Offuscata mente

Neve soffice e silente,
passi leggeri
impronte calpestate.

Vorrei poter vedere
al di là di queste lenti
offuscata mente il reale.

Quell’ascoltare le note
al tocco delle mani
nell’aria s’assale

i suoni delle cornamuse,
l’espandersi soave
della  notte di Natale.

©zzileda

*“Neve” Foto personale


Piva Piva (Instrumental theme) – Andrea Montepaone

La piva è la cornamusa in uso nell’Appennino piacentino, parmense e reggiano (Emilia Romagna), il cui suono nel periodo natalizio annunciava un tempo di letizia, e la melodia era simbolo di gioia per la venuta di Gesù.

La cornamusa

Costituita da un otre di pelle su cui sono innestate una canna corta (o un soffietto), che lo alimenta immettendo aria (insufflazione), e due o più canne sonore, la cornamusa è uno strumento a fiato popolare e antichissimo. Era conosciuto dai Greci, e dai Latini presso i quali era chiamato “utriculus”, pare che persino Nerone l’imperatore romano lo suonasse. Durante il Medioevo e il Rinascimento, la cornamusa in Europa si diversificò in varie tipologie territoriali con nomi diversi, divenendo spesso protagonistae delle feste popolari e pastorali.

Oggi classificata più precisamente tra gli Aerofoni a serbatoio d’aria (con organo, fisarmonica, bandoneon) è uno strumento di cui si possono distinguere due tipi fondamentali:

le cornamuse ad aria calda (blown pipes), in cui l’otre è alimentato dall’aria immessa direttamente da parte del suonatore. Come la Gaida (nella foto) diffusa nelle regioni balcaniche (Albania, Romania, Bulgaria, Turchia, Grecia), la Gaita uno strumento tradizionale della penisola iberica (Spagna, Portogallo), la Xeremia tipica di Maiorca, la più grande delle isole Baleari (Spagna).
Tra le blown pipes la più famosa è quella scozzese: la Great Highland Bagpipe, tutt’oggi impiegata nelle pipe bands, che si distingue per la sua particolare sonorità.

•   le cornamuse ad aria fredda (bellow pipes), in cui è un mantice a gonfiare l’otre (o la sacca) azionato dal movimento del braccio del suonatore.
Come la musette de cour francese, una sorta di cornamusa con sacca di seta o di broccato (nella foto) che accompagnava una danza di corte diventata di grande moda fra il 1600 e il 1700, pare allietasse i cavalieri e le dame della corte del Re Sole, Luigi XIV. La musette divenne quindi una danza pastorale che si diffuse nella musica d’arte, utilizzata e rielaborata da illustri compositori come Bach e Mozart.
Tra le bellow pipes la più nota è sicuramente quella irlandese: la Uilleann pipes, forte simbolo dell’identità irlandese, che nel 2017 è stata dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO.

In Italia dove la cornamusa si identifica più spesso con la zampogna, si sono sviluppate un gran numero di varianti regionali con diverse denominazioni, come il Baghèt nelle valli bergamasche, la piva emiliana, la müsa appenninica. Strumento d’accompagnamento per danze, canti, riti religiosi, è in uso ancora oggi in particolare nell’Italia centrale e meridionale, in regioni come la Calabria, l’Abruzzo, la Ciociaria, la Sicilia, dove numerosi sono gli eventi e i festival dedicati a questo strumento, e vastissimo il patrimonio culturale della Musica  Folk.
Spesso la cornamusa è accompagnata dalla ciaramella o ciaramedda, uno strumento della famiglia degli oboi, classificato tra gli Aerofoni a fiato (legni, ottoni). Questo accostamento si è particolarmente diffuso con gli zampognari itineranti che portano la novena di Natale, un cammino di preghiera, di riflessione, di meditazione che dura nove giorni consecutivi in preparazione del Santo Natale.

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Sono le prime due strofe di “Le ciaramelle” che Giovanni Pascoli compose nel 1901, e poi raccolse nei Canti di Castelvecchio.

Conosciuto in tutta Italia, il canto “Piva Piva” trova le sue radici nella tradizione contadina lombarda della zona bergamasca e bresciana in particolare. È un canto in dialetto lombardo che in genere veniva accompagnato dal suono del baghèt, un’antica cornamusa di origini medievali.

Piva piva suna la piva,
piva piva suna ‘l baghèt.
Canta, canta bèla fiùr:
‘l è nasìt ol nòst Signùr.

Gh’è gnà fassa, gnà panisèl
per fassà chèl Bambì bèl.
Gh’è gnà fassa, gnà lensöl
per fasà chèl bèl Fiöl.

Si pensa che originariamente fosse il canto di un’antica ninna nanna. Una canzone popolare l’ha associata all’olio d’oliva dandole un significato più profano, che sacro.

Piva piva l’oli d’uliva,
piva piva l’oli d’ulà.
‘L è ‘l Bambin che porta i belé
l’è la mama che spènd i dané.

Piva piva l’oli d’uliva,
gnaca gnaca l’oli che taca.
‘L è ‘l Bambin che porta i belé
l’è la mama che spènd i dané.

Si racconta che i produttori di olio, che nel nord Italia è pronto generalmente tra la fine di ottobre e il mese di dicembre, andassero per le strade a venderlo. Per avvertire della loro venuta, un po’ come faceva l’arrotino e i ferrivecchi gridando, e per attirare possibili clienti, nel mese freddo di dicembre preferivano farsi accompagnare dai suonatori di cornamusa. Divenne così una specie di ‘tormentone’ che ancora oggi molte persone ricordano.

“Tornarsene con le pive nel sacco”

È un modo di dire, che significa tornarsene a mani vuote, senza aver concluso nulla di ciò che ci si era prefissi.
Una versione sicuramente più recente del canto “Piva Piva”, è il testo di Pietro Diambrini.

Piva, piva,
Natale arriva;
piva, piva,
Natale è qui! (bis)

Cantano gli angeli,
cantano in cielo,
in una grotta
è nato Gesù! (bis)

Piva, piva,
Natale arriva;
piva, piva,
Natale è qui! (bis)

Infine la melodia si ripropone nell’opera buffa di Mozart: Le nozze di Figaro, che debuttò a Vienna nel 1786.

Ricevete, oh padroncina
Queste rose e questi fior
Che abbiam colti stamattina
Per mostrarvi il nostro amor

Siamo tante contadine
E siam tutte poverine
Ma quel poco che rechiamo
Ve lo diamo di buon cor.

Sono più le cose che ci uniscono, che quelle che ci dividono.

 

 

 

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