e Enrico Scavini iniziarono a produrre la bambola Lenci che si caratterizzò per essere interamente in panno.

Il panno

È un tessuto di lana cardata sottoposto alla follatura (sfregamento tra cilindri di legno in presenza di una soluzione saponosa) per infeltrirne la superficie e nascondere l’intreccio di trama e ordito. È noto con il termine pannolenci, un tessuto molto agevole per ritagliare forme poiché non si sfilaccia e non servono orli.
La lavorazione del tessuto prosegue con la garzatura (strusciamento sulla superficie della stoffa con una specie di spazzola con dentini di metallo) per ottenere un lato peloso. Un tempo la garzatura veniva effettuata usando un mazzetto stretto di fiori secchi del cardo dei lanaioli ricchi di spine (nella foto), ancora oggi usato per la lavorazione di fibre pregiate, come il cashmere. Questa procedura rende il panno morbido e soffice, e aumenta la proprietà di isolamento termico del tessuto.
Un panno noto con il termine loden, è tipico del Tirolo e dell’Alto Adige ed è molto apprezzato per essere particolarmente leggero, resistente e traspirante, è usato per confezionare i mantelli tradizionali tirolesi, gonne, pantaloni e cappotti. Famoso e indimenticabile il “Loden” generalmente di colore ‘verde foresta’, con sul retro il caratteristico piegone centrale, un cappotto che negli anni Settanta riscontrò un notevole successo sia per l’uomo che per la donna.

Il feltro

Simile al panno, il feltro si ottiene pressando a vapore lana di pecora con o senza peli di coniglio (o castoro, lontra…) che si presta bene al confezionamento di cappelli come il Borsalino, prodotto artigianalmente ad Alessandria dal 1857 e divenuto un oggetto di culto per moltissime celebrità, per le coperte, la tappezzeria, per le pantofole tirolesi confezionate ancora oggi artigianalmente, e altro ancora.

LENCI

L’azienda venne denominata “Lenci”, prendendo spunto dal diminutivo con cui l’imprenditrice Elena era chiamata affettuosamente in famiglia, marchio che divenne anche l’acrostico del motto dell’azienda: “Ludus Est Nobis Constater Industria” ossia “Il gioco è per noi lavoro costante”.
Seppur molto costosa la bambola Lenci, dal caratteristico sguardo di lato spesso simile a un bambino imbronciato, raccolse un grandissimo successo tanto che ancora oggi è molto ricercata dai collezionisti.
Con il sopraggiungere della crisi del 1929 e la concorrenza sempre più forte, l’azienda non riuscì a superare le grosse difficoltà e venne ceduta nel 1937.

Agli inizi degli anni Venti la ditta Luigi Furga & C. ambiva a rendersi indipendente, avviò così la “Ceramica Furga” per produrre in proprio la testa delle bambole e dei pupazzi, con il busto in cartapesta gessata dipinta di rosa o in stoffa imbottita, con arti in legno gessato, dipinto e con giunti sferici per le articolazioni di braccia e gambe. L’azienda si specializzò via via nella produzione di bambole con la testa finemente modellata, con capelli veri e occhi movibili. Oltre alle bambole, la Furga in questo periodo produsse innumerevoli altri giocattoli in cartapesta, legno e altri materiali naturali.
Nel frattempo sul territorio italiano sorsero un po’ ovunque fabbriche di bambole in stoffa imbottita, oppure in cartone pressato ricoperto di stoffa, o in cartapesta, o in gesso.

RATTI & VALLENZASCA

Ad Arona, in provincia di Novara, l’azienda fondata da Antonio Ratti e Giovanni Vallenzasca negli anni Trenta cominciò a specializzarsi nella fabbricazione delle bambole con testa in porcellana. Ad Antonio Ratti si affiancò il figlio Augusto e ben presto la “Ratti & Vallenzasca” divenne un’azienda importante, che rimase attiva anche dopo il trasferimento della sede a Oleggio Castello, sempre nel Novarese, fino al 1969.
Nel 1971 con il marchio “Ceppi Ratti”, l’azienda lanciò sul mercato la bambola Tanya con l’idea di realizzare una bambola italiana che potesse competere con la Barbie.
Nei primi anni Ottanta mise in commercio la serie Ceppi Ratti Dolls con Dondy il Clown, morbido e flessibile corredato da un ricco assortimento di abiti e accessori, la bambola Lady Oscar, prendendo spunto dall’anime del genere shōjo trasmesso in Italia dal 1982, tratto dal manga Lady Oscar di Riyoko Ikeda.
Diventata poi “Nuova Ceppi Ratti S.p.A” si occupò di importazione e distribuzione di grandi marche di giocattoli, di varie dolls e robot dei vecchi cartoni animati. Verrà acquisita verso la metà degli anni Novanta dal Gruppo Giochi Preziosi.

Nel 2009 alla “Nuova Ceppi Ratti S.p.A” venne ceduta la società per azioni “Gig Distribuzione”, che era stata posta in liquidazione insieme ad altre società del gruppo Gig nel 1999;  la sua sede quindi venne trasferita a Sesto Fiorentino (Firenze).

GIG Giocattoli

È un’azienda italiana fondata nel 1968 da Gianfranco Aldo Horvat, figlio del fondatore della Horvat Giocattoli, con sede a Osmannoro, una frazione di Sesto Fiorentino (Firenze). Nel giro di pochi anni l’azienda ottenne la licenza Toy’s e poi Nintendo, e incrementando la distribuzione dei suoi prodotti divenne leader del mercato. Nel 1994 si alleò con il Gruppo Giochi Preziosi e l’anno successivo si quotò in Borsa, ma di lì a poco una grave crisi finanziaria colpì l’azienda che venne ceduta a Giochi Preziosi nel 1999.

In Italia la produzione di bambole in composizione (cioè fatte mediante un mix di materiali diversi) aumentò, comparvero i primi bambolotti in celluloide, materiale che rende le bambole leggere, lavabili e infrangibili.
Ad avviare la produzione italiana della celluloide nel 1890 fu la ditta Mazzucchelli che già operava in altri ambiti. Un suo dipendente, Italo Cremona puntò sulla produzione della celluloide mettendosi in proprio.

ITALO CREMONA

Nel 1922 a Gazzada Schianno, in provincia di Varese, Italo Cremona fondò la società omonima iniziando con il produrre in celluloide i rivestimenti delle fisarmoniche, conferendo loro un aspetto madreperlaceo. Alla produzione vennero aggiunti altri oggetti di uso comune, così che l’azienda crebbe rapidamente e si allargò alla produzione di occhiali da sole in plastica. Ridenominata temporaneamente “Poliplastica S.p.A.” la società diversificò i prodotti e registrò vari marchi al fine di renderli facilmente identificabili dal pubblico.
Nel 1946 ritornò alla denominazione “Italo Cremona”, puntando sull’innovazione e sul brevettare nuovi marchi che frutteranno un grande successo. Durante gli anni Sessanta giocattoli e bambole furono prodotti in innumerevoli modelli, come le Formaggine della raccolta punti del formaggio Prealpi, Topo Gigio regalato con i Pavesini, e una serie di bambole vestibili, snodabili, o parlanti come Ornella, in aperta competizione con altri produttori del settore. Nel 1960 l’azienda ideò e commercializzò il “Plastic city, una scatola di costruzioni che ebbe lunga vita.

La Italocremona inaugurò filiali commerciali in molte città d’Italia e strinse accordi con grosse catene di vendita come supermercati e grandi magazzini, e con aziende come la Walt Disney per pupazzi di Paperino che canta e parla, e per la vendita di occhiali, puntando anche sull’esportazione dei propri prodotti.
A causa di un incendio che la danneggiò gravemente nel 1974 e alla crisi che investì il settore in quegli anni, l’azienda decise di lavorare anche per conto terzi per i grandi marchi e firme del settore moda dell’epoca. Ma sul finire degli anni Ottanta la Italocremona dovette cedere la produzione di bambole e giocattoli e il settore dell’occhialeria, cessando la propria attività nel 2004.
Mutando in S.r.l. (Società a responsabilità limitata) la Italocremona si concentrò su settori completamente nuovi senza alcuna connessione con quelli originari.

La “Ceramica Furga” oltre ai giocattoli, si occupò della produzione di piccoli servizi da cucina per il gioco, a cui si aggiunse a metà degli anni Trenta il vasellame e servizi di tazzine e di piatti anche per la quotidianità degli adulti. Dopo la Seconda guerra mondiale, con la fine delle ostilità l’azienda riprese la produzione e in territorio italiano cominciarono a circolare  le bambole in polistirolo.

A metà degli anni Cinquanta venne introdotta la produzione di altre materie plastiche come il polietilene, indicato spesso con la sigla PE, e il vinile. Con la diffusione delle materie plastiche, la bambola italiana si affermò in tutto il mondo.
Sul finire degli anni Cinquanta la Furga, in concomitanza con l’invenzione delle plastiche e delle fibre sintetiche, cessò l’attività nel settore della ceramica e si adeguò a tali innovazioni nella creazione delle proprie bambole, grazie alle quali il marchio diverrà celebre esportandole in tutto il mondo.
Dai materiali naturali si passò quindi a quelli sintetici, e la produzione da artigianale divenne su scala industriale. Le bambole venivano prodotte in serie, tutte uguali: al tatto risultano piuttosto rigide, dotate di meccanismi per il movimento e per la voce; gli occhi in materiale plastico hanno lunghe ciglia che si aprono e si chiudono, e parrucche con cappelli in rayon vengono fissate sulla testa.
Ma nonostante la grande esperienza e l’elevata qualità dei prodotti, verso la metà degli anni Settanta anche la ditta Furga dovette far fronte alla grave crisi finanziaria che investì il mondo dei giocattoli tradizionali.

La crisi in questo settore produttivo era ormai generalizzata in Italia, che pativa le conseguenze della prima crisi energetica del 1973, dalle misure restrittive che conseguirono (austerity) all’impennata dell’inflazione, effetti che si aggravarono con la successiva crisi del 1979. E se non bastasse, la concorrenza del mercato orientale diventava sempre più forte e le aziende italiane si trovarono costrette al taglio del personale, e alcune anche a chiudere.

Nel 1993 anche la Luigi Furga & C. chiuse definitivamente i battenti, mentre il marchio passò alla Grazioli S.p.A., azienda che a sua volta passò nel 2000 sotto il controllo della bergamasca Gio’Style nata nel 1949 e leader nella produzione di oggetti in plastica per la casa e per il viaggio. Con la fusione delle due aziende la produzione di bambole cessò del tutto.

Oltre alla Furga anche altre aziende affermate si trovarono in difficoltà: una di queste fu la Sebino.

SEBINO

Fondata nel 1957 dall’imprenditore Gervasio Chiari in provincia di Brescia, la Sebino è diventata famosa per aver commercializzato a partire dal 1962 il famoso bambolotto Cicciobello, che fu ideato dallo stesso Chiari. Per molte generazioni le bambine lo hanno chiesto in dono a Babbo Natale, molti bambini ci hanno giocato tanto da essere proposto in numerose varianti, era tanto popolare che quando l’azienda chiuse, Cicciobello continuò ad essere prodotto dalla Giochi Preziosi.
La Sebino in Italia lanciò pure le prime bambole parlanti come la celeberrima Michela in grado di “cantare” grazie a dei piccoli dischi microsolco in materiale plastico che giravano su un piccolo lettore, che veniva occultato all’interno del corpo delle bambole.
Nel 1975 la Sebino diventò la Tecnogiocattoli Sebino producendo elementi per conto della Polistil. Cessò quindi l’attività nel 1984. Si ignora l’attuale situazione del gruppo TG Sebino, che risulta pur legalmente esistente.

GIOCHI PREZIOSI

Fondata da Enrico Preziosi nel 1978 come azienda di distribuzione all’ingrosso di giocattoli, fra gli anni Ottanta e Novanta ha acquisito le più importanti aziende italiane del settore.
Il Gruppo Preziosi S.p.A. con sede a Cogliate, in provincia di Monza e Brianza, è diventato leader nella distribuzione e commercializzazione di giocattoli tradizionali in Italia operando anche a livello globale.

POLISTIL

L’azienda fu fondata nel 1955 come Politoys APS da Eugenio Agrati e Ennio Sala. Nei primi anni Sessanta negli stabilimenti di Chiari, in provincia di Brescia, produceva modellini di automobili in plastica colorata in scala 1:41, a cui fece seguito la serie “fibre-glass” in fibra di vetro verniciata, e quindi quella in metallo pressofuso in tutte le dimensioni, affermandosi ben presto tra le prime aziende europee più qualificate nell’esatta riproduzione dei modellini in scala.
Seppur specializzata su questi modellini di automobili, l’azienda produsse anche modellini di aeroplani, motociclette, fucili, carri armati, imbarcazioni, giochi in plastica da spiaggia e piste elettriche (Policar), modelli della serie Disney, giochi elettronici portatili, action figure, robot e bambole correlati a programmi TV. Come la bambola Candy Candy, personaggio protagonista dell’anime tratto dal shōjo manga di successo della scrittrice giapponese Kyoko Mizuki, trasmesso per la prima volta in Italia nel 1980.
Tra gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta la Polistil produsse in collaborazione con la statunitense Tonka che era presente in Italia con una sua divisione, azienda che nel 1991 verrà acquisita dalla Hasbro, società produttrice di giocattoli che è la terza più grande al mondo, dopo Mattel e il colosso LEGO.
La Polistil nel 1993 si ritirò dal mercato e chiuse. Il solo marchio venne acquisito nel 2005 dal gruppo cinese May Cheong Group, che detiene anche il marchio cinese del modellismo Maisto e quello italiano Bburago, con ciclo di produzione e sviluppo interamente cinese.

Nel 1988 viene a interrompersi anche la storica produzione di Effe Bambole Franca.

EFFE BAMBOLE FRANCA

L’azienda di Monselice, in provincia di Padova, venne fondata sul finire del 1956 con l’idea di realizzare bambole di grandi dimensioni con abiti dai colori vivaci, destinate principalmente al mercato delle lotterie, dei bazar, delle sagre e delle fiere, settore in gran sviluppo in Italia e specialmente in Germania e nei Paesi nordici.
Fin dall’inizio fu la titolare Franca Cascadan a confezionare i primi abiti. Ella personalmente ricorda: «Ero io la creativa dell’azienda e mi occupavo personalmente dell’abbigliamento delle bambole. Dopo la guerra, in paese molte famiglie confezionavano bambole per chi veniva negli stabilimenti termali di Abano, e per gli ambulanti di Solesino che le scambiavano con oggetti di antiquariato nel Sud Italia. Prima, ho cominciato a cucire i vestiti per le bambole dei vicini di casa, poi ho aperto un laboratorio».
Dall’impiego del polistirolo come materia prima per costruire le bambole, ben presto si passa alla plastica; così per i capelli che in origine erano fili di lana, in seguito saranno in rayon; per i vestiti si passerà ad usare tessuti raffinati come il taffettà (tessuto lucido e liscio in genere di seta il cui nome deriva dal persiano “taftah”, che significa intrecciato) e il tulle (dal nome della cittadina francese di Tulle, è un tessuto trasparente, molto leggero, a trama finissima), ornati di pizzi e merletti per rendere le bambole preziose.

Il fratello Franco collaborava: poiché provvedeva a scaricare le merci delle navi che arrivavano a Marghera (Venezia), lasciava qualche bambola creata dalla sorella nella mensa aziendale frequentata anche da marinai in attesa di ripartire, che volentieri si offrivano di acquistarne una come souvenir.
Ben presto l’impresa si allargò dando lavoro a molte operaie del luogo e paesi limitrofi. Accadeva spesso che le operaie abbandonassero il lavoro con la nascita del secondo o terzo figlio, così per non perdere il bagaglio di esperienza e manualità da loro acquisita l’azienda adottò anche il lavoro a domicilio (istituto che venne regolato dalla legge n. 877 del 1973, successivamente modificata).  Si provvide a fornire materiali e macchinari anche a una serie di laboratori artigianali esterni che collaboravano alla produzione delle bambole, tanto che nel mercato mondiale Monselice divenne  una delle capitali del distretto della bambola «made in Italy».
L’azienda produsse innovazione, adottando meccanismi che consentivano alla bambola presa per mano dalle bambine, di camminare e di chiamare “mamma”.

Quando ormai il televisore era presente in tutte le case, dalle trasmissioni in bianco e nero della TV dei ragazzi e negli spazi dei varietà a loro dedicati, i bambini imparavano a conoscere personaggi come Topo Gigio, e Maga Maghella, un personaggio inventato e interpretato da Raffaella Carrà che appariva straordinariamente in miniatura nella popolare trasmissione di varietà Canzonissima 1971, di cui era conduttrice insieme a Corrado.
Maga Maghella è un personaggio incantevole che fa ad ognuno un “microroscopo”, usa parole nuove e curiose come: “subitosto” e “fatipeso”.

Maga Maghella è un personaggio amatissimo dai bambini, a cui si ispira Franca Cascadan per una delle sue bambole.
Così fece per Fanella “gambe lunghe”, un personaggio che compare in forma di burattino doppiata da Evelina Sironi, accanto a Provolino manovrato dall’attore comico Raffaele Pisu (che io ho sempre pensato fosse un ventriloquo…) la cui voce era invece di Oreste Lionello.
Provolino, un pupazzo ideato da Paul Campani divenne famoso per i suoi discorsi scomodi e irriverenti che si concludevano sempre con la frase: «Boccaccia mia statti zitta!». Comparve per la prima volta nel varietà televisivo Vengo anch’io del 1968 e poi in altre trasmissioni, e pure in tutta una serie di fumetti disegnati da Alberico Motta e Pierluigi Sangalli.

La bambola Fanella di Franca Cascadan, che canta filastrocche popolari grazie a un minuscolo giradischi posto all’interno del dorso, ottiene un grande successo insieme alle altre bambole che cominciano ad essere marcate con la caratteristica “Effe” che  compare sulla loro nuca.
Nella pubblicità in TV e nei fumetti, come “Topolino”, compaiono nuove versioni di Effe bambole, come: Susanna tutta panna prodotta su concessione della Invernizzi S.p.A. personaggio con cui veniva pubblicizzato il formaggino, Cappuccetto rosso con allegato un 45 giri, o Pollicino in formato mignon contenuto dentro a una scatola di fiammiferi, Coccolino che smette di piangere se gli dai il ciuccio, Valeria la bambola che ride contenta quando le lavi i denti e le mani, i Cicciamorbidi da abbracciare e con cui fare il bagno, i Bimboli dell’orto fiorito, tutti diversi che si trovano dentro a un cavolo: gli dai un nome e richiedi l’Attestato di affidamento. E ancora personaggi delle fiabe, Arlecchino e le coppie di gemelle.

Sempre attenta alle novità, a Franca Cascadan non sfuggì lo straordinario successo raggiunto con le figurine dalla Panini, un’azienda modenese che nel 1961 lanciò la prima collezione Calciatori Panini. Il calcio era un settore dello sport parecchio in fermento in quegli anni, in cui la Nazionale italiana vinse il Campionato europeo nel 1968 e “la partita del secolo” ai Mondiali in Messico del 1970.
Franca così nel 1971 decise di realizzare la prima serie di bambole in miniatura dedicata ai grandi campioni del calcio italiano. Destinata ai bambini la serie però non ebbe molto successo, visti i diffusi pregiudizi del tempo riguardo ai giochi maschili (Dalla parte delle bambine), mentre oggi è molto ricercata dai collezionisti.

La crisi che verso la metà degli anni Settanta investì il settore giocattoli, sollecitò l’azienda a reinventarsi. Cominciò così la produzione di peluches con sembianze di animali di vario genere: cani, gatti, orsi morbidi e piacevoli al tatto, da coccolare e abbracciare specie dai bambini durante il sonno; ma anche personaggi famosi dei fumetti e dei cartoni animati come Braccio di ferro e Olivia, una volta ottenuta la licenza ufficiale del King Features Opera Mundi.

Nei programmi televisivi per ragazzi di fine anni Settanta diventano popolari gli anime dei robot giganti: come Mazinga Z, e UFO Robot Goldrake con l’alabarda spaziale e i dischi volanti che si illuminano, che negli anni Novanta spopoleranno tra i videogiochi.
Amatissima è anche la dolce Heidi che vive sui monti, e i Puffi degli anni Ottanta… “quei strani ometti blu /son alti su per giù /due mele e poco più” serie televisiva tratta dai fumetti del belga Peyo realizzati nel 1958, prodotta dalla Hanna-Barbera e trasmessa per la prima volta in Italia nel 1981. Una volta ottenuta la licenza, i puffi vennero riprodotti con il marchio Effe in grande quantità, sia come peluches che come pupazzi.
Un settore quello dei peluches in cui certo non mancava la concorrenza: leader nella produzione era la friulana Trudi.

TRUDI

L’azienda fu fondata nella sede storica di Tarcento (Udine) nel 1954 da Gertrud “Trudi” Müller, che fin da ragazza con ago e filo e qualche pezzetto di stoffa, aveva la passione di creare graziosi animaletti. Passione che la portò ad avviare un’attività artigianale incoraggiata dal marito Antonio Patriarca. Pian piano ella affinò le sue creazioni: rendendole più morbide e lavabili utilizzando l’ovatta al posto dell’imbottitura tradizionale di paglia, realizzando miniature da collezionare rese sempre più somiglianti agli animali reali, curando in particolar modo l’espressività. Avviò quindi una produzione industriale, partecipando alle fiere del settore e conquistando i mercati esteri.
Nel 1996 Trudi, su licenza della Walt Disney Company, produsse e distribuì i peluche Disney nell’intero mercato europeo.
Nel nuovo millennio nacquero i primi Bussi, morbidissimi peluches dal caratteristico ciondolo di legno a forma di cuore, che non disattenderono l’alta qualità che giunge fino ai giorni nostri.
Nel 2018 l’azienda venne acquisita dal gruppo Giochi Preziosi.

L’OVATTA

Chiamata anche bambagia, l’ovatta è un semilavorato tessile ottenuto mediante la lavorazione di ritagli di cotone sfilacciati mischiati a cotone vergine e cascami di cotone, che vengono poi sottoposti a cardatura fino a ottenere un determinato spessore. Simile al feltro, l’ovatta viene usata in sartoria (imbottiture di abiti, trapunte) e in tappezzeria (divani e sim.), opportunamente trattata è impiegata in cosmesi (batuffoli, dischetti, bastoncini) e una volta resa asettica anche in ambito sanitario, prendendo il nome di cotone idrofilo.

 

Per sostenere la concorrenza, Effe Bambole decise allora di assicurarsi due importanti personaggi televisivi: l’ape Maia protagonista di un anime di grande successo e l’orsetto Misha la mascotte di Mosca 1980, le olimpiadi alle quali molti paesi occidentali non parteciparono come segno di protesta contro l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa sovietica. Pur essendo molto carini i peluches non raccolsero il successo sperato.
L’attenzione dell’azienda si rivolse quindi al Carnevale di Venezia che da sempre gode di grande fama, producendo costumi originali e sicuri per i bambini, creando parrucche, cappelli variopinti e maschere curate nei particolari e adatte ad ogni età.

La fabbrica di bambole di Monselice, motivo di orgoglio per molti, negli anni Ottanta contribuiva non poco all’economia della bassa padovana la cui struttura produttiva era in evoluzione specialmente nel settore manifatturiero, che andava ad affiancarsi a quello tradizionalmente agricolo. Ma per una concausa di fattori, tra cui: i prezzi imbattibili dei giocattoli importati dalla Cina, la rigidità dei sindacati e delle banche poco innovative, e la miopia di politici e industriali, la  Effe Bambole si avviò sulla strada del fallimento e finì per chiudere definitivamente nel 1988.

Se negli anni Ottanta vi fu una ripresa economica e una crescita industriale, la politica non fu in grado di comprendere e gestire le trasformazioni in corso. Per giunta in quegli anni stava emergendo una forte interconnessione tra politica e affari con frequenti scandali, come quello delle “carceri d’oro” (1988) legato alla costruzione di carceri, quello delle “lenzuola d’oro” (1988) per la fornitura di biancheria delle Ferrovie dello Stato, quello delle “siepi d’oro” (1992) per la manutenzione del verde autostradale, che portarono all’evidenza dei fatti un sistema di corruzione nell’ambito degli appalti che pervadeva profondamente le istituzioni italiane.

Negli anni Novanta da un’operazione dei carabinieri partì una serie di inchieste portate avanti da un pool di magistrati, noto come “Mani pulite”, che portò alla luce un sistema radicato di tangenti, malversazioni, finanziamenti illeciti. Si scoprì che quasi tutti i partiti erano coinvolti, così come un pezzo dell’imprenditoria del nostro paese. Fioccarono gli avvisi di garanzia a cui fecero seguito numerosi processi e condanne.
Fu uno scandalo quello di “Tangentopoli” che scosse l’Italia di allora, il sistema dei partiti politici storici crollò, molti scomparvero altri si trasformarono, i loro maggiori esponenti furono travolti; seguì un periodo di forte instabilità che favorì l’ascesa di nuovi movimenti politici. Per limitare la corruzione si cercò di aumentare la trasparenza e rafforzare i controlli, sembrò che molte cose cambiassero, ma…
ma come disse Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo “Il Gattopardo”

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Leda

*Nota Bene: questo post è a scopo informativo. Non è sponsorizzato e non ha fini commerciali.

 

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