Antiche civiltà: Maya, Aztechi e Inca

I MAYA

La civiltà Maya fiorì nella zona del Centro America, i cui discendenti tutt’ora abitano la Penisola dello Yucatán. Popolo dalla spiccata sensibilità artistica, sono tra le poche civiltà precolombiane ad aver lasciato resoconti scritti sulla propria storia. Nel periodo che coincide con l’inizio dell’era cristiana, essi infatti adottarono un sistema di scrittura, nello stesso periodo i loro sacerdoti erano in grado di predire le eclissi con grande precisione e di stabilire accuratamente il corso di Venere.
La civiltà Maya aveva un modo di calcolare il tempo diverso dal nostro, partendo da un punto d’inizio, naturalmente mitico, assai remoto: l’anno solare era di 365 giorni, cominciava in luglio e si divideva in 18 periodi di 20 giorni; gli ultimi cinque giorni dell’anno si chiamavano xma qaba qin (giorni senza nome). Essi facevano uso di due calendari uno che segnava i giorni e l’altro serviva a scopi rituali e divinatori (un po’ come il calendario e l’almanacco dei giorni nostri). L’eterno ciclico fluire di giorni, mesi e stagioni è un miracolo che spinge i Maya ad attribuire ad ogni alba e ogni tramonto una sacralità profonda. Ogni gesto, ogni attività umana si modella sui segni che il giorno porta con sé, sugli umori del sole che torna ogni alba dal regno degli inferi per raggiungere il cielo.
La civiltà Maya faceva uso della matematica in un’ottica religiosa, rappresentava forme di conoscenza e di controllo delle energie sacre emanate principalmente dagli astri, considerate divinità o epifanie dell’essenza divina.

«La gente non muore, va a vivere da un’altra parte e poi arriva nelle culla della luna, dove non ci sono parole.»

È ciò che dice un amico maya alla piccola Sally quando lei chiede se sa dov’è suo padre, morto tragicamente su un sito archeologico. Ma Sally non riesce a trovare una risposta razionale, che possa spiegare come suo padre sia potuto salire sulla luna…

«Ricorda, alcune volte bisogna saper rimanere in perfetto silenzio per vedere le cose»

L’atteggiamento della madre che si finge serena e le parole «non dovete piangere mai, ricordatelo, non dovete piangere mai» bloccano le emozioni della bambina che non riesce a elaborare il lutto. La realtà è troppo dolorosa. Per proteggersi e per non perdersi Sally si rifugia in un mondo fantastico, confortata dai racconti maya sul silenzio e sul dono della vista magica, da cui non riesce (o non vuole) tornare perdendo il contatto con gli adulti. Finchè la madre non decide di affrontare la situazione mettendo in atto delle strategie, e attraverso la realtà virtuale riesce a comprendere e a escogitare un modo per raggiungerla.

La voce del silenzio (House of Cards il titolo originale) diretto da Michael Lessac è un film del 1993 molto intenso, con un significato profondo e importante, che pone l’attenzione sulla capacità, ormai persa dagli adulti, di saper cogliere con il cuore (la vista magica) ciò che non si vede, eppure c’è: il disagio, la sofferenza, l’inquietudine, la tristezza… un film che mette in guardia  su come risultino facili e sbrigative le diagnosi dei medici, specie sui bambini:

«Li hanno etichettati, a torto o a ragione, come soggetti ritardati, autistici, pazzi, schizofrenici, epilettici, con danni cerebrali, perfino posseduti dal demonio. O figli del crack, ultima spiaggia di medici incompetenti e sbrigativi. Sono tutti speciali, come sua figlia»

È curioso il fatto che la critica italiana su questo film si sia soffermata a commentare la taglia forte di Kathleen Turner (madre di Sally nel film), o a cercare verosimiglianze, o a disquisire sul ruolo di Tommy Lee Jones che in questo caso segue i ragazzi in difficoltà quando di solito invece è un “cattivo”, o ancora a giudicare il dramma famigliare, a dire tutto quello che il film non è, anzichè coglierne il valore.

Una volta tanto tempo fa, la grande bisnonna della luce creò voi tre trasformando le pannocchie bianche e gialle in persone vere e siccome vi voleva tanto bene decise di regalarvi la “vista magica”. Un giorno Huracan il dio del cielo, colui che voleva avere il potere su tutte le cose e gli animali del creato, si arrabbiò moltissimo perchè era invidioso del dono della “vista magica”. La grande bisnonna divenne molto triste e allora decise di concedere il dono della “vista magica” solo ad alcuni bambini molto speciali, bambini che possono “vedere”. Ma questo dono magico lo potete usare solo nei sogni, dove non ci sono parole. È più facile “vedere” se non si parla e si vede il mondo come è realmente.

In principio quello dei Maya si presenta come un culto alla natura, secondo cui l’uomo è nato da “una pallina di acqua e mais modellata dagli dei”, le divinità sono rappresentate da animali e vegetali, a volte combinate con forme umane: c’è il dio Mais (alimento sacro), il drago (l’energia sacra del cosmo), il giaguaro, il caimano, il cervo, il colibrì, il serpente, l’aquila.
Gli dèi sono costantemente soggetti a cambiamenti perchè per i Maya non esistono esseri immutabili, non sono semplici idoli ma entità imperfette che nascono e muoiono, quindi bisognose d’essere alimentate per sopravvivere.
Il Sole è la deità suprema, asse intorno al quale si sviluppa la vita, generatore del tempo, origine del divenire in generale, signore delle quattro stagioni e della quadruplicità del cosmo.
Chaac è il dio della pioggia a cui il coltivatore di mais si rivolge devoto, e la cui benevolenza arreca vita e felicità, mentre la sua ira è portatrice di morte.
Il dio della stella del nord vigila sui viaggi dei mercanti. Inoltre ci sono il dio del vento, la Morte e le dee, tra le quali c’è quella che protegge dalle inondazioni, quella a cui sacrificare la propria vita per ascendere al più alto dei cieli, la dea della luna che quando è giovane rappresenta la medicina e il parto, quando è vecchia rappresenta la terra, la vegetazione e la tessitura.
Queste divinità sono ciò che rimane della religione Maya, mentre il culto altamente esoterico a cui diede vita la casta sacerdotale composta di astronomi, matematici, profeti, esecutori di riti, in quanto distaccata dalla gente, è andato perduto.

L’universo Maya è travagliato dalla perenne lotta fra le potenze del male e del bene. Il bene porta la pioggia, la fertilità e l’abbondanza; il male porta la siccità, gli uragani e le guerre.
Sopra la terra esistono 13 cieli di beatitudine e dietro di essi 9 d’inferno.
Nel paradiso finale non esistono più né dolore né povertà, né pesanti carichi da sopportare.
Nell’inferno finale c’è fame, freddo e miseria.
Secondo la loro credenza c’erano stati parecchi mondi: ognuno era perito in un diluvio e si attendeva un altro diluvio.

La conquista da parte dei Toltechi, un popolo nomade e guerriero, contribuì al declino della civiltà Maya la cui religione assunse un carattere cruento. Essendo il territorio prevalentemente arido, al dio della pioggia Chaac era d’uso offrire in sacrificio manufatti preziosi gettandoli nel cenote sacro, una specie di largo e profondo pozzo naturale che forniva acqua dolce in abbondanza. A questi si accostarono anche frequenti sacrifici umani, che venivano immolati anche sull’altare posto sulla sommità del Tempio dei Guerrieri, una piramide a gradoni come El Castillo (nell’immagine in alto) ossia la piramide di Kukulkan, il serpente piumato dio del vento e della conoscenza (Quetzalcoatl per gli aztechi), che venne costruita al di sopra di un altro tempio. Gli angoli della piramide al calare e al sorgere del sole durante gli equinozi di primavera e d’autunno, lungo la scalinata nord, proiettano un’ombra a forma di serpente piumato, Kukulkan appunto, un fenomeno che attira ogni anno migliaia di persone da tutto il mondo.

L’osservatorio astronomico, un edificio rotondo posto sopra una larga piattaforma quadrata, soprannominato El Caracol (la chiocciola) dalla scala di pietra a spirale presente al suo interno, insieme alle  piramidi e a sette campi per il gioco della palla sono parte del numerosi edifici del Chichén Itzá, un importante complesso archeologico dichiarato patrimonio dell’umanità UNESCO nel 1988 e  inserito nel 2007 fra le Sette meraviglie del mondo moderno.


Molti anni fa ebbi occasione di leggere Yucatán di Andrea De Carlo (1986). Detto sinceramente della storia ricordo poco ma per me è stato un libro molto affascinante, mi è rimasto il gusto dell’atmosfera che l’autore ha saputo trasmettere, un che di magico e misterioso in cui mi sono immersa, un libro che invita al viaggio, alla scoperta dei luoghi e delle tradizioni antiche. Mi è piaciuto così tanto che prestai il libro per condividerne il piacere, e… nonostante l’avessi soprannominato Pietro…  non è più tornato indietro.

Questo estratto da una recensione del Liceo Berchet, di cui De Carlo è un ex allievo, lo descrive molto bene:

È un racconto “on the road” attraverso le strade della California e del Messico, lungo le quali un curioso gruppo di personaggi crede fra varie peripezie di inseguire il vero significato dell’esistenza, guidato da una misteriosa voce telefonica. il lettore rimane costantemente nell’attesa di qualcosa, che si identifica nella rivelazione promessa dalla “voce”, e rimane infine deluso da una conclusione che in realtà non conclude nulla, ma sembra essere più il compimento del percorso interiore dei personaggi, che quello della vicenda. Più che di reali avvenimenti il libro presenta atmosfere, l’alchimia dei rapporti personali fra i personaggi, i piccoli gesti.


GLI AZTECHI

Gli Aztechi, o meglio, i Mexica furono una delle grandi civiltà precolombiane più florida e viva, il più grande impero che fosse mai esistito nel Centroamerica (attuale Messico).
A porre fine alla civiltà dell’impero azteco furono, nel 1521 i conquistadores spagnoli guidati da Hernán Cortés, i quali meglio organizzati con armi da fuoco ebbero la meglio sui guerrieri aztechi provvisti di sole armi rudimentali, addestrati più per catturare nemici da sacrificare che per conquistare altri territori. La cultura azteca è nota infatti per la pratica del sacrificio umano e del cannibalismo. Secondo le loro credenze il sacrificio umano era necessario per sfamare e placare gli dei, richiamandosi al mito delle origini dell’universo (Cosmogonia).

Per gli aztechi il mondo aveva avuto quattro grandi Ere prima del mondo attuale, ognuna di esse conclusasi con una catastrofe. Ogni epoca era chiamata “Sole”; dopo l’avvento del Quinto Sole gli dèi si erano dovuti sacrificare gettandosi nel fuoco, così gli uomini erano tenuti a seguire il loro esempio per mantenere vivi il calore, la luce ed il movimento del sole. Le ere precedenti sono raffigurate anche nella Piedra del Sol , il calendario azteco rinvenuto a Città del Messico (nell’immagine).

Quello degli Aztechi è un culto politeista con una mitologia complessa e un gran numero di divinità. Molto importante era il dio Quetzalcoatl, il leggendario re dei Toltechi che, si racconta, era giunto dalla Mesoamerica a bordo di una nave con la promessa di tornare a guidare quei popoli dopo un certo lasso di tempo. Secondo i missionari spagnoli Quetzalcoatl era raffigurato con la barba che gli copriva il volto (questo è alquanto strano per i popoli della zona che in genere erano completamente glabri sul viso) e con la pelle bianca, cosa questa che secondo molti storici avrebbe indotto Motecuhzoma II (Montezuma II), imperatore azteco, a pensare che Hernán Cortés fosse il dio al suo ritorno in patria, e a non attaccare subito i conquistadores (cosa rivelatasi, però, una menzogna).

Secondo la Mitologia azteca Quetzalcoatl (“serpente piumato”), il dio del vento, di Venere, dell’alba, dei mercanti e delle arti, dei mestieri e della conoscenza, era contrario ai sacrifici umani, spesso veniva messo in contrapposizione con Tezcatlipoca (“specchio fumante”), che rappresentava il suo gemello e il suo opposto. Dio della notte, del nord e delle tentazioni, Tezcatlipoca possedeva uno specchio che sprigionava fumo ed uccideva i suoi nemici.
È della tradizione azteca l’idea che sin dal concepimento, nella testa del bambino risieda il “Tonalli” (anima/destino), il quale si fortificherà con il bagno rituale. Essi ritenevano che le malattie fossero provocate da cause magiche o naturali, una punizione degli dei che andavano placati con uno specifico rituale magico, ricorrendo alle loro conoscenze erboristiche, basate sull’uso di più di 100 erbe dal potere curativo, spesso combinate tra loro.

Ricca fonte sul popolo azteco è Il Codice fiorentino di fra’ Bernardino de Sahagún conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, una vera e propria enciclopedia sulla storia e cultura della civiltà azteca.


GLI INCA

Gli Inca costituirono un vasto impero nell’altipiano delle Ande, chiamato Tahuantisuyu, ovvero dei quattro cantoni o regioni del mondo, con capitale Cuzco, (ombelico) era considerata il centro della terra.
Nell’impero andino poichè la scrittura non era conosciuta, calcoli e altri tipi di annotazioni venivano elaborati grazie a strumenti costituiti da gruppi di cordicelle annodate, detti quipu.
Da dove giungessero gli Inca non si sa bene, dagli studi storici si è giunti a ritenere che gli Inca fossero una particolare etnia andina costretta a lasciare la propria zona d’origine, nei pressi del lago Titicaca, per una qualche calamità naturale o per un’invasione straniera. Solo in seguito si sarebbero stabiliti nella conca del Cuzco, nell’attuale Perù, e da quel momento avrebbe avuto inizio la vera storia degli Inca.
Sebbene oggi si usi il termine Incas per designare la cultura e gli appartenenti alla civiltà Inca, a quei tempi Inca era solo la famiglia reale che pare usasse una lingua arcaica dimenticata da tutti, perciò sconosciuta e comunque vietata al resto del popolo.

Un mito assai suggestivo racconta che Manco Cápac, considerato il fondatore della dinastia inca, ricevette un’illuminazione divina nei pressi del lago Titicaca dal dio Sole, Inti, con il compito di diffondere la sua conoscenza al popolo. Il sovrano divenne quindi anche capo religioso di un culto solare,  di tipo animistico in quanto tutti gli elementi naturali erano considerati delle forze (huaca) a cui si consacravano enormi pietre, che possiamo ammirare ancora oggi nel misterioso complesso del Machu Picchu in Perù. Un’antica città perduta oggi universalmente conosciuta per le sue imponenti ed originali rovine e per l’impressionante vista che si ha sulla sottostante valle dell’Urubamba. Eletto come una delle Sette meraviglie del mondo moderno, fa parte dei Patrimoni dell’umanità stilati dall’UNESCO, e si teme per la sua salvaguardia visto l’elevato numero di turisti  che vi si recano ogni anno.

Gli inca credevano in una vita dopo la morte, i corpi venivano mummificati e nelle tombe si ponevano oggetti utili anche nella vita futura, molto spesso di grande valore, fatto che provocò la profanazione e le ruberie degli europei, quando nel 1532 il condottiero spagnolo Francisco Pizarro con uno stratagemma catturò e uccise l’ultimo sovrano Atahualpa e pose fine al grande impero Inca.


Su consiglio di un amico, ho acquistato Incavolati Incas di Terry Deary per uno dei miei figli estremamente “allergico” alla storia come materia di scuola. È un libro di 127 pagine che si legge in un baleno, corredate da vignette e fumetti di Philip  Reeve che rendono il racconto molto divertente, con un linguaggio semplice, ironico e scherzoso che mantiene viva l’attenzione. Si imparano davvero molte cose importanti e in leggerezza.

Fa parte della collana Brutte Storie edita da Salani, e già da alcuni dei titoli si capisce il tono ilare: I ganzi greciI barbuti barbariI rivoltanti romaniGli atroci aztechi, oppure Stomachevoli storie: racchiude una mefitica miscellanea di agghiaccianti aneddoti che nessuno ha mai avuto il fegato di raccontare… 😃

Senza ombra di dubbio, conoscere le antiche civiltà e la storia passata è un ottimo metro di misura per comprendere fenomeni che tendono a ripetersi nel corso della storia e imparare a far sì che quelli negativi non si ripetano. Magari, invece, recuperando ciò che di interessante è stato sepolto dalle civiltà moderne, e non solo dal punto di vista archeologico. Ma, ahimè la scuola spesso rende noiosissima questa materia… per carità!.. è importante saper collocare nello spazio e nel tempo determinati fatti, ma credo diventi cosa inutile se i fatti non insegnano qualcosa, non stimolano la curiosità.

Leda