C’è un po’ di malinconia nell’aria, e fuori c’è il sole, così dopo la colazione il signor Ermanno si lascia convincere a uscire in giardino a prendere un po’ di luce. Docilmente segue Marta, la dama di compagnia che sua figlia ha trovato per lui, e insieme si siedono sotto l’ombra degli alberi. È pensieroso quando lei gli chiede: «Come va? − la risposta è soltanto un sospiro profondo.

Colto dai ricordi le racconta che quando era bambino ‘perse la madre’, dire che morì è troppo doloroso. La sua amata madre, a cui dava del ‘voi’ secondo gli usi del tempo. Dovette lasciare la scuola e andare a fare il muratore con lo zio, il padre subito dopo il funerale era tornato in Belgio dove lavorava nelle miniere di carbone. Rientravano in patria quasi tutti con la silicosi, gli immigrati italiani, una grave malattia ai polmoni che non se ne andava più e rendeva difficile il respiro, in aggiunta ai turni estenuanti, ai rischi cui erano continuamente esposti, come esplosioni, crolli, cedimenti delle gallerie, rendevano spesso gli uomini invalidi e/o profondamente depressi, e quando tornavano in famiglia erano l’ombra di se stessi. A volte costava la vita come accadde nel Disastro di Marcinelle dell’8 agosto 1956 in Belgio, dove un incendio provocò la morte di 262 persone di varie nazionalità, tra cui 136 lavoratori italiani.
Per commemorare il cinquantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, nel 2006 l’edizione del Giro d’Italia partì dal Belgio, e venne vinto dal ciclista italiano Ivan Basso.
“Marcinelle” è il titolo di una miniserie televisiva del 2003 diretta da Antonio e Andrea Frazzi, prodotta da Rai Fiction e Rizzoli Audiovisivi, che narra le vicende di una comunità di immigrati italiani e dei minatori rimasti intrappolati in una miniera. Protagonisti sono Maria Grazia Cucinotta, Claudio Amendola, Gioele Dix.
Autore della colonna sonora è Luis Bacalov, direttore d’orchestra argentino naturalizzato italiano, e compositore per il cinema famoso per aver collaborato con numerosi registi e aver curato gli arrangiamenti di molte canzoni, a volte usando lo pseudonimo di Luis Enríquez.
La località belga negli anni Novanta tornò alla ribalta della cronaca nera quando si scoprì che Marc Dutroux, un serial killer belga soprannominato il Mostro di Marcinelle, si era reso responsabile nel corso di una decina d’anni di rapimento, torture, abusi sessuali e omicidi di ragazze dagli 8 ai 19 anni, per i quali venne arrestato nel 1996, processato e condannato con sua moglie e altri due complici. Le autorità ebbero però il sospetto che Dutroux fosse parte di un’ampia rete di pedofili.
Come molti giovani nel dopoguerra, anche il signor Ermanno era dovuto crescere in fretta, ricorda le sue amicizie, i primi amori, e come dovette abbandonare tutto per emigrare a sua volta. Tornato in Veneto, si sposò con la donna più bella che avesse mai conosciuto e avviò un’impresa artigianale favorito dallo sviluppo economico, poté così avere una bella casa, dei figli, farli studiare, e anche mettere qualcosa da parte per il futuro. Ora che i figli si sono sposati, dice che la casa è troppo grande e fin troppo vuota.
Si perde nuovamente nei suoi pensieri e rimane per un po’ in silenzio. Poi con voce flebile, appena percettibile recita alcune frasi, come una poesia… e a Marta qualcosa suona in testa, resta ad ascoltare, assorta… e sale una melodia: «Ma è una canzone, questa! − gli dice sorpresa.
Cos′è la vita, senza l’amore,
è solo un albero che foglie non ha più.
E s’alza il vento, un vento freddo e
come le foglie le speranze butta giù.
Ma questa vita cos′è se manchi tu.
Sua moglie in quei giorni è ricoverata in ospedale per degli accertamenti, è un po’ in pensiero e sicuramente gli manca. Marta cerca di distrarlo chiedendogli il titolo della canzone, lui però divaga, le racconta che da giovane recitava a memoria molti testi delle canzoni che gli piacevano…
«Ma non è Nada? − sbotta lei, ricordando quand’era bambina e quanto fu affascinata da quella disinvolta ragazzina di 15 anni che debuttò al Festival della Canzone Italiana cantando con incredibile naturalezza “Ma che freddo fa”.
Il Festival della canzone italiana dal 1951 si tenne annualmente al Teatro del Casinò di Sanremo, una delle quattro case da gioco italiane. L’edificio in stile liberty progettato dall’architetto francese Eugène Ferret fu inaugurato nel 1905, e poiché necessitava di una ristrutturazione, dall’edizione del 1977 la manifestazione canora sanremese venne spostata al Teatro Ariston, dove è rimasta.
Le prime quattro edizioni del festival furono presentate alla radio dal noto conduttore Nunzio Filogamo, mentre con l’avvento della televisione italiana dal 1955 vennero trasmesse in diretta televisiva dal Casinò.
A vincere la prima edizione nel 1951 fu Nilla Pizzi, considerata la “regina della canzone italiana” con “Grazie dei fiori”. Alla terza edizione del 1953 fu introdotta la formula della “doppia interpretazione” in cui ogni canzone veniva abbinata e cantata da due artisti diversi con due arrangiamenti differenti. Con questa formula salirono sul palco di Sanremo grandissime stelle mondiali abbinate ai cantanti italiani, quali:
• Gene Pitney, artista innamorato dell’Italia, che nell’edizione del 1966 fu abbinato a Caterina Caselli, che esordì con il ‘Caschetto d’oro’, cantando la canzone “Nessuno mi può giudicare”.
Che è anche il titolo di un divertente film commedia con Paola Cortellesi, Raoul Bova e Rocco Papaleo, per la regia di Massimiliano Bruno (2011). Entrambe le opere affrontano il tema dell’emancipazione della donna, del diritto di compiere le proprie scelte al di là del giudizio e del pregiudizio altrui.
• Louis Armstrong, uno dei più famosi musicisti jazz, fu abbinato nel 1968 a Lara Saint Paul, carismatica cantante italiana dal fascino esotico nata ad Asmara in Eritrea, figlia di un tecnico minerario romagnolo e una principessa di etnia amarica.
• Stevie Wonder, grande artista cieco fin dalla nascita e amico di Maya Angelou, entrambi attivi nella lotta per i diritti civili dei neri, impegnato anche in campagne a favore dei ciechi, nel 1969 venne abbinato a Gabriella Ferri, indimenticabile mattatrice della tradizione popolare romana.
Dal 1972 questa formula a due, venne abbandonata a favore dell’interpretazione da parte di un solo artista per ogni canzone, e poi ripresa in alcune occasioni.
All’epoca a Sanremo era la canzone la vera protagonista in gara, non il cantante. Abbinare due artisti con stili diversi rendeva più ricca di sfumature la canzone, dimostrando la sua forza a prescindere da chi la interpretasse. La canzone melodica italiana visse il suo massimo splendore caratterizzandosi per il canto potente e impostato, quasi lirico, che esaltava sentimenti storici come l’amore romantico, la nostalgia, la mamma, la patria, con arrangiamenti orchestrali ricchi e solenni. A dominare il genere con una lunga serie di successi fu Claudio Villa, soprannominato il ‘Reuccio’, che assieme a Domenico Modugno poteva vantare il primato di quattro vittorie al festival.
Ermanno sembra non dare bado alle parole di Marta, ripete nuovamente la strofa con una certa enfasi, mentre lei svelta cerca il videoclip su YouTube… la voce di Nada!! Lui si blocca, gira la testa e guarda lo schermo con un gran sorriso. Che gioia! Ma cos’è questa specie di diavoleria… Uno smartphone!
Sono gli anni della Beat Generation, del Movimento Hippy, della contestazione giovanile, che genera grande fermento artistico e sociale, e il Festival della canzone italiana non ne esce indenne. Le canzoni iniziano a toccare i temi sociali, si crea un forte contrasto tra il genere melodico e quello cantautoriale, tendenzialmente snobbato o penalizzato dalle giurie.
Dal 1963 a condurre il festival è Mike Buongiorno e l’edizione del 1967 viene tragicamente segnata dalla morte del cantautore Luigi Tenco, che in coppia con la cantante francese Dalida presentava il brano “Ciao amore, ciao”. Un evento mai dimenticato di cui talvolta si torna a parlare, in parte anche per il rigido cinismo e la determinazione con cui si volle far proseguire a tutti i costi lo spettacolo, nonostante il profondo turbamento generale.
Per approfondire: Luigi Tenco: la storia del suicidio, 50 anni fa – il post.it
Nonostante ciò molte canzoni presentate in questa edizione del 1967 ebbero notevole successo e hanno resistito ai decenni, come “Cuore matto” interpretata da Little Tony con Mario Zelinotti, che lo ha reso popolare all’estero, in particolare nei paesi europei e in America latina.
E chi non ha mai cantato una strofa di “Pietre” che Antoine ha presentato in coppia con Gian Pieretti?
Tu sei buono e ti tirano le pietre.
Sei cattivo e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,
sempre pietre in faccia prenderai.
Sarà così finché vivrai, sarà così…
Il suo essere, per così dire, indisciplinato di Antoine divertiva molto i ragazzini del tempo che a scuola, con le mani sul banco, capitava spesso venissero bacchettati da un maestro severo…
Le pietre, metaforicamente rappresentano le critiche e le cattiverie che riceverai comunque, qualunque cosa tu faccia o tu sia, ci sarà sempre qualcuno che ti disapproverà, quindi è tempo sprecato regolarti sul giudizio altrui, non avrai mai l’approvazione di tutti. Argomento molto attuale!
In quegli anni, “gli anni del disgelo” grandi cambiamenti avvenivano nel mondo: la fine del culto di Stalin, la rivoluzione di Cuba, la Primavera di Praga e il Sessantotto. L’epoca del boom economico e della spensieratezza in Italia si interruppe bruscamente, e Sanremo divenne lo specchio delle tensioni sociali e culturali. La censura politica divenne pressante e le canzoni di protesta più o meno esplicite dovettero subire modifiche al testo, alcune vennero addirittura scartate. Come accadde nel 1968 alla canzone “Meraviglioso” di Domenico Modugno, a causa del suo contenuto che accennava a un tentativo di suicidio, trascurando il fatto che in realtà la canzone era un inno alla vita… comunque poi, ottenne il successo che meritava.
Meraviglioso, ma come non ti accorgidi quanto il mondo sia, meraviglioso.Meraviglioso, perfino il tuo dolorepotrà apparire poi, meraviglioso.Ma guarda intorno a te,che doni ti hanno fatto,ti hanno inventato, il mare.Tu dici − non ho niente,ti sembra niente il sole,la vita, l’amore…
In quella 18ª edizione del Festival, quella del 1968, si volle cambiare radicalmente l’approccio al fine di riportare serenità e leggerezza, e allontanare la morte di Luigi Tenco avvenuta l’anno prima, fatto che divenne un vero e proprio tabù di cui era meglio non parlare. Alla conduzione fu chiamato per la prima volta Pippo Baudo insieme all’attrice Luisa Rivelli. Visti i tempi, il festival divenne inevitabilmente oggetto di contestazione, accusato di essere una manifestazione borghese, sfarzosa e anestetizzante rispetto ai problemi reali del Paese.
A condurre l’edizione del 1969 fu invece Nuccio Costa, famoso presentatore televisivo catanese, affiancato da Gabriella Farinon, trevigiana apprezzata e affascinante “signorina buonasera”, termine usato per indicare le annunciatrici televisive presenti fin dall’inizio delle trasmissioni RAI, il cui ruolo venne ridimensionato nel 2003, per poi essere rimpiazzato dopo il 2016 da apposite grafiche e da annunci di uno speaker fuori campo.
Nada con la canzone “Ma che freddo fa” partecipò al Festival di Sanremo del 1969. Quell’anno gli artisti italiani erano abbinati a prestigiosi artisti internazionali e tra gli esordienti c’era in gara, per la prima e unica volta a Sanremo, Lucio Battisti che interpretò “Un’avventura” abbinato a Wilson Pickett, uno dei principali esponenti della musica soul che l’anno precedente aveva partecipato in coppia con Fausto Leali. E poi Rocky Roberts dallo stile inconfondibile e scatenato, reduce di un successo clamoroso con “Stasera mi butto” del 1967, che però venne escluso dalla finale.
Nada si esibiva in doppia esecuzione con i Rokes, un gruppo musicale beat.
I The Rokes si formarono nel Regno Unito come gruppo nel 1960 con il nome di Shel Carson Combo, dal nome del fondatore Shel Shapiro. In Italia il gruppo fu notato da Teddy Reno che divenne loro produttore, assunsero allora il nome The Rokes. Il gruppo acquisì grande notorietà, arrivando anche a recitare in un film insieme a Totò, e cantando prevalentemente brani in italiano con il loro caratteristico accento inglese. Nel 1967 avevano già partecipato al Festival di Sanremo con “Bisogna saper perdere” presentata in coppia con un quasi ventiquattrenne, Lucio Dalla.
Anche questa edizione risentì del clima sessantottino: l’attore e drammaturgo Dario Fo in aperta polemica con la natura commerciale e borghese del Festival, organizzò insieme alla moglie Franca Rame il cosiddetto “Contro-Festival” di Sanremo presso la vicina Villa Ormond. Si trattava di una rassegna di teatro, musica impegnata e satira politica che offriva un’alternativa culturale esplicita attirando gli studenti e gli operai in protesta.
Nada e The Rokes quell’anno si classificarono al quinto posto, mentre a vincere il festival furono Bobby Solo e Iva Zanicchi con la canzone “Zingara”, alla quale viene chiesto di leggere la mano per conoscere la sorte di un amore.
La canzone “Ma che freddo fa” cantata da Nada, di cui sono state realizzate molte cover e adattamenti fino ai giorni nostri, è stata inclusa nella colonna sonora del film “La finestra di fronte” di Ferzan Özpetek (2003) e più precisamente nella scena in cui Simone, l’anziano ospite che condivide con Giovanna la sua passione per la pasticceria, afferma: «Lei ha trasformato la sua passione in un hobby, non deve trattare così il suo talento». E più recentemente in “La bambina che non voleva cantare” di Costanza Quatriglio (2021), un film per la televisione che racconta la vita della cantante dall’infanzia fino al debutto al Festival di Sanremo, liberamente ispirato al libro autobiografico “Il mio cuore umano” scritto dalla stessa Nada Malanima e pubblicato nel 2008.
Tornando a Marta… a lei piace molto ascoltare i racconti di chi ha vissuto altri tempi, il loro tempo, che non è mai uguale. Qualche anno prima era stata la dama di compagnia della signora Amalia, una donna simpatica e molto determinata, di cui raccolse i ricordi: di quando era ragazza e orgogliosa guidava il trattore in campagna essendo nata in una famiglia di agricoltori, e le piaceva parecchio; di quando l’uscio delle case non veniva mai chiuso a chiave, come succede oggi, e al passaggio di qualche forestiero c’era sempre un posto libero a tavola, se voleva gradire un umile pasto. In tempi migliori, quando dopo essersi sposata si trasferì, le piaceva organizzare cene all’aperto sotto la pergola di rose, con gli amici di famiglia; si divertiva con Marta, a mimare il marito quando per richiamare i commensali dispersi in giardino scuoteva la corda di una piccola campana, e anche se era estate lei preparava dei dolci di carnevale che sapeva che tutti gradivano assai.

Si era nel mese di maggio, il mese delle rose, «Il mese dedicato alla Madonna − disse la cara Amalia raccontando della “Madonna Pellegrina”. Ci teneva molto ad accoglierla nel suo cortile, dove in un angolo riparato dalla pioggia preparava un tavolino,
«con la tovàja de lino bianco con i bordi finemente ricamà e parsóra el merleto de Buràn, la tovàja più presiósa dé la dota» [con la tovaglia di lino bianco con i bordi finemente ricamati con sopra il merletto di Burano, la tovaglia più preziosa della sua dote]. A regalargliela per il suo corredo di futura sposa era stata la zia Emma, che abitava nell’isola della laguna di Venezia. (nella foto: Merlettaie di Burano di Karl Feiertag, 1907).
La Madonna Pellegrina o “Peregrinatio Mariae” è una tradizione devozionale popolare molto radicata in Veneto, legata al culto religioso mariano: consiste nel far “viaggiare” una statua o un quadro della Madonna di parrocchia in parrocchia, di corte in corte, di casa in casa anche all’interno dello stesso quartiere. 
È una tradizione che non nasce necessariamente dalla liturgia ufficiale della Chiesa, ma dalla fede genuina del popolo. L’Italia nel dopoguerra era un paese ferito, diviso e molto povero, per ricostruire il tessuto morale e sociale si sostenne l’iniziativa di queste “peregrinazioni” mariane portando la Madonna direttamente tra la gente. Al suo passaggio la comunità trovava conforto stringendosi in preghiera attorno alla statua recitando il Rosario; a volte sostava per una notte o per più giorni, posta su una specie di altare sovente adornato di fiori freschi e candele.
Maggio, il mese delle rose, il mese della festa della mamma (Mamma son tanto felice).
Marta ricordava quando da bambina con l’aiuto della mamma riempiva il cestino di petali di rosa per la festa di Maria Ausiliatrice, che si celebra il 24 maggio, o la domenica successiva quando cade nei giorni feriali. Lei e le sue coetanee vestite con l’abito della Prima Comunione, tra i capelli una coroncina di fiori bianchi, spargevano i petali di rosa per terra a formare un tappeto su cui passava il baldacchino che portava la statua di Maria Ausiliatrice in processione. Disposte in doppia fila, dietro seguivano i ragazzini in completo blu, giacca e pantaloni corti con camicia bianca e cravattino o papillon, procedevano ordinati e composti, seguivano il prete, i chierichetti e tutta la gente. Un grande momento di autentica fede.

Nulla a che vedere con quelle manifestazioni sensazionalistiche o strumentalizzate, come “l’inchino della Madonna”, rituale diffuso in alcune processioni religiose nel Sud Italia (In nome del Padre), o l’ostentare la corona del Rosario di taluni, nell’esibire una fede di facciata.
La parola Rosario significa “Corona di rose”. Nella tradizione medievale offrire una corona di rose a Maria, la mamma di Gesù era un segno di grandissimo affetto e devozione; i monaci per tenere il conto delle preghiere di cui è composto il Rosario, usavano far scorrere tra le dita una corda con dei nodi così da non perdere il segno.
La corona del Rosario di norma è formata da 50 grani suddivisi in 5 gruppi da 10 grani ciascuno, “le decine” sono separate tra loro da un grano più grosso e più distanziato. A una estremità c’è il crocifisso, che dà inizio alla preghiera. Il Rosario ci guida nel compiere un viaggio attraverso i misteri (momenti significativi) della vita di Gesù e di Maria: i misteri della gioia, i misteri della luce, i misteri del dolore, i misteri della gloria.
Si può essere sollecitati anche a offrire alla Madonna i fiori spirituali: con preghiere e buone azioni, a onorarla con la parte migliore di noi stessi (virtù). Durante le sere di maggio per tradizione, nelle parrocchie italiane la comunità si riunisce per il “fioretto” e si recita il Rosario.
Una pratica molto cara a don Bosco e all’instancabile mamma Margherita. Giovanni Bosco, uno dei santi più amati e popolari, è noto per la sua straordinaria opera a favore dei giovani più poveri ed emarginati e alla rivoluzione pedagogica che ha introdotto nell’educazione. Fondatore delle congregazioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, non si stancava mai di ribadire ai suoi ragazzi che “i fioretti migliori sono quelle pratiche che si fanno comunemente ogni giorno”: come stare con gli altri in allegria, obbedire con il sorriso, prendersi cura dei compagni più in difficoltà, applicarsi nello studio e nel lavoro, e soprattutto moderare le parole non cedendo al pettegolezzo, alle volgarità, all’offesa.
Marta si ricordava dei “fioretti” di maggio, e delle lucciole che scorgeva tra i rovi lungo la strada di ritorno. Specialmente quella sera, camminando svelta perché era tardi, si era fatta convincere ad andare con gli altri su in collina alla chiesetta vecchia. Ma poi si era accorta che i ragazzi più grandi, complice l’oscurità, erano saliti sui ciliegi di un podere vicino a far razzia dei succosi frutti. Anche Marta mangiò qualche ciliegia, ma poi si pentì. Per gli altri era una “ragazzata”, per lei era rubare (I dieci comandamenti), e per giunta dopo il “fioretto”! − le confidò avvilita. La signora Amalia le rispose, che sì, a volte in gruppo si fanno cose stupide.
«Ma adesso leggimi qualche pagina di quel bel libro che abbiamo iniziato ieri…», l’autrice era del luogo ed era scritto in dialetto veneto, ma per Marta che fatica la lingua scritta… serve un po’ di pratica nell’imparare a “vedere” la parola prima di leggerla, rispettare gli accenti, dare la giusta intonazione, sottolinearne il senso. Parlare la lingua veneta, è tutta un’altra cosa! Ad Amalia piaceva molto ascoltare le storie semplici, quotidiane di paese, le storie dei luoghi che aveva visitato, le biografie dei santi, a patto che Marta leggesse con calma, per darle il tempo di visualizzare e godersi il racconto.
A volte, conoscendo lo spirito ilare che era proprio di Amalia, Marta le faceva qualche scherzetto modificando le frasi tanto da renderle assurde, allora Amalia furibonda protestava… ma poi si guardavano e scoppiavano a ridere. Le piaceva anche passeggiare nel verde, far tappa a mangiare il gelato, far visita a qualche vecchia amica, sottolineando poi maliziosamente che lei, i suoi anni, li portava decisamente meglio!!
I nostri anziani hanno un passato pieno di ricordi e grande è il desiderio di lasciare ai posteri un buon ricordo di loro (Mio nonno era un ciliegio). Ricordi belli e brutti, non rimpiangono certo gli anni di miseria, di fatica che hanno vissuto in gioventù! Poi della guerra neanche a parlarne… a parte Pippo, di lui sì, di lui si ricordano tutti, non si stancano mai di riesumarne il ricordo.
Così per l’ennesima volta, a voce bassa, creando un po’ di suspense, Amalia comincia a raccontare di quando all’imbrunire tutti correvano a chiudere gli scuretti interni delle finestre, rimanendo in attesa…
Marta li aveva visti quegli scuretti in qualche vecchia casa rurale, sembravano di cartone pressato ma in realtà erano di faesite.
La faesite, dal nome della frazione Faé di Longarone (Belluno) dove questo materiale veniva prodotto dal 1936, pressando scarti di lavorazione del legno tenuti insieme non con l’aggiunta di colle chimiche o resine artificiali, ma esclusivamente dalla lignina, la colla naturale già presente nelle fibre del legno che si scioglie e si ricompatta durante il processo di pressatura a caldo. Il marchio venne registrato il 29 giugno 1939 durante il Ventennio fascista, che in quegli anni era in piena autarchia e c’era la disperata necessità di trovare materiali poveri e locali.
I pannelli in faeṡite in genere sono molto sottili e hanno il lato anteriore liscio, quello posteriore è ruvido dal tipico colore marrone e con una caratteristica trama a rete. È il classico pannello di fondo degli armadi e la base dei cassetti, sono anche impiegati in sostituzione del compensato, come isolante termico, materiale da rivestimento, ecc.
..rimanendo in attesa di Pippo nel buio della notte, da lontano si sentiva arrivare e nelle case calava il silenzio, tutti muti ad ascoltare, poi passava via e si tirava tutti un sospiro di sollievo… ma se scorgeva una luce, anche piccola, lì avrebbe colpito senza pietà!
Le incursioni dei “Pippo” (si credeva erroneamente che fosse uno solo), avvenivano in tutto il Nord Italia a partire dagli ultimi mesi del 1943 e fino alla liberazione. Questo tipo di minaccia, con apparizioni casuali, fu un’efficace arma psicologica affinché la popolazione rispettasse il coprifuoco e dubitasse della capacità della neonata Repubblica Sociale Italiana di garantire la sicurezza del territorio.
Quell’aereo da ricognizione, che la gente non capiva bene se fosse degli alleati o dei nazi-fascisti, poco importa, faceva paura e forse per esorcizzarla gli avevano affibbiato quel nome buffo, come a voler sdrammatizzare il pericolo. Di sicuro Pippo, sarà stato lo spauracchio per diverse generazioni:
«Dormi! Che se no arriva Pippo…»

* Nota Bene: lo scopo di questo post è solo divulgativo e narrativo, senza alcuna intenzione di promuovere ideologie, celebrare miti o incentivare condotte vietate. Non è sponsorizzato e non ha fini commerciali. Tutti i diritti d’autore appartengono ai rispettivi proprietari.