Il territorio dell’Aspromonte insieme a quello della Sila, erano inclusi in origine nell’area del Parco Nazionale della Calabria istituito nel 1968 per salvaguardare l’ambiente e il territorio, un’ente che venne soppresso nel 2002 e sostituito dai due parchi attuali: il Parco nazionale della Sila e il Parco nazionale dell’Aspromonte.
PARCO NAZIONALE DELL’ASPROMONTE

Il Parco si trova in un ampio territorio esteso tra due mari nel sud della Calabria, è un’ambiente aspro e rigoglioso con una grande varietà di specie vegetali e animali, gode infatti di particolari condizioni climatiche che favoriscono un ambiente ricco di biodiversità. Istituito nel 1989 è stato perimetrato definitivamente nel 2008, e si trova nel cuore della provincia di Reggio Calabria.
Prende il nome dall’Aspromonte, un massiccio montuoso dell’Appennino calabro in cui la vetta più alta è Montalto (1955m s.l.m.) sulla cima del quale è stata posta una statua in bronzo del Cristo Redentore in occasione del Giubileo del 1900.
Sul versante tirrenico, l’Aspromonte si caratterizza per la presenza di boschi di faggi e di castagni nelle zone più interne, mentre sulla costa frastagliata è tipica la macchia mediterranea con agrumi, ulivi, salici, oleandri e tamerici.
Sul versante ionico il massiccio discende con pendenze sostanzialmente uniformi che degradano dolcemente sino alle coste per lo più sabbiose, e la flora è tipicamente mediterranea.
È una zona ricca di fiumare, ossia brevi corsi d’acqua che scorrono su greti sassosi, che in genere sono asciutti quando le precipitazioni sono scarse, mentre assumono un regime torrentizio nel periodo invernale quando le piogge sono intense. Tra le meraviglie dell’Aspromonte ci sono le cascate note per la loro bellezza, come quelle dell’Amendolea con i suoi tre salti sulla roccia, e le cascate Mundu e Galasia. Il principale affluente dell’Amendolea è il torrente Menta, che alimenta il lago artificiale creato da una diga, un bacino importante per l’approvvigionamento idrico della zona.
Nel cuore del Parco Nazionale dell’Aspromonte si trova la “Faggeta vetusta della Valle Infernale”, una foresta primordiale di faggi secolari che ospita specie rare e endemiche.
Come il coleottero Rosalia alpina dall’inconfondibile livrea azzurro-grigio con macchie nere e lunghe antenne, che trova il suo habitat ideale in faggete mature ricche di legno morto. Su un ripido pendio roccioso sorge una quercia millenaria chiamata “Demetra”, in onore alla dea greca della natura e delle messi, che come il Pino Loricato del Parco Nazionale del Pollino, è uno degli alberi più antichi al mondo e più datati d’Europa. C’è anche la Woodwardia radicans, una rara felce preistorica dalle foglie enormi. Per il suo valore ecologico unico, la Faggeta vetusta della Valle Infernale dal 2021 è riconosciuta tra i Patrimoni mondiali dell’Umanità dall’UNESCO.
Molto interessante è la rete di sentieri escursionistici che attraversano le immense pinete d’Aspromonte, segnalati, con tracciati di varia lunghezza e difficoltà, che portano alle bellezze naturali e storiche del Parco e a gli incredibili panorami sui due mari, lo Ionio e il Tirreno.
Questi sentieri pensati per essere percorsi a piedi sono adatti a praticare trekking, ma sono previsti anche itinerari da percorrere a cavallo, tracciati avventurosi per Mountain-Bike, per Bici Gravel che combinano tratti di asfalto e percorsi sterrati, anche poco battuti, ma anche cicloturismo con percorso a tappe.
I quattro Parchi protetti della Calabria: Pollino, Sila, Aspromonte e Serre sono attraversati dalla Ciclovia dei Parchi, un percorso per gli appassionati delle due ruote lungo 545 km che solca l’intera dorsale appenninica. L’itinerario è diviso in circa 12 tappe su terreni diversi, ed è adatto a ciclisti con diversi livelli di esperienza. Dal 2024 fa parte della rete EuroVelo 7 o Ciclovia del Sole, un importante itinerario ciclabile europeo che va da Capo Nord a Malta.
• Il Sentiero Italia CAI, che è lungo oltre 6.000 km e attraversa tutta l’Italia da nord a sud, ha una sua tappa che attraversa l’Aspromonte toccando varie località. Se affrontato per intero si tratta di un trekking adatto a escursionisti ben allenati, ma può essere suddiviso in tappe giornaliere di diversa lunghezza e dislivello.
• Il Sentiero dei Greci, è un affascinante percorso di sole quattro ore accessibile a tutti. Numerosi sono gli escursionisti e i pellegrini che partendo da Mammola (provincia di Reggio Calabria) lo percorrono a piedi e si recano al santuario di San Nicodemo, meta di tradizionali pellegrinaggi e luogo di spiritualità e silenzio, dove è possibile vedere anche i resti dell’antico monastero.
Il Sentiero dei Greci per le antiche popolazioni della Magna Grecia era un’importante via di comunicazione che collegava la zona della Locride (versante ionico) con la zona della Piana di Gioia Tauro (versante tirrenico).
Magna Grecia

La “Grande Grecia”, così gli antichi Romani indicavano le colonie fondate dai greci nell’Italia meridionale. Quando i primi coloni dalla Grecia giunsero sulle coste meridionali, trovarono una terra fertile e ricca di acqua, abbondante di grano e di vino, e la chiamarono Enotria, da “oinos” (vino).
Una leggenda della mitologia greca narra di Enotro, uno dei cinquanta figli di Licaone, re dell’Arcadia una regione storica dell’antica Grecia nel Peloponneso centrale, che nella letteratura è stata spesso idealizzata come una terra dove uomini e natura vivono in perfetta armonia. Avvenne che i figli di Licaone si dispersero per fondare altre città e altri popoli, così Enotro insieme al fratello Peucezio si diressero verso l’Italia.
Ciò che spinse i greci tra l’VIII e il V secolo a.C. a colonizzare nuove terre fu il sovrappopolamento, la necessità di nuove terre coltivabili e di nuovi sbocchi commerciali. Il territorio che era già abitato da un’antica popolazione italica, con lo stanziarsi dei coloni greci venne in gran parte ellenizzata, per poi estinguersi definitivamente verso la metà del V secolo a.C..
Quelle della Magna Grecia furono le colonie tra le più prospere del mondo greco, dove furono edificati templi grandiosi in stile dorico come quelli di Paestum (Campania), di Agrigento (Sicilia), di Taranto (Puglia) che risulta essere il più antico ma di cui sono rimaste solo due colonne, dove i culti greci si fusero con elementi locali determinando la diffusione di oracoli e misteri. Pitagora giunto nella Magna Grecia intorno al 530 a.C. fondò a Crotone una scuola filosofica e scientifica, ma le continue tensioni e le lotte tra le fazioni locali culminarono in tumulti e incendi, e ciò costrinse i pitagorici alla fuga.
Il declino della Magna Grecia ebbe inizio nel V secolo a.C. per una serie di concause: i frequenti conflitti interni, le avanzate di altri popoli italici, l’espansione di Roma sui territori del Mediterraneo (Guerre puniche).
Conquistata da Roma, la Magna Grecia mantenne la sua cultura greca anche dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) quando si trovò esposta alle invasioni dei popoli barbari, dopo di che ad assumere il controllo di queste terre fu l’Impero Romano d’Oriente (dominio bizantino). Successivamente fu conquistata dai Normanni, e con Ruggero II d’Altavilla che unificò gran parte dell’Italia meridionale, entrò a far parte del primo Regno di Sicilia costituito nel 1130. Passò quindi sotto il controllo degli Svevi con Federico II, periodo in cui la cultura greca venne lentamente soppiantata da quella latina.
Nel 1734 la dinastia borbonica conquistò il Regno di Sicilia, che insieme al Regno di Napoli andò a formare il Regno delle Due Sicilie istituito nel 1816.
Quella della Magna Grecia fu una splendida civiltà che influenzò l’intero Mediterraneo, trasmettendo la cultura greca prima a Roma, e poi all’intera Europa.
Percorrendo il sentiero dei greci s’incontrano i borghi antichi in cui il tempo sembra essersi fermato, dove si parlano ancora dialetti derivati dal greco antico e sopravvivono le tradizioni legate alle popolazioni greco-bizantine, la cosiddetta cultura Grecanica. Si producono le pezzare, tipiche stoffe multicolori realizzate con strette strisce di stoffa ricavate da abiti smessi, cucite insieme o lavorate al telaio per ricavare originali tappeti o coperte variopinte. Oltre alla tessitura, l’artigianato locale si dedica alla lavorazione del legno, delle ceramiche, delle tipiche tabacchiere realizzate con il frutto del bergamotto, un agrume simbolo della zona costiera.
• Il Sentiero del Brigante, è un percorso storico-culturale di grande interesse, con un itinerario a lunga percorrenza (circa 120 chilometri) suddiviso a tappe, collega l’Aspromonte alle Serre calabre seguendo gli antichi percorsi battuti dai briganti e dai ribelli che si rifugiavano su queste montagne. Il più celebre è il leggendario Nino Martino soprannominato Cacciadiavoli, e Giuseppe Musolino conosciuto come “U’ re i l’Asprumunti”, che fu l’ultimo dei briganti.
Alla sua storia si è ispirato il regista Mario Camerini nel film Il brigante Musolino del 1950. Giuseppe Musolino interpretato da Amedeo Nazzari, è un carbonaio calabrese che viene ingiustamente accusato di omicidio da un membro della ‘ndrangheta. Al processo viene condannato ma evade dal carcere con il proposito di vendicarsi, e con l’aiuto di Mara, interpretata da Silvana Mangano, si nasconde nei monti calabresi.
L’Aspromonte ha una ricca storia mineraria con siti archeologici che attestano attività fin dall’antichità, e testimoniano un passato industriale significativo.
Nella vallata dello Stilaro risultano miniere attive tra la fine del 1600-1700 prevalentemente a Stilo, Pazzano, Bivongi per l’estrazione di minerali ferrosi e metalliferi; nell’Ottocento era famosa Agnana Calabra, un piccolo paese nella Locride, per la presenza di numerose miniere da cui si estraevano combustibili fossili, come lignite e antracite; nella vallata del fiume Torbido, vicino a Mammola, nei primi anni del Novecento risultava attiva la miniera Macariace, in cui si estraevano zolfo e arsenico. Conclusa l’attività estrattiva per ragioni economiche, ambientali e di sicurezza, le miniere in gran parte furono abbandonate.
L’estesa rete sentieristica favorisce la visita ai Geositi dell’Aspromonte, molti dei quali mostrano affioramenti rocciosi, fossili, minerali, particolari forme del paesaggio che sono una chiara testimonianza dell’evoluzione della crosta terrestre e dell’influenza che questa ha avuto sullo sviluppo della vita e dell’uomo.
“Un geosito può essere definito come località, area o territorio in cui è possibile individuare un interesse geologico o geomorfologico per la conservazione”.
di William A. Wimbledon, 1995, noto geomorfologo britannico.
Quello dell’Aspromonte è un patrimonio geologico di rilevanza internazionale e di fondamentale importanza scientifica, tutelato e riconosciuto dall’UNESCO come Global Geoparks dal 2021 per la sua eccezionale geodiversità.
Geositi come la Valle delle Grandi Pietre si caratterizzano per la presenza di monumentali formazioni rocciose, come la Pietra Cappa, simbolo di forza e resistenza è considerato il “monolite” più grande d’Europa, e la ‘Rocca del Drago’, grande formazione rocciosa che risalta sullo sfondo azzurro del cielo e richiama la forma di un drago a tre occhi. Una roccia che ha ispirato molte leggende nel passato, storie che incutevano paura e timore, e che oggi risultano essere piuttosto raccapriccianti (con arcaici riti sacrificali). Eccone una più soft.
La “Rokka du Draku”

Si narra che un drago si aggirasse per la valle terrorizzando gli abitanti (…un po’ come quello del film “Dragonheart”), finché un giorno giunse in quel luogo un monaco pellegrino che riuscì ad ammansirlo, riportando la tranquillità nel villaggio. Ma venne il giorno in cui il monaco ripartì, e il drago furioso tornò a portare distruzione, provocando frane e smottamenti. Parve infine trovare una qualche consolazione nelle “Caddareddhi” (le caldaie del latte), una roccia poco distante da cui sporgono sette rotondità naturali, simili a grandi mammelle.
Un’altra leggenda racconta che una notte gli abitanti approfittando del fatto che il drago dormiva profondamente, abbandonarono il luogo che da quel giorno è rimasto disabitato. Un po’ come lo sono i paesi montani di Roghudi e Africo vecchio, e i ‘borghi fantasma’ che in Calabria sono stati abbandonati in conseguenza a disastri naturali come terremoti, frane o alluvioni, o a eventi storici come assedi e bombardamenti.
A questi luoghi dell’Aspromonte è legata anche l’impresa di Giuseppe Garibaldi, che nell’agosto del 1862 venne ferito durante uno scontro con le truppe del neonato Regno d’Italia.
Giuseppe Garibaldi dopo aver rovesciato il governo borbonico e conquistato i territori delle Due Sicilie, unificando gran parte del Mezzogiorno, era pronto per risalire l’Italia alla conquista di Roma. Partì con il suo esercito di volontari al grido “O Roma o Morte!”. Roma a quel tempo era sotto il controllo dello Stato Pontificio che godeva della protezione di Napoleone III, imperatore di Francia. Il governo italiano temendo un incidente diplomatico con la Francia, ordinò al generale Enrico Cialdini di fermare l’avanzata garibaldina. A rievocare l’evento dell’epoca risorgimentale è l’inizio di una famosa filastrocca, di cui esiste anche una versione della Fanfara dei Bersaglieri.
Garibaldi fu ferito,
fu ferito ad una gamba,
Garibaldi che comanda,
che comanda i suoi soldà (o il battaglion)!
Sull’Aspromonte quel giorno l’eroe nazionale venne colpito due volte, la tradizione vuole che ferito, si sia appoggiato a un maestoso albero con un incavo, noto come il “Cippo di Garibaldi”. Venne poi arrestato e imprigionato, mentre tra i garibaldini ci fu chi venne fucilato sul posto in quanto disertore senza un regolare processo, altri finirono in galera e condannati poi all’ergastolo.

A ricordo dell’episodio, a Santo Stefano in Aspromonte vi è il “Mausoleo di Garibaldi”, un monumento commemorativo che rende omaggio al suo coraggio e a quello dei suoi uomini. È un simbolo del Risorgimento italiano, un luogo di grande valore per la libertà e l’unità d’Italia. È uno dei “Luoghi del cuore” da salvare del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano).
In quell’epoca il giovane Regno d’Italia era sordo alle ragioni di una terra che non riusciva a capire e mise in atto una forte repressione del fenomeno del brigantaggio nel Meridione, soprattutto con la Legge Pica del 1863 che autorizzò misure eccezionali e molto severe. Un argomento tabù di cui si occupò il grande regista Pietro Germi.
Il film Il brigante di Tacca del Lupo del 1952 di Pietro Germi, liberamente tratto dal romanzo omonimo di Riccardo Bacchelli che è stato uno dei principali autori di romanzi storici del Novecento, racconta del capitano Giordani (Amedeo Nazzari) che al comando di una compagnia di bersaglieri è deciso ad eliminare sbrigativamente una banda con a capo il famigerato brigante Raffa Raffa. Il commissario Siceli invece preferisce agire con astuzia piuttosto che con la forza. Il film rappresenta uno spaccato della violenza e della sopraffazione del forte sul debole, dell’‘onore offeso’, una questione profondamente patriarcale, molto forte nel Sud.
L’Italia nel 1860
La popolazione del nuovo Stato unitario era in condizioni di miseria e di arretratezza sia economica che sociale. Il Meridione dominato dall’immobilismo dei baroni e dei grandi latifondi vide le promesse di una redistribuzione delle terre disattese, e i ceti più poveri e analfabeti in balia della nobiltà terriera. Il Settentrione pur avendo un’agricoltura arretrata beneficiava di un minore analfabetismo, di una rete stradale e ferroviaria e di aree industriali dove i lavoratori poterono aggregarsi e fornire assistenza reciproca con le Società Operaie di Mutuo Soccorso.
Nel Sud il malcontento sociale alimentò la rivolta e la diffusione del brigantaggio, un fenomeno che fu considerato una minaccia per l’ordine e per l’unità del nuovo Regno d’Italia, per cui venne represso duramente. L’assenza di autorità statali, la forte disuguaglianza sociale e la mancata risposta ai bisogni reali della popolazione, furono fattori che favorirono la corruzione e l’offerta di benefici in cambio di favori, pratica che attecchì facilmente e alimentò il banditismo e le organizzazioni mafiose. (Sull’origine della mafia).

“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali.”
Così racconta Corrado Alvaro nel 1930 in Gente in Aspromonte, una raccolta di racconti in cui l’autore descrive i colori, i sapori e i profumi, le fatiche e la difficoltà del vivere della sua terra natia. Per secoli in Aspromonte come in altri luoghi del Meridione, le greggi e le mandrie hanno trascorso la stagione invernale nel fondovalle o tra le basse colline, per migrare in estate verso i pascoli montani. La transumanza è tuttora una delle attività che maggiormente caratterizzano l’Aspromonte.
In questi luoghi tutto rallenta e la realtà assume una giusta dimensione, si apprezza il valore dei riti e il significato delle tradizioni, ancora vive, come i canti popolari che accompagnano le giornate al pascolo o il lavoro nei campi, le feste con la musica e le danze tipiche, come la tarantella calabrese, accompagnate dal suono delle zampogne, dei tamburelli, dall’organetto e dagli zufoli dei pastori.
In uno di questi piccoli paesi dell’Aspromonte è ambientato Forever blues un film del 2005 scritto, diretto e interpretato da Franco Nero.
Luca è un trombettista jazz che vive la sua vita come se fosse in standby, suona con la sua band al “New Orleands cafè”, un piccolo locale aperto da Anna, una donna straniera (Minnie Minoprio) che è anche la sorprendente voce solista del gruppo. La loro musica attrae istintivamente Marco, un ragazzino triste, spento, chiuso in se stesso, cosa che preoccupa molto la madre, ma il blues è come se lo avesse stregato e lo attira al locale dove conosce Luca e la sua tromba. I due passano del tempo insieme e il musicista comprende subito di avere molte cose in comune con Marco, e lo invita a vedere le cose anche da un’altra prospettiva, ad avere fiducia in se stesso, ad affrontare la vita con coraggio e leggerezza, a godere delle piccole gioie che danno conforto e, soprattutto, a credere nei propri sogni. Esilarante questo scambio di battute…
«Ma ti piace davvero quel coso?» − chiede Luca. Matteo è completamente assorto nel suo gioco elettronico portatile.
«È dark hole [buco nero] un re extraterrestre che vuole conquistare il mondo» − spiega Andrea.
«Praticamente un extraidiota. Solo un idiota ci terrebbe a conquistare un pianeta dove ci sono povertà, guerre, inquinamento, disoccupazione, la stupidità umana e i reality shows!» − esclama Luca.
Guardando il film si resta piacevolmente colpiti nel trovare una versione jazz, per lo più sconosciuta in Italia, di Minnie Minoprio che negli anni Settanta nella Rete nazionale fu purtroppo relegata al solo ruolo di valletta. E poi tra la band c’è Lino Patruno, uno dei massimi interpreti del Jazz italiano ed europeo, artista poliedrico di fama internazionale da sempre impegnato a preservare e divulgare il jazz tradizionale e la musica swing. Negli anni Sessanta Lino Patruno con Nanni Svampa, Roberto Brivio, Gianni Magni dettero vita al mitico gruppo “I Gufi” con spettacoli di cabaret in cui si univano la canzone popolare, il dialetto milanese e la satira. Anche Michael Supnick appare tra la band, è lui a eseguire doppiando le musiche suonate con la tromba da Franco Nero.
Ancora Luca spiega a Matteo:«Era la norma nell’America della depressione vagabondare a piedi o su camion, trattori, carretti, magari affamati ma liberi. Invece oggi c’è meno gente affamata, ma siamo anche meno liberi, e sai perché? Perché oggi consumiamo troppo, le cose materiali ci servono per mantenere vivo il corpo, ma sono cose come la musica a tenere in vita la nostra anima».
Un serio problema è il persistere del bracconaggio in violazione delle leggi sulla tutela della fauna selvatica, che viene contrastato dall’Arma dei Carabinieri.
L’Aspromonte offre un habitat ideale per specie rare, come il gufo reale, il biancone, il lupo, lo scoiattolo nero e l’aquila reale.
Legambiente in collaborazione con l’Ente Parco dell’Aspromonte studia e monitora la fauna selvatica, componente fondamentale per la tutela della biodiversità, in particolare sono attivi monitoraggi per la stima della popolazione di lupo grigio (Canis lupus) che si basa su segni indiretti (impronte, fatte, tracce di passaggio, ecc.) e fototrappole, data la natura elusiva della specie. Dal 2020 l’ISPRA ha attivato il Primo monitoraggio nazionale del lupo in collaborazione con la Federparchi, gli enti e le associazioni territoriali per produrre una stima a livello nazionale.
Sono attivi ulteriori progetti che mirano alla tutela dei rapaci, alla conservazione delle specie minacciate, alla protezione dell’avifauna migratoria in collaborazione con la LIPU, partner italiano di BirdLife International, la più grande federazione mondiale per la protezione degli uccelli.
L’Aspromonte, crocevia tra Africa ed Europa è un corridoio fondamentale per gli uccelli migratori che a migliaia ogni anno passano dallo Stretto di Messina e sorvolano l’Aspromonte per dirigersi verso nord o per far ritorno ai luoghi di svernamento africani.
Sono le grandi aquile quelle che volano alte nel cielo, quelle a cui guardano Rocco e Roberto, i due protagonisti della miniserie televisiva L’Uomo che sognava con le aquile diretta da Vittorio Sindoni e prodotta nel 2005 dalla Albatross Entertainment e da Rai Fiction.
Rocco Ventura (Terence Hill) è un ex avvocato calabrese che si è ritirato sulle montagne dell’Aspromonte, vive da solo e produce artigianalmente un formaggio secondo un’antica ricetta con il latte delle sue capre. Roberto, un ragazzino arrivato in paese per trarre beneficio dall’aria di montagna, impara da Rocco a vivere in armonia con la natura, ad apprezzarne il valore… e a fare il formaggio! 😀
Pur rispettando i parametri sanitari, una direttiva europea impone a Rocco di cambiare il metodo di produzione. Ma sotto sotto c’è qualcuno che ha altri progetti… Lui però non intende rinunciare alle sue tradizioni, la comunità locale lo sostiene e l’unica speranza è la certificazione DOP che il Consorzio dei produttori sta cercando di ottenere.
Rocco nonostante le difficoltà che la vita gli mette davanti, non si scoraggia e insegna a Roberto ad avere fede, ad accettarsi e ad avere speranza nel futuro.
“Non c’è bisogno di ali per poter volare,
a volte basta chiudere gli occhi”.

«Guarda su quel picco, c’è un nido d’aquila. Tornano ogni anno, alcune vengono qui per fare il nido, altre arrivano fino al nord dell’Europa e poi ripartono, vanno a svernare in Africa, nei paesi caldi» (Rocco)
«Bellissime, loro sì che sono libere, fanno come vogliono: partono, tornano…» (Roberto)
«Questo lo può fare chiunque, ma non sempre vuol dire essere liberi. La vita è fatta di partenze e di ritorni, ma la cosa importante è capire qual è il tuo posto, la tua vera casa» (Rocco)
L’Aspromonte è un territorio aspro, difficile, dove da secoli la capra è l’animale simbolo della sopravvivenza: rustica, instancabile, capace di nutrirsi anche delle essenze più povere. Con il suo latte si producono i formaggi caprini d’Aspromonte che sono un Presidio Slow Food, in quanto espressione autentica di questa cultura agropastorale che va recuperata ed è a rischio di estinzione.
Un’altra eccellenza di questi luoghi è la Liquirizia di Calabria DOP molto apprezzata per l’alta qualità e il gusto dolce-amaro della varietà locale detta “Cordara”. Ricca di proprietà è usata in vari modi: come radice in bastoncino (ottimo per chi smette di fumare), come estratto nel ripieno delle
caramelle, pura e frantumata in piccoli pezzi, in stecche, invece mescolata con altri ingredienti diventa gommosa come le rotelle, i confettini, i tronchetti farciti. È un prodotto naturale tra i più versatili, con cui si produce anche il liquore di liquirizia pura.
In botanica la Glycyrrhiza glabra è una pianta erbacea perenne, dalle cui radici viene estratto il succo di liquirizia (la pianta deve avere almeno 4 anni di vita). Originaria del Mediterraneo e dell’Asia centrale, è una pianta conosciuta fin dall’antichità, la pianta si presenta con fusti alti anche fino a un metro, rami flessibili con foglie, fiori piccoli bluastri o violacei, piccoli legumi e radice grigio bruna.
È considerata una pianta rustica e in Italia cresce spontanea ai margini delle strade e nelle aree incolte soprattutto nelle regioni centro-meridionali. Viene usata comunemente in erboristeria, farmacia, cosmesi, distilleria; tra le proprietà che le vengono riconosciute in particolare è quella digestiva e antinfiammatoria. È sconsigliato un consumo di liquirizia, specie in gravidanza, in caso di ipertensione arteriosa, insufficienza renale o epatica, e può interferire con alcuni farmaci.
Ma in così tanta bellezza l’Aspromonte ha anche un lato oscuro. Questo territorio dalle fitte foreste, dalla folta vegetazione, tra fiumare e gole profonde, con aree scarsamente abitate, accessibili solo a piedi o a dorso di mulo, è stato il luogo prescelto dai latitanti negli anni settanta e ottanta del Novecento per sfuggire all’arresto, e il luogo ideale per nascondere le persone sequestrate dalla ’ndrangheta a scopo di estorsione.
Negli ultimi decenni il territorio dell’Aspromonte è stato restituito alla legalità e riqualificato grazie all’impegno del territorio, delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Il parco oggi oltre che un simbolo di rinascita, è un luogo di escursioni, di cultura, di spiritualità e biodiversità.
Nota bene: nei confronti dell’ambiente naturale bisogna avere rispetto e cautela, che sia montagna, mare, lago, corsi d’acqua occorre sempre prudenza, avere un abbigliamento appropriato, informarsi per conoscere i comportamenti più adeguati da tenere. Per chi ama l’avventura e non vuole rischiare di perdersi è indispensabile avere sempre con sé una mappa del parco e un dispositivo GPS.
Leda
*Nota Bene: questo post è a scopo informativo. Non è sponsorizzato e non ha fini commerciali.