Ferrero – Storia di una famiglia

Tutto incomincia nel 1942, quando Pietro Ferrero apre ad Alba in via Rattizzi un laboratorio per creare dolci. La moglie Piera Cillario gestisce la rinomata pasticceria Biffi in via Maestra.
Unendo le nocciole delle Langhe a un po’ di cacao e a un po’ di zucchero, Pietro Ferrero ottiene un panetto da affettare e mettere sul pane, che verrà venduto avvolto in carta stagnola. Ferrero inventa così la pasta gianduia o Giandujot, richiamandosi alla celebre maschera del carnevale torinese. È così buona ed economica che diventerà presto la merenda di ogni bambino.

Il prodotto riscuote un tale successo e la richiesta si incrementa a tal punto, che la sola produzione artigianale non basta più. Il 14 maggio 1946 Pietro quindi decide assieme alla moglie Piera, di fondare l’azienda Ferrero ad Alba, dove ancora oggi ha il suo più grande stabilimento, assumendo nuovi lavoranti. Il fratello minore, Giovanni Ferrero si occuperà di far conoscere il prodotto anche fuori dal Piemonte, creando una rete di vendita diretta ed efficiente utilizzando camioncini propri con visibile il marchio Ferrero.

Ma nel 1948 con l’alluvione del Tanaro si allaga lo stabilimento di Alba, che rimane isolato. I dipendenti insieme ai fratelli Ferrero si adoperano in prima persona per salvare i macchinari, e ben presto tornano a riprendere la produzione dell’azienda. Lo stesso accade con un’altra alluvione, ancora più grave, quella del 1994.

Pochi mesi dopo, è il 1949 quando Pietro Ferrero viene a mancare a causa di un infarto. Subentrano la moglie e il fratello Giovanni, rendendo possibile così mantenere una conduzione famigliare dell’azienda.
Non ancora ventenne, negli anni 50 si aggiunge anche Michele Ferrero. È lui a ereditare la creatività del padre ideando sempre nuovi prodotti, e a farli conoscere attraverso forme promozionali assolutamente originali per quei tempi. È lui a trovare nel 1964 la ricetta segreta della crema spalmabile più famosa al mondo: la Nutella che diventerà un mito prima nazionale e poi internazionale.

La ditta Ferrero intanto continua a espandersi creando nuove sedi in Italia e poi in Europa. Entra in tutte le case degli italiani con la réclame trasmessa in TV al Carosello: si raccontano storie divertenti e indimenticabili creando personaggi, veri e propri cult per le nuove generazioni, come Jo Condor e Il Gigante Buono, che nell’immaginario comune rimarranno indissolubilmente legati alla Ferrero.

A metà degli anni 50 si comincia a pensare anche agli adulti, con i cioccolatini: il primo (il mio preferito, per il quale ho personalmente un debole) è il delizioso Mon Cherì, un piccolo guscio di cioccolato che racchiude una morbida ciliegia immersa in un delicato liquore, avvolta da una glassa di zucchero. Una squisitezza unica!

Nato nel 1956 negli stabilimenti dislocati a Stadtallendorf in Germania, il cioccolatino ha un successo esorbitante; pensato anche in altre versioni (con uva, o mandorle, o nocciole, con o senza liquore) il Mon Cherì con la ciliegia rimane sempre il preferito fino ad arrivare ai giorni nostri. Le ciliegie utilizzate provengono da Fundão, nella zona rurale della Cova da Beira in Portogallo.

Nel 1968 è il Pocket Coffee a fare la sua entrata nel mercato italiano e a diventare la “pausa caffè”, quando non è possibile raggiungere il bar.
L’originalità e l’italianità di questo prodotto è tutta nello slogan: “La carica del caffè più l’energia del cioccolato” caratteristiche che l’hanno reso sempre più attuale.

Nel 1969 Ferrero parte alla conquista dei paesi oltreoceano verso un’inarrestabile espansione e modernizzazione.
Diversifica la sua produzione con i confettini alla menta Tic Tac, oggi in vari gusti, contenuti in una rivoluzionaria mini-scatola dispenser.
Crea la linea Kinder che nel corso del tempo è andata dalle barrette “più latte, meno cacao”, ai famosi ovetti con dentro la sorpresa (oggettini e personaggi originali, che sono diventati veri e propri pezzi da collezionismo), alle fresche merende e dessert da frigo, alle uova pasquali.

Sempre con un occhio rivolto alla praticità, nel 1972 nasce Estathè inimitabile bevanda fredda in bicchiere monodose, passata di generazione in generazione (dalla mia merenda delle scuole superiori a quella dei miei figli).

Idea geniale è stata quella di vendere la nutella in versione bicchieri decorati, che sono apparsi su tutte le nostre tavole (in una casa i bicchieri non bastano mai, utilissimi peraltro a sostituire quelli rotti in villeggiatura).
Da quelli molto chic degli anni 70 a quelli con i personaggi dei cartoni animati (ricordo una serie particolarmente bella, glitterata dedicata al Natale, che è andata letteralmente a ruba).

Il 1982, anno dei Mondiali in Spagna, è il tempo di Ferrero Rocher, che “toglie quel languorino” grazie al maggiordomo Ambrogio della pubblicità. Si ritorna alle origini, con la nocciola.

Dal sito Ferrero Italia si legge:

“Un’anima costituita da una nocciola intera, immersa in un ripieno morbido e cremoso contenuto in una sottile cialda di wafer croccante e il tutto avvolto da uno strato di cioccolato coperto da scaglie di nocciola, confezionato in un’elegante carta goffrata dorata. Tutto questo è Ferrero Rocher, il trionfo del frutto-simbolo dell’azienda, un esempio di prodotto sofisticato alla portata di tutti.”

È la volta di Raffaello, siamo negli anni 90, è una pralina dal sapore insolito (piace assai ai miei figli), adatta alle stagioni più calde, perché non a base di cioccolato, ma di morbida crema, avvolta in un guscio di wafer e rivestita di scaglie di cocco.

Altre deliziose praline sono nei gusti mandorla, pistacchio, nocciola.

Affidabilità, tenacia, passione e creatività sono risorse tipicamente italiane.
Doti apprezzate nel mondo, che rendono la Ferrero sempre all’avanguardia nel suo settore.

LE NOCCIOLE

Note fin dai tempi dei Romani le nocciole sono saporite e nutrienti, al pari delle noci, e forniscono un olio usato per cosmetici e profumi. Nell’industria dolciaria, le nocciole vengono utilizzate per la produzione di cioccolato e torrone, oltre che per innumerevoli dolci.

Anche quando raggiunge dimensioni importanti e prende il nome di “avellana”, la nocciola è comunque molto simile al frutto selvatico che si coglie lungo i sentieri.
La nocciola I.G.P. coltivata in Piemonte è la Tonda Gentile Trilobata, la cui produzione è concentrata nelle colline delle Langhe, del Roero e del Monferrato.

Si trovano in commercio pelate oppure no, grigliate e salate nelle tipiche confezioni da aperitivo. La nocciola tritata serve a farcire o a decorare le torte.

Si trova anche in polvere ma, come tutta la frutta secca, tende a irrancidire rapidamente ed è più prudente preparare volta per volta la quantità di polvere che serve a preparare creme, farce dolci o salate e pasticceria.
Incorporando la polvere di nocciole a una pasta sablée (molto simile alla pasta frolla) ne cambierete tanto il sapore che la consistenza. La nocciola intera, grigliata o no, può venire incorporata alle guarnizioni di piatti salati e salse, ed è l’ideale per decorare i patè.

Le nocciole sono un’importante fonte di energia perchè ricche in lipidi, contengono anche proteine, zuccheri e pochi carboidrati.

La frutta secca è una protagonista nei mesi invernali e in particolare delle festività natalizie; in queste occasioni viene spesso regalata, con significato augurale, in graziose confezioni.

E per concludere cito un brano da un libro che mi è venuto tra le mani stamani e mi piace molto.

Leda

«Ci penso spesso rientrando talvolta a casa alle quattro o alle cinque del mattino: io chiudo la mia giornata e mia madre forse in quel momento inizia la sua, esce di casa a quell’ora, accompagnata dal cane, per andare alla prima messa. La notte è ancor piena di stelle, ma i suoi terrori sono passati con l’apparir della “stella boara” ch’è Venere per tutti gli altri, che laggiù ha destato la stalla. Questo è l’unico astro del firmamento al quale il contadino faccia attenzione dopo il sole e la luna, e la notte, purgata d’ogni incubo sinistro, vive ormai solo della serena attesa del giorno, appartiene alle sollecitudini dell’uomo e non più ai capricci delle fantasime».

di Silvio Negro, La stella boara 1964