Pari diritti ed eguali davanti alla legge

Sinceramente non capisco tutto questo polverone che sembra essersi alzato in questo periodo per quanto riguarda le unioni civili, un intrico di pregiudizi, prese di posizione, manipolazioni, timori e paure che fanno perdere il senso, il succo della sostanza.

Ma dico… se io sono una persona sola e decido di convivere stabilmente con un’altra persona a sua volta sola, condividiamo la casa, la sua conduzione, ci supportiamo l’un l’altra in fatto di organizzazione casa-lavoro, di salute o altro. O ancor più, se in questa unione stabile si investe in affetto creando un legame di reciproca solidarietà e rispetto, un capitale umano, si prendono degli impegni in comune. Perchè di fronte alla legge dovremmo subire una discriminazione?

Fino a prova contraria, la Costituzione italiana all’articolo 3 dice:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Io sono una persona libera e “la mia libertà finisce dove comincia la vostra” (Martin Luther King), pertanto finchè non ledo la libertà degli altri io sono nel diritto di decidere della mia vita.
Ma vale anche il discorso inverso: la libertà degli altri finisce dove comincia la mia, pertanto quale diritto hanno gli altri di decidere della mia vita?

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.”

Ma ancor prima all’articolo 2:

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.”

Che cosa s’intende per famiglia

Il diminuire di convenzioni, costrizioni e aspettative sociali, il riequilibrato stato tra doveri e diritti, ha fatto sì che il matrimonio, l’unione tra due persone assumesse una dimensione più legata all’amore, ai sentimenti. Per il reciproco rispetto ci vuole ancora tempo, manca molto l’educazione ai sentimenti e alla felicità, la facoltà di amare, che più che alle cose dia importanza ai gesti, all’autenticità dei nostri intenti.

Se la mutazione delle condizioni sociali ed economiche porta a profonde trasformazioni, cambiando le abitudini e le scelte delle persone, è altrettanto vero il contrario, e cioè che il cambiamento del modello di vita necessita di trovare un riscontro nella struttura sociale.
Oggi le soluzioni sono sempre più variegate. A differenza del passato in cui erano rare eccezioni, oggi è sempre più frequente che una persona decida di rimanere tranquillamente e per scelta nella famiglia d’origine (un tempo veniva definito tristemente zittello/a); oppure c’è chi decide di rimanere solo e indipendente, magari anche con figli; chi decide di farsi una famiglia in età avanzata, chi per coerenza opta per il matrimonio o per la convivenza come famiglia di fatto.

Che cosa s’intende per famiglia di fatto 

Cos’è che rende diverso un matrimonio civile da una convivenza stabile e duratura? Un contratto? Un pezzo di carta? L’essenza di una vera famiglia è dettata da una comunione d’intenti; dalla voglia di stare insieme, di condividere la propria vita, del prendersi cura reciprocamente, impegnandosi affinchè ciò funzioni.

A mio parere ciò che nella famiglia di fatto necessita di essere regolamentato, non è chi può o non può essere considerato tale, ma piuttosto il rapporto di convivenza. Stabilire una disciplina comune che formalizzi i diritti  elementari già riconosciuti dai giudici, quali per esempio: subentro nella locazione, assistenza ospedaliera, mantenimento temporaneo dell’ex in difficoltà, senza essere costretti a ingegnarsi nel cercare appigli per  assicurare un minimo di tutela giuridica.  Così come per regolare i rapporti patrimoniali, considerando che dalle unioni di fatto non deriva alcun diritto successorio sull’eredità, per cui il testamento è un passo obbligato.

Trovo scandaloso ed estremamente ingiusto che chi legifera stia rimandando di volta in volta la decisione,  senza mai arrivare a un dunque, giocando sul futuro di molte persone e passando continuamente la palla ai giudici, che a loro discrezione di volta in volta devono risolvere situazioni spesso penose e complicate.

Perchè matrimonio gay – le parole sono importanti

Vorrei esprimere una mia riflessione riguardo il termine “matrimonio gay”, e per non essere fraintesa premetto che sono eterosessuale e sono attratta dalle donne solo nel senso che ammiro e prendo ad esempio le donne che sono sicure di sè e credono e portano avanti le proprie idee con coraggio.

Ho letto diversi commenti sul tema del matrimonio gay, a volte anche piuttosto irriverenti e sboccati proprio da parte di chi si è sempre dimostrato piuttosto libertino, e non può certo ergersi a difensore del matrimonio come istituzione: oltre che a essere un paradosso, lo trovo piuttosto ipocrita.

Per quanto riguarda il mio pensiero, sento una nota stonata proprio sulla parola “matrimonio”.
Andando a vedere l’etimologia della parola nei vari contesti che fa riferimento in genere a uomo e donna, e considerando la funzione sociale che il matrimonio ha assunto alle origini (da questo probabilmente deriva il significato che socialmente si è sempre dato a questa parola), quello che mi sono chiesta è: perchè insistere sull’usare proprio la parola matrimonio?
Dal mio punto di vista ho sempre legato il termine matrimonio al sacramento religioso, così come le parole moglie e marito. Questo per non confondere i concetti che ognuno ha e per capire ed essere capiti quando si parla, ci si confronta. Per me le parole sono importanti.
Rimango nell’idea che più che matrimonio gay, mi vien più naturale definirlo unione civile, come quella scelta dalle coppie agnostiche o atee, o semplicemente da chi non pratica o frequenta il rituale religioso. Così come le parole compagno e compagna al posto di marito e moglie, definizioni precisate spesso da chi fà proprio questo tipo di scelta.

Quindi il succo del discorso è che, ho come l’impressione che l’uso della parola “matrimonio” sia un errore e cozzi con quello che è il concetto storico che molte persone nel nostro paese, e non solo, danno a questa parola, rischiando così di generare confusione o accentuare un pregiudizio.
Oltretutto definirlo “matrimonio gay” lo trovo già discriminante di per sè, perchè l’argomento dovrebbe essere la conquista sociale e cioè il riconoscimento di un’unione, che altro non è che il desiderio di due persone che si vogliono bene di condividere la propria vita e i cui diritti e doveri non vedo perchè, non possano essere equiparati all’unione, che comunemente definiamo matrimonio.

Leda