Le “Guerre indiane”, così definite dalla storiografia americana, a quel punto mutarono: da conflitti dei nativi con i coloni diventarono scontri con gli Stati Uniti. Le grandi tribù natie delle Pianure americane, quali Sioux, Cheyenne, Comanche e Apache furono invase e massacrate.

Una delle pagine più vergognose e inutilmente sanguinarie della Storia degli Stati Uniti fu il “Massacro del Sand Creek“, compiuto dai soldati della milizia statale comandati dal colonnello John Chivington a dispetto dei vari trattati di pace firmati dai capi tribù locali con il governo statunitense.

“Il 29 novembre del 1864, un reparto di 700 cavalleggeri del Colorado Cavalleria, attaccò un pacifico villaggio Cheyenne a Sand Creek, nel Colorado. Gli indiani sventolarono la bandiera americana e la bandiera bianca in segno di resa. Nonostante questo il reparto attaccò, massacrando 500 indiani; più della metà erano donne e bambini. Oltre 100 furono scotennati, molti corpi furono squartati, molte donne vennero violentate. Il generale Nelson Miles, capo di stato maggiore dell’esercito, così definì questo tremendo episodio: “È forse l’atto più vile ed ingiusto di tutta la storia americana”.

Con il film Soldato blu di Ralph Nelson del 1970, liberamente ispirato al romanzo storico “Arrow in the Sun” di Theodore V. Olsen anch’esso liberamente ispirato ai reali eventi del massacro di Sand Creek del 1864, si volle togliere finalmente il velo di omertà su ciò che realmente era accaduto, smitizzando nei paesi cosiddetti civilizzati, l’immagine che a lungo si era voluto dare, del buon soldato che uccide gli indiani cattivi.

«Non preghi adesso, soldato blu?
Dì una poesia, dì qualche bella frase…»

Testimoni oculari infatti riferirono come i soldati avevano infierito sui corpi, scalpati e ripetutamente mutilati, pratiche che gli indiani avevano appreso dai soldati americani e non viceversa come si era sempre creduto.

Malgrado il massacro del fiume Sand Creek sia avvenuto nel 1864, Soldato blu è ambientato nel 1877 nell’ambito dei più vasti eventi delle guerre indiane. È un film molto crudo, ma privo di quel gusto macabro di autocompiacimento a cui siamo abituati oggi, in cui l’atto cruento nei film, telefilm e videogiochi, viene curato fin nei minimi particolari con gli effetti speciali che ci stupiscono sì, ma che lo rendono artificioso e percepito come qualcosa di distante. Quella di Soldato blu invece, è una fotografia spietata ma reale, l’orrore ti si para davanti senza veli di protezione, con l’intento di renderci coscienti senza ipocrisie, di ciò di cui siamo capaci quando cediamo alla parte oscura del nostro essere.

«E a ognuno di voi, dagli ufficiali all’ultimo soldato, io esprimo la mia più profonda ammirazione, la mia più sentita fierezza e la mia sincera gratitudine per quanto avete fatto. Grazie a voi, un’altra parte dell’America è diventata oggi un luogo dove i nostri coloni potranno vivere in pace e prosperare, perché abbiamo dato agli indiani una lezione che non dimenticheranno».

Alle parole del Colonnello Iverson viene infatti naturale pensare che tipo di percezione si avesse mentre si compivano tali atti, e viene da chiedersi. Alla fine alcuni soldati, per essersi rifiutati di partecipare all’eccidio, vengono incatenati e i pochi bambini sopravvissuti avviati alle riserve.

I fatti di Sand Creek furono oggetto poi di varie investigazioni da parte dell’Esercito statunitense e del Congresso, provocarono un esodo di massa delle tribù native dal Colorado orientale e minarono l’autorità dei capi anziani che si erano battuti per mantenere la pace. Essi furono messi da parte e il potere passò in mano ai leader più giovani e bellicosi che cominciarono a organizzarsi, si strinsero alleanze tra Cheyenne, Arapaho e Sioux che attaccarono gli insediamenti dei colonizzatori.

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivano senza paura
fu un generale di vent’anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni
figlio di un temporale
c’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek

di Fabrizio De André, dal testo di “Fiume Sand Creek”

Con la fine della Guerra civile americana proclamata nel 1865, un maggior numero di soldati dell’esercito divenne disponibile a difesa dei molti coloni attirati dalla corsa all’oro o per la posa dei binari della ferrovia in costruzione. Arrivarono così sempre in maggior numero anche i cacciatori che venivano ingaggiati per il rifornimento di carne fresca, tra i quali divenne famoso Bufalo Bill.
Riuscirono a sterminare intere mandrie di bisonti, l’alimento base per gli indiani durante il periodo invernale, i quali di conseguenza si trovarono nella necessità di dover accettare di vivere sedentari nelle riserve identificate dai bianchi, allevando bestiame domestico, coltivando il granturco e versando annualmente un contributo al governo federale in base agli accordi sottoscritti.

Ma quando vennero invase le Black Hills (colline nere), luogo sacro particolarmente caro agli indiani Lakota (grande alleanza Sioux) e tradizionale territorio di caccia assegnato loro da un Trattato del 1868, si formò una coalizione capeggiata da Toro Seduto e Cavallo Pazzo che oppose resistenza all’ingerenza degli Stati Uniti con una serie di rivolte che culminarono nel 1876 con la battaglia del Little Bighorn (un affluente del Montana), in cui perse la vita il generale Custer e il 7° Cavalleria.
George Armstrong Custer al comando di un esiguo reggimento, con un numero nettamente inferiore di uomini e senza attendere i rinforzi, decise di attaccare un grande accampamento indiano, probabilmente in cerca di un po’ di gloria.

Sia il generale Custer che Buffalo Bill, pur essendo due figure discutibili non prive di ombre, furono celebrati come eroi, entrando nei miti del selvaggio West.
La fine di Custer è stata raccontata, in modo più o meno romanzato, in numerosi libri e film, anche nei fumetti, tra questi il volume della collana Tex volume n° 492 (Little Bighorn), testi di Nizzi, disegni di Ticci.

Jack Crabb alla veneranda età di 121 anni, racconta a un giornalista le vicende che portarono alla battaglia del Little Bighorn nel film Il piccolo grande uomo del 1970 diretto da Arthur Penn, e interpretato da Dustin Hoffman. Il film è basato sull’omonimo romanzo di Thomas Berger.
Jack, sopravvissuto a un attacco indiano insieme alla sorella all’età di dieci anni, viene adottato dai Cheyenne, una tribù in cui impara a vivere da uomo libero in armonia con la natura, sopravvivendo di caccia e confidando nel Grande Spirito che regge tutto il mondo. Di lui si prenderà cura il capo stesso, Cotenna di Bisonte saggio e anziano sciamano e verrà chiamato “Piccolo Grande Uomo” per la bassa statura e per il coraggio dimostrato nella lotta. Egli impara i valori del rispetto e della lealtà, anche nei confronti dei nemici.
Ma i Cheyenne, dopo che il villaggio viene attaccato dai soldati americani, decidono di scendere in guerra contro i bianchi e Jack viene lasciato libero di decidere cosa fare ed è proprio il colore della sua pelle a salvarlo. Viene così rieducato secondo i paradigmi del mondo “civilizzato”, pieno di ipocrisie e falsi moralismi che lo conducono a un’esistenza vuota e priva di significato.

Il verde brillante della prateria
dimostrava in maniera lampante l’esistenza di Dio
del Dio che progetta la frontiera
e costruisce la ferrovia.

Ora ti voglio dire c’è chi uccide per rubare
e c’è chi uccide per amore
il cacciatore uccide sempre per giocare
io uccidevo per essere il migliore.

di Francesco de Gregori da “Bufalo Bill

Gli ultimi Sioux rimasti furono costretti a vivere nelle riserve indiane, così come gli ultimi ribelli, tra cui lo stesso Toro Seduto, che fuggiti in Canada finirono per arrendersi nel 1880-1881.

Nel 1887, il Dawes Act fu una legge che rovesciò la politica nei confronti dei nativi, permettendo al presidente degli Stati Uniti di dividere le terre tribali e parcellare 160 acri (0.65 km²) di terra ad ogni capofamiglia. Tali spartizioni dovevano essere garantite dal governo per 25 anni, trascorsi i quali si guadagnava la proprietà a pieno titolo della terra, così come la cittadinanza statunitense. Le terre non distribuite a questa maniera, comunque, venivano vendute ai coloni.
Questa politica portò alla perdita per i nativi di circa metà dei loro territori, sia dal punto di vista dell’estensione che del valore economico. L’organizzazione comunitaria delle tribù risultò anch’essa quasi completamente distrutta, portando inevitabilmente all’ulteriore danneggiamento della cultura tradizionale delle popolazioni indigene sopravvissute.
Il Dawes Act fu un tentativo di integrare gli indiani con il resto della popolazione; la maggioranza accettò il processo e si inserì nella società americana, lasciando traccia di origini indiane in milioni di famiglie americane. I nativi che rifiutarono l’integrazione restarono in povertà nelle riserve venendo forniti di cibo e medicine dal governo federale, il quale si occupava anche dell’istruzione.

Un’ultima ribellione venne messa in atto nel 1890 da un gruppo di Sioux capeggiati sempre da Toro Seduto, fuggirono dalle riserve a causa delle dure regole e delle proibizioni in esse imposte.
Quello a Wounded Knee nel dicembre del 1890 fu uno degli ultimi scontri in cui morirono centinaia di indiani americani e in cui cadde assassinato Toro Seduto. Gli ultimi ribelli verranno catturati nel gennaio 1891.

Nel 1934 la politica statunitense nei confronti degli indiani cambiò nuovamente: con l’Indian Reorganization Act si tentò infatti di proteggere la vita comunitaria e tribale nelle riserve.

STORIE DI FRONTIERA