
Fare la spesa diventa spesso un lavoro quando si è obbligati a farla, rappresenta invece una cosa più piacevole per chi la fa ogni tanto e ha tutto il tempo necessario.
Come al solito quel giorno, di fretta mi aggiravo tra le corsie perché avevo il pranzo da preparare, brontolando tra me e me davanti allo scaffale mentre strabuzzavo gli occhi per cercare di leggere il “prezzo al chilo”,
quello scritto in piccolino che ti permette di fare un rapido confronto tra le diverse marche. Vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse perché il cartellino segnaprezzo lo mettono così in basso, tanto che per leggerlo mi dovrei sdraiare per terra o avere una lente d’ingrandimento. E poi ogni volta un aumento, un po’ qui e un po’ là, a volte il prezzo si abbassa leggermente ma cambia il prodotto e la qualità, oppure diminuisce in quantità.
Ma alla cassa il bilancio è inesorabile: se la stessa cifra qualche anno fa ti bastava per una spesa settimanale, ora è più che raddoppiata. Per non parlare del periodo della pandemia di COVID-19… di botto i prezzi sono saliti alle stelle.
È strana ‘sta cosa: appena si annuncia un qualche allarme o emergenza e già il giorno dopo i prezzi schizzano. Una volta, quando tutto era più “normale” passava almeno qualche settimana, qualche mese, qualche anno prima di un aumento, oggi invece è tutto a effetto immediato (anche per i prodotti già acquistati in deposito nel magazzino del supermercato…). E poi una volta finita l’emergenza mica scendono i prezzi, e nel caso succeda (raramente) ci impiegano anche un anno…
Ma poi gli aumenti chi li decide? In base a quale parametro vengono decisi?
Apprendo che ad occuparsene è l’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica). Una volta c’era il cosiddetto “paniere” che salvaguardava il costo di quelli che erano definiti “beni primari”, tipo: pane, pasta, riso, farina, latte, formaggi, carne, uova, olio, zucchero… beni e servizi di prima necessità che garantivano un minimo di dignità, di sussistenza per le famiglie più in difficoltà.
Non sono la sola a brontolare, ferma davanti allo scaffale dello scatolame c’è una mia amica che discute animatamente al telefono. È la madre − mi dice mentre ci salutiamo − si è talmente fissata… che se il prodotto che le serve è di una marca diversa dalla solita fa una crisi isterica. «Eh..! È l’età − cerco di consolarla − si diventa tutti più intransigenti». Ci mettiamo a chiacchierare. Ecco lo sapevo! Non arriverò in tempo per il pranzo, vabbé prenderò qualcosa da fare al volo, mi dispiace non dedicarle un po’ di tempo, è da tanto che non ci incontriamo.
Mi sta raccontando dei figli che hanno la stessa età dei miei, che hanno trovato la loro strada e ora stanno all’estero, li vede pochissimo e… Certo che sono in molti a stabilirsi fuori dall’Italia, pure gli immigrati emigrano, e dagli aggiornamenti della situazione demografica del paese risulta che la popolazione è in costante calo, i morti sono quasi triplicati rispetto ai nuovi nati, e con questi venti di guerra se solo si pensa di poter ‘sacrificare’ un paio di generazioni, vedi che per mandare avanti l’Italia i migranti dovremo andarceli a prendere.
La mia amica continua a raccontare mentre è china nel prendere alcuni formaggi dal frigo, quando con la coda dell’occhio scorgo passarmi accanto qualcosa che attira la mia attenzione. Mi giro e: «Ahhh! Belfagooor!» esclamo, lei manco se lo ricorda Belfagor, il fantasma del Louvre che di notte si aggira silenzioso tra le sale del museo, a me bambina faceva molta paura negli anni Sessanta quando la mineserie è stata trasmessa in TV.

Ora farebbe tenerezza, per come ci siamo abituati all’horror! Guardandolo bene, questa persona indossa un burqa nero molto ampio (sotto potrebbe benissimo nascondere un bambino o un’arma…), le persone intorno cominciano a protestare. È risaputo fin dagli anni del terrorismo che in Italia non si può stare in un luogo pubblico con il viso nascosto, venne persino vietato il “passamontagna” che lasciava scoperti solo gli occhi e che a quel tempo era molto in uso tra chi si spostava in bici o con la motocicletta, e chi abitava in alta montagna.
Dal testo della Legge 22 maggio 1975, n. 152 − Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico, detta anche legge Reale dal cognome del promotore Oronzo Reale: è vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.
Quindi anche i facinorosi, che in molti ormai abbiamo capito, s’infiltrano nei cortei per devastare, menare e togliere valore alle manifestazioni di protesta pacifiche, non è che siano tanto in regola, eh!? (La mano nera).
Attorno a quel burqa che svolazza da una corsia all’altra e ogni tanto va a sbattere, ci sono alcuni adolescenti che di tanto in tanto si avvicinano e gli sussurrano qualcosa, sono due ragazze e un ragazzo sui 15-16 anni, sembrano divertirsi… La mia amica si è piuttosto innervosita, ci dirigiamo alla cassa dove c’è chi polemizza accusando i musulmani e le loro usanze che non devono essere tollerate in Italia. Mi sento in dovere di chiarire che il burqa non ha attinenza con lo hijab, è un’usanza molto più antica precedente all’Islam e praticata prevalentemente in Aghanistan, dove il regime dei talebani dalla metà degli anni Novanta lo ha reso obbligatorio per le donne quando sono in pubblico.
Mi soffermo ad osservare quel gruppetto di adolescenti, si stanno avvicinando anche loro alla cassa, c’è qualcosa che mi suona strano. Ridono assai, forse per lo scompiglio che hanno creato…
Però in un paese di provincia lo noti subito se qualcuno porta il burqa, e non si è mai visto né prima né dopo questo episodio, accaduto ai primi di giugno del 2025. Basta unire i puntini.
Gioco imprudente… un vecchio proverbio insegna che «A giocare con il fuoco prima o poi ci si brucia»!